Da quattro anni nello Yemen regnava una tregua precaria nella guerra civile in corso da più di dieci anni. Ma ora il conflitto si sta riaccendendo. Gli huthi, un gruppo ribelle sostenuto dall’Iran, hanno accusato il governo yemenita, riconosciuto da gran parte della comunità internazionale, e l’Arabia Saudita, il suo principale alleato, di pianificare una grande offensiva.

“Reagiremo all’escalation con un’escalation”, ha dichiarato il 30 luglio il leader dei miliziani Abdul Malik al Huthi. Per l’intero mese di agosto gli huthi hanno attaccato con droni e missili le postazioni governative, uccidendo decine di soldati e civili. L’esercito yemenita ha risposto con forza.

Gli huthi sono convinti di avere molto da guadagnare da una ripresa del conflitto. Da metà luglio il gruppo ha preso più volte di mira le navi legate all’Arabia Saudita nel mar Rosso, oltre a porti, aeroporti e raffinerie. Secondo la piattaforma di dati e analisi Kpler, ad agosto quasi nessuna petroliera saudita ha attraversato lo stretto di Bab el Mandeb, all’estremità meridionale del mar Rosso.

Gli attacchi huthi hanno un duplice obiettivo. Da un lato, ricattare il regno affinché paghi i funzionari pubblici yemeniti e revochi le restrizioni sui voli e sul trasporto marittimo. Dall’altro, giocare d’anticipo. Se i sauditi e i loro alleati stavano pianificando un’offensiva, sono stati battuti sul tempo.

Gli huthi potrebbero anche avere obiettivi più ambiziosi. Dal 2014 controllano il nordovest dello Yemen, compresa la capitale Sanaa, e gran parte della costa occidentale. Circa il 70 per cento degli yemeniti vive sotto il loro controllo. Ma i miliziani da tempo vogliono di più.

Il 15 agosto hanno colpito con dei missili il porto di Mokha, vicino allo stretto di Bab el Mandeb, facendo danni per circa 16 milioni di dollari e costringendolo alla chiusura. Probabilmente questi attacchi mirano a indebolire le Forze di resistenza nazionale, un gruppo armato filogovernativo che fa base a Mokha. Costringere le Forze di resistenza nazionale ad abbandonare la città permetterebbe agli huthi di rafforzare il controllo sul traffico marittimo attraverso lo stretto.

Gli huthi vorrebbero anche prendere il controllo dei giacimenti petroliferi del paese. All’inizio del 2022 erano quasi riusciti a conquistare i pozzi petroliferi di Marib, a est di Sanaa, ma erano stati respinti dalla Brigata dei giganti, una milizia filogovernativa addestrata dagli Emirati Arabi Uniti. Lo stesso anno avevano bombardato i terminal petroliferi lungo la costa per impedire ai loro nemici di esportare carburante. Ma il mese scorso il governo ha annunciato la ripresa delle consegne.

Questo ha spinto gli huthi a prendere più volte di mira Marib. I miliziani potrebbero tentare un’altra offensiva per impossessarsi delle risorse petrolifere del paese. E anche se non riuscissero a conquistare i pozzi, potrebbero costringere il governo a condividere con loro i guadagni.

In risposta agli attacchi, il governo starebbe preparando una grande offensiva. La tregua cominciata quattro anni fa avrebbe dovuto portare a un accordo di pace, ma gli huthi hanno preferito consolidare il loro potere e l’alleanza con l’Iran. Infliggergli una dura sconfitta permetterebbe al governo, i cui leader si trovano per lo più nella capitale saudita Riyadh, di recuperare credibilità nello Yemen.

Il 20 agosto il vicepresidente del governo Abdullah al Alimi ha dichiarato che tutti sono d’accordo sulla necessità di riconquistare Sanaa. Alcuni funzionari governativi citano il crollo del regime siriano di Bashar al Assad, sostenuto dall’Iran, avvenuto nel 2024, come esempio di quello che succederà agli huthi.

Queste dichiarazioni hanno probabilmente soprattutto lo scopo di risollevare il morale delle truppe. Ma effettivamente le forze ostili agli huthi, che hanno trascorso gran parte dell’inverno a combattere tra loro, sembrano aver trovato una maggiore unità. Il governo ha sciolto il Consiglio di transizione del sud, un gruppo secessionista sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, ponendo una parte dei combattenti sotto il controllo dell’esercito.

E quest’anno ci sono stati degli scontri tribali nella regione di Al Jawf, controllata dagli huthi, che hanno alimentato le speculazioni su un indebolimento dell’autorità dei miliziani. Le truppe governative sono inoltre diventate più abili nell’uso dei droni, che è stato a lungo uno dei principali vantaggi degli huthi.

Tuttavia, il governo ha davanti un nemico molto forte. Gli attacchi recenti delle forze saudite e governative non hanno scoraggiato gli huthi, che in passato hanno resistito a campagne militari ben più ampie. Nell’estate del 2025 i bombardamenti israeliani avevano ucciso gran parte delle autorità civili huthi, compreso il primo ministro, ma il gruppo ribelle si era ripreso rapidamente. Neanche l’eventuale uccisione di Al Huthi cambierebbe molto. Lui stesso è arrivato al potere dopo la morte in battaglia del fratello Husayn, avvenuta nel 2004.

Sconfiggere gli huthi, noti per la loro audacia, non sarà facile. Nel 2014 avevano conquistato Sanaa sfidando perfino l’alleato iraniano, che li aveva esortati alla moderazione. La sicurezza che ostentano ora deriva da una reale posizione di forza.

Quando gli Stati Uniti li avevano presi di mira nel 2025, il gruppo aveva abbattuto sette droni Reaper e quasi colpito vari aerei da caccia. Il mese scorso ha rivendicato l’abbattimento di un drone saudita Bayraktar, di fabbricazione turca. Gli huthi hanno anche ottime capacità di adattamento. Per esempio, hanno accesso a droni in fibra ottica che non possono essere intercettati e che gli permettono di colpire le truppe governative sulla linea del fronte.

Il ruolo del contrabbando

Solide reti di approvvigionamento permettono al gruppo di mantenere inalterate o di rafforzare le scorte. Mentre in passato importava le armi dall’Iran, ora produce autonomamente gran parte del suo arsenale usando componenti contrabbandati attraverso l’Oman e gli Emirati Arabi Uniti o nascosti in imbarcazioni che partono dal Corno d’Africa. Alcuni dei droni a disposizione degli huthi sono costruiti quasi interamente senza componenti iraniani.

Questo sistema di contrabbando ha permesso ai miliziani di resistere ad attacchi, come quelli statunitensi, che avrebbero potuto ridurre notevolmente le loro scorte. “Sono riusciti a ricostruire le loro capacità militari molto più rapidamente di quanto ci si aspettasse”, afferma Peter Salisbury della Columbia university a New York.

La geografia rappresenta un altro vantaggio. Gli altopiani controllati dai combattenti sono facili da difendere, soprattutto grazie all’ampio uso di mine antipersona. Quando avevano preso il potere, gli huthi si erano impadroniti anche di un sistema di grotte e bunker in precedenza in mano all’esercito. Le immagini satellitari mostrano che questo sistema si sta espandendo. Di recente le forze governative hanno sequestrato attrezzature per realizzare tunnel che erano dirette ai porti huthi.

Tutto questo dovrebbe preoccupare il governo. È vero che il sostegno saudita e statunitense potrebbe rafforzare le forze governative sul campo. Il presidente statunitense Donald Trump ha minacciato gli huthi di una “dura punizione militare”. Ma i costi sarebbero alti. Al Huthi ha più volte definito lo Yemen un “cimitero degli invasori”. Potrebbe ancora avere ragione.

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