Da quando l’alcol è finito al centro dello scontro commerciale tra il Canada e gli Stati Uniti, le bottiglie di merlot della California, di bourbon del Kentucky e di whisky del Tennessee stanno prendendo polvere nei magazzini canadesi. Nel 2025 il presidente statunitense Donald Trump ha imposto una serie di dazi sui prodotti che arrivano dal paese vicino, e da allora i governatori delle province canadesi stanno rispondendo colpo su colpo. La maggioranza delle amministrazioni provinciali ha usato i propri poteri su distribuzione e vendita di bevande alcoliche per eliminare dagli scaffali il vino, i superalcolici e le birre provenienti dagli Stati Uniti, oltre a interrompere i nuovi ordini.
Anche se l’alcol rappresenta solo una piccola parte dei quasi 900 miliardi di dollari di scambi commerciali tra Canada e Stati Uniti, la ritorsione in questo settore ha irritato in modo particolare le autorità statunitensi, e allo stesso tempo ha compattato l’opinione pubblica canadese nella guerra commerciale contro Washington. La Casa Bianca ha citato la questione degli alcolici tra i motivi che l’hanno portata a imporre ad agosto nuovi dazi del 50 per cento sulle merci canadesi.
Ottawa ha cercato in tutti i modi di concludere un accordo per evitare queste tasse, che colpirebbero circa venti miliardi di prodotti, cioè il 5 per cento delle esportazioni totali del paese verso gli Stati Uniti. Ha offerto alcune concessioni, tra cui la promessa di convincere i leader provinciali a riportare l’alcol di produzione statunitense nei negozi in cambio dell’impegno di Washington a cancellare i nuovi dazi e ad alleggerire quelli già in vigore su acciaio e automobili. L’intesa non è arrivata e al momento i rapporti tra i due paesi restano tesi.
Per i produttori statunitensi di alcolici, la posta in gioco è enorme. Prima della battaglia dei dazi, per la cantina Crosby Roamann (nella Napa valley, in California) il Canada stava diventando un mercato sempre più importante. L’azienda spediva in media il 10 per cento delle bottiglie in Ontario, e si stava preparando a proporre nuovi prodotti. Ora cento casse di vini Crosby Roamann sono bloccate in un magazzino canadese.
Il Distilled spirits council of the United States, un’associazione del settore, sostiene che le esportazioni di distillati statunitensi in Canada sono precipitate del 70 per cento da un anno all’altro. Secondo i dati del dipartimento dell’agricoltura, quelle di vino si sono ridotte del 77 per cento: da 406 milioni nel 2024 a 103 milioni nel 2025 (il Canada è il principale acquirente del vino statunitense).
Negli Stati Uniti la forte riduzione dei guadagni legati agli alcolici preoccupa i politici di tutti gli schieramenti. Molti legislatori democratici hanno chiesto ai loro colleghi canadesi di fare marcia indietro sui divieti. “Il boicottaggio canadese del vino californiano sta causando danni devastanti ai viticoltori”, ha scritto su X il senatore democratico della California Adam Schiff. “Faccio appello al governo di Ottawa affinché prenda atto che la California non condivide la guerra dei dazi, e quindi elimini le restrizioni e incrementi le opzioni a disposizione dei consumatori per rafforzare entrambe le nostre economie”.
◆ Le tensioni commerciali tra Canada e Stati Uniti sono cresciute negli ultimi giorni dopo il fallimento dei negoziati per un nuovo accordo. Il 21 agosto il premier canadese Mark Carney ha abbandonato le trattative, giudicando eccessive le richieste di Donald Trump. Sono così entrati in vigore nuovi dazi statunitensi del 50 per cento su circa 20 miliardi di dollari di esportazioni canadesi. Ottawa ha annunciato contromisure, ma ha rinviato la loro introduzione all’8 settembre, lasciando aperto uno spazio per nuovi negoziati. Al momento Carney punta quindi a guadagnare tempo e ottenere condizioni migliori, mentre Trump mantiene alta la pressione sul Canada. Un braccio di ferro che rischia di pesare sull’economia di entrambi i paesi, facendo crescere inflazione e disoccupazione. Bbc
Arma a doppio taglio
In Canada la maggioranza dell’opinione pubblica sostiene il boicottaggio. I sondaggi indicano che i cittadini sono favorevoli a una linea ancora più dura nella trattativa e non vorrebbero che il loro governo si affrettasse a concludere un accordo. Un’indagine condotta ad agosto da Abacus Data ha riscontrato che quasi il 70 per cento dei canadesi vuole che il divieto resti in vigore. I primi ministri delle province canadesi pensano che i boicottaggi degli alcolici garantiscano al paese un raro vantaggio nei negoziati.
Mentre i negoziatori cercano in ogni modo di trovare un accordo, la possibilità che il governo canadese convinca le province a sbloccare la vendita di alcol statunitense dipenderà soprattutto dai dettagli di un’eventuale intesa. Se per esempio Washington non dovesse ridurre in modo significativo i dazi sulle automobili, sarebbe molto difficile convincere le autorità dell’Ontario, una provincia che dipende fortemente dall’industria automobilistica. Allo stesso modo, un accordo senza una svolta per il settore del legname non potrebbe soddisfare i primi ministri di province come la British Columbia, il New Brunswick e il Québec. Laura Dawson, esperta di relazioni economiche tra Stati Uniti e Canada, sostiene che il blocco degli alcolici sia “un’arma a doppio taglio” per il governo canadese. “Finora per i negoziatori federali è stato utile avere questa carta da giocare”, spiega, “ma è uno strumento difficilmente controllabile, perché non c’è nessuna garanzia che tutte le province cancellerebbero contemporaneamente i divieti nel caso in cui lo chiedesse il governo nazionale”.
E non è scontato che la domanda di alcol statunitense in Canada tornerà ai livelli precedenti alle tensioni commerciali. In un sondaggio condotto da Nanos ad agosto, quasi tre quarti degli intervistati hanno detto che non comprerebbero più alcol statunitense nemmeno se ritornasse sugli scaffali.
Sean McBride, fondatore della cantina Crosby Roamann, ha provato ad adeguarsi a questo contesto segnato dall’incertezza. Oggi vende i suoi vini in Giappone, in Europa e nei paesi caraibici, ma riconosce che rimpiazzare il mercato canadese è un’impresa difficile. “Mi piacerebbe che il Canada e gli Stati Uniti tornassero al tavolo delle trattative e trovassero una soluzione che non danneggi le piccole aziende. Siamo solo vittime collaterali”. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1680 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati