Quattro giorni prima delle elezioni del 27 ottobre il primo ministro Benjamin Netanyahu sembrava aver commesso un suicidio politico. “Se pensate che gli aiuti statunitensi continueranno, abituatevi all’idea che non sarà così. Gli Stati Uniti sono cambiati e potrebbero esserci sanzioni bancarie”, ha detto in un’intervista in tv. Questa dichiarazione è stata accolta con una condanna quasi unanime.

Che strategia elettorale sarebbe minacciare di far precipitare Israele nell’isolamento economico tipico di paesi come Corea del Nord, Venezuela, Russia o Iran (che ironia)? Il politico di 77 anni stava forse perdendo il suo istinto politico?

E non è stato un caso isolato. Netanyahu sembrava aver passato la settimana precedente a fare di tutto per perdere. Ha inviato aerei da combattimento verso il confine iraniano, in quello che sembrava un tentativo di riaccendere un conflitto regionale e galvanizzare la sua base elettorale. È apparso in un video mentre prometteva un ruolo nel prossimo governo a un rabbino sospettato di aver abusato di minorenni. E ha rifiutato di licenziare un consigliere che era stato sorpreso ad accettare denaro per migliorare l’immagine di governi stranieri, tra cui il Qatar.

Nessun altro sarebbe riuscito a combinare così tante gaffe in pochi giorni e andare comunque forte alle urne. Ma Netanyahu ha dimostrato ancora una volta che, quando arriva la stagione elettorale, lui è davvero Re Bibi: un uomo che capisce i meandri dell’animo dei suoi elettori, nonostante viva in un universo completamente separato dal loro. Si rende conto che una parte considerevole dell’opinione pubblica israeliana è pronta a vivere in una Sparta economica e in una repubblica delle banane, a sopportare una guerra senza fine, a immergersi nelle acque gelide del vittimismo perpetuo, dell’autoindulgenza politica e dell’isolamento internazionale.

Dopotutto, se gli ultimi quattro anni non hanno convinto la gente ad abbandonare il Likud, cosa potrebbe farlo? Il peggior fallimento in materia di sicurezza nella storia di Israele, tre anni di guerra, migliaia di israeliani uccisi, il costo della vita alle stelle, una crescente fuga di cervelli, l’erosione delle istituzioni democratiche e un isolamento internazionale senza precedenti, tutto sotto la guida di Netanyahu. Eppure il Likud ha ottenuto 27 seggi, solo cinque in meno delle elezioni precedenti, e sei in più rispetto al partito rivale di Gadi Eisenkot.

Nessuna alternativa

Forse non dovremmo sorprenderci. Netanyahu ha dimostrato di essere disposto a tutto per vincere, anche se significa abbandonare i suoi princìpi, infrangere le promesse o fare proprio quello di cui ha accusato i suoi rivali. Durante il breve periodo in cui è stato al potere un governo guidato dai leader dell’opposizione Naftali Bennett e Yair Lapid, tra il 2021 e il 2022, il Likud di Netanyahu ha adottato quella che è diventata nota come la strategia “senza mal di pancia”. Il nome deriva da una registrazione trapelata di una riunione a porte chiuse del Likud, in cui la deputata Miri Regev ordina ai parlamentari dell’opposizione di mettere da parte i loro impegni ideologici e di votare contro il governo in ogni occasione, anche quando significava opporsi a leggi che avrebbero sostenuto con tutto il cuore.

Nei sette mesi successivi l’opposizione guidata da Netanyahu ha votato contro leggi fondamentali per il progetto politico anti-palestinese della destra: una che limitava il ricongiungimento familiare dei palestinesi e un’altra che prorogava i regolamenti di emergenza in cui il diritto penale e civile israeliano è esteso ai coloni nella Cisgiordania occupata. Si è opposta perfino al finanziamento di borse di studio per i soldati israeliani. Il mancato rinnovo delle norme di emergenza ha contribuito a far cadere il cosiddetto governo del cambiamento e ha spianato la strada al ritorno al potere di Netanyahu.

In altre parole Netanyahu ha dimostrato che, se serviva a sconfiggere i suoi rivali, non aveva problemi a sembrare di sinistra, o addirittura a “schierarsi con gli arabi”, accuse che lui stesso rivolge spesso ai suoi avversari politici. E quale prezzo politico ha pagato? Alle elezioni successive del 2022 il suo blocco ha conquistato 64 seggi, formando un governo di estrema destra che è rimasto in carica per un intero mandato di quattro anni. Ha resistito al più grande movimento di protesta antigovernativo che il paese avesse mai visto, e poi ha gestito il peggior fallimento in materia di sicurezza nella storia di Israele senza cadere.

Netanyahu, quindi, capisce qualcosa che i suoi avversari sembrano incapaci di cogliere: i princìpi politici vanno benissimo, ma non servono a molto se rispettarli fa perdere il potere. E lui sa esattamente quando metterli da parte.

Dopo il voto

◆ In base ai risultati definitivi delle elezioni israeliane del 27 ottobre 2026, la coalizione del primo ministro Benjamin Netanyahu ha ottenuto 53 seggi, il blocco dei partiti ebraici di opposizione 48 e i partiti arabi 19. Nessuno ha ottenuto la maggioranza di 61 seggi su 120 necessaria per formare un governo. I risultati sono stati presentati il 4 novembre al presidente Isaac Herzog, che lo stesso giorno ha cominciato le consultazioni con i vari partiti. Finiti questi incontri, deve incaricare un candidato di formare un nuovo governo. i24news


Durante la campagna elettorale del 2021 ha pubblicato su TikTok alcuni video in cui dai supermercati prometteva di abbassare i prezzi dei generi alimentari. Ovviamente quelle promesse non sono state mantenute: durante il suo governo i prezzi sono saliti del 20 per cento. Ma non è questo il punto. Netanyahu sapeva quando e come rendere il costo della vita un tema centrale della campagna elettorale.

E anche stavolta ha saputo fare leva sul portafoglio degli elettori e ha promesso di abbassare il costo della vita aprendo il mercato alle importazioni, smantellando i monopoli, riducendo la regolamentazione e affrontando il problema dei prezzi delle case. Non c’è motivo di credere che intenda mantenere queste promesse. Ma sa cosa dire e quando dirlo.

Su questo fronte i suoi avversari hanno fallito. Gran parte della campagna di Gadi Eisenkot, condotta sotto lo slogan vuoto “Questa volta, Eisenkot”, consisteva nel ricordare agli elettori quanto fosse terribile Netanyahu e quanto lui invece fosse onesto. Perfino il nome del suo partito, Yashar (dritto, in ebraico), era un riferimento alla sua presunta integrità. Dritto dove, però? Al di là delle sue virtù personali, Eisenkot ha offerto ben poco in termini di alternativa. Il risultato è stato quello di sempre: Netanyahu è uscito da un’altra elezione politicamente quasi intatto. Ma ora c’è una differenza fondamentale: ha perso.

Nonostante tutto il blocco di Netanyahu non ha ottenuto la maggioranza, mentre i partiti che si oppongono a lui hanno conquistato complessivamente abbastanza seggi per formare un governo. Avrebbero dovuto vincere con un margine molto più ampio, ma ne hanno abbastanza. Allora, qual è il problema?

Parte della risposta sta nel modo in cui i principali mezzi d’informazione israeliani dividono la mappa elettorale. A differenza di altri paesi, la linea di demarcazione non divide quasi mai una coalizione e un blocco di opposizione, né partiti a favore o contro Netanyahu. Invece agli israeliani sono presentati tre schieramenti: il “blocco di Netanyahu”, il “blocco del cambiamento” e i “partiti arabi”.

Causa ed effetto

A un orecchio israeliano questo suona perfettamente normale. A chiunque altro sembra razzista, e lo è. La divisione riflette una verità profonda sull’immaginario politico israeliano: i cittadini palestinesi possono votare, formare partiti e mandare rappresentanti in parlamento, ma sono sempre trattati come un’entità politica a parte. I loro rappresentanti non sono considerati partner legittimi nella lotta per il potere.

Si potrebbe obiettare che questo riflette la realtà politica. Dopotutto, la maggior parte delle forze d’opposizione si rifiuta di governare con partiti guidati da palestinesi, mentre alcuni partiti palestinesi hanno storicamente rifiutato di partecipare ai governi sionisti. Ma questa argomentazione confonde causa ed effetto. Trattando i partiti palestinesi come un blocco a parte per default, invece di valutarli in base alle loro posizioni politiche, i mezzi d’informazione contribuiscono a normalizzare la loro esclusione. Il rifiuto di formare un governo con loro diventa così un dato di fatto, piuttosto che una scelta politica di cui i leader dei partiti ebraici dovrebbero essere ritenuti responsabili.

Quando sono stati pubblicati i sondaggi all’uscita dalle urne, Eisenkot ha stupidamente festeggiato una “maggioranza sionista” (che significa senza arabi né ultraortodossi), ma i risultati definitivi dipingono un quadro più cupo per la sua fazione. Nel giro di poche ore, è diventato chiaro che il cosiddetto blocco del cambiamento aveva conquistato solo 48 seggi, quindi non sarebbe arrivato al potere senza i partiti palestinesi o una qualche forma di accordo con lo schieramento di Netanyahu. È stato un autogol sbalorditivo. Nel suo istintivo desiderio di rassicurare gli elettori ebrei che non avrebbe cercato il sostegno palestinese, Eisenkot ha escluso di contare sui voti di cui avrebbe avuto bisogno per mantenere la sua promessa elettorale principale: cacciare Netanyahu.

Da anni Netanyahu dimostra di essere pronto ad abbandonare praticamente qualsiasi principio politico se questo lo aiuta a conquistare o mantenere il potere. E non ha perso la fedeltà della sua base. I suoi avversari, invece, sembrano troppo spaventati per oltrepassare anche solo una delle loro “linee rosse” razziste autoimposte per raggiungere l’obiettivo che, secondo loro, conta più di ogni altra cosa.

Negli ultimi quattro anni i leader dell’opposizione hanno avvertito che Netanyahu stava trascinando Israele verso l’autoritarismo, smantellando le sue istituzioni e minacciando la sua stessa esistenza. Hanno detto ai cittadini che questo sarebbe stato il voto più importante della loro vita. Ora hanno l’opportunità di agire in base a quegli avvertimenti.

I palestinesi sono andati alle urne come mai prima e hanno sostenuto i partiti che hanno detto di voler contribuire a mettere fine al governo di Netanyahu. Così hanno offerto su un piatto d’argento l’occasione di rimuovere l’uomo che l’opposizione ebraica descrive come una minaccia esistenziale. Non resta che accettare l’offerta.

Che questo avvenga con una coalizione, una “rete di sicurezza” per un governo di minoranza o qualche altro accordo è una questione politica da negoziare. Ma rifiutarsi di prenderla in considerazione è una scelta, non una fatalità. Se Eisenkot e i suoi alleati credono a tutto quello che hanno detto sul pericolo che Netanyahu rappresenta per Israele, la scelta non dovrebbe essere difficile. Netanyahu non si farebbe scrupoli. ◆ dl

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Questo articolo è uscito sul numero 1690 di Internazionale, a pagina 35. Compra questo numero | Abbonati