“I vostri occhi non devono essere né aperti né chiusi”, spiega il monaco all’ingresso della sala. “Devono essere un po’ sonnolenti, come quelli di un Budda”. È la prima volta che mi cimento con la meditazione e ho paura di fare qualche passo falso. Strizzo gli occhi, provo a rilassare le palpebre, ma senza volerlo metto a fuoco il cuscino arancione brillante della persona che ho davanti. Chiudo gli occhi sospirando tra me e me, spazientita dalle difficoltà che sto incontrando a seguire le indicazioni. Il monaco che guida la seduta ci dice con un sorriso che guardarsi la punta del naso può essere d’aiuto.

Sono sul monte Kōya, in una regione montuosa nel sudovest del Giappone, seduta a gambe incrociate nella sala di meditazione di un tempio buddista di 1.100 anni fa. Solo una sottile porta di legno a scorrimento separa la sala dal giardino del tempio. All’interno l’aria è frizzante e profuma di pino, con tracce di fumo proveniente dall’incenso che brucia sull’altare. Sono circondata da una quindicina di turisti, anche loro con gli occhi assonnati. Arrivano dagli Stati Uniti, dall’Europa e dall’Australia (il corso è rivolto ai visitatori anglofoni) e come me sono impegnati a contare i respiri.

Il monte Kōya è uno dei principali luoghi di pellegrinaggio dei buddisti in Giappone, ed è considerato uno dei siti più sacri del paese. Fu scelto 1.200 anni fa dal monaco Kōbō-Daishi come sede del buddismo esoterico Shingon per la sua conformazione geografica simile a un fiore di loto: una valle poco profonda incastonata in una montagna. Lo Shingon, fondato ai tempi della dinastia Tang, è una scuola religiosa che pone l’accento sul rito quotidiano come mezzo per raggiungere l’illuminazione in modo immediato attraverso lo sviluppo della propria “natura di Budda”. Nel novecento, il monte Kōya ha cominciato ad attirare visitatori che non avevano legami con il buddismo, ma che venivano qui per le montagne, la pace, la storia o per cercare qualche flebile traccia del misticismo passato.

Sono venuta per un po’ di tutte queste cose, sedotta dalla promessa di un angolo sperduto, lontano migliaia di chilometri – sia fisicamente sia mentalmente – dall’ansia frenetica di New York. Volevo mettermi alla prova con logiche e ritmi diversi e scomparire per un po’ nella maestosità di un rito millenario. Ma mi attirava anche l’idea della notte e del buio più totali, di un luogo in cui la fitta distesa di alberi sulle montagne inghiotte completamente la luce. E come tanti altri cercavo anche qualcosa di più ingenuo e profondamente capitalista: comprare un’esperienza ascetica.

Sulla montagna ci sono 52 shukubo, i templi che in passato offrivano un riparo per la notte ai pellegrini. Negli ultimi anni molti di questi templi, a parte una decina di irriducibili, hanno cominciato ad accogliere anche i turisti che non vengono qui per motivi religiosi.

I commenti più vari

In alcuni templi si fanno anche altre attività, come partecipare a corsi di scrittura, assistere al lavoro dei monaci nell’orto o immergersi nelle sorgenti termali: tutte cose che non si trovano nelle ricerche su Airbnb o Hotels.com. In molti casi non si sa bene a cosa si va incontro, un’incertezza che mi affascina in un’epoca in cui ogni possibile destinazione di viaggio viene scrupolosamente documentata e fotografata su Instagram.

In origine i templi del monte Kōya erano riservati ai pellegrini più devoti, ma il buddismo è notoriamente tollerante verso le altre religioni. È per questo che a partire dal secolo scorso, quando in Giappone e altrove i templi hanno cominciato ad avere difficoltà economiche per mancanza di donazioni, la soluzione più naturale è stata aprire ancora di più le porte e accogliere tutti i visitatori che mostravano curiosità per questa religione.

Documentandomi prima del viaggio, ho scoperto che molti viaggiatori che visitano il monte Kōya si lamentano della semplicità estrema delle sistemazioni negli shukubo. Alcuni scrivono su TripAdvisor che le stanze sono troppo fredde o che attraverso le sottilissime pareti dei templi si sentono i vicini che russano. Più di un recensore si lamenta che i pasti vegani sono troppo semplici per saziare chi è abituato a mangiare carne. “Fate uno spuntino ogni tanto o morirete di fame”, avverte un utente.

Altri scrivono che il gioco non vale la candela dal punto di vista dell’esperienza spirituale. “Mi aspettavo qualcosa di un po’ più spirituale, di sentire un’atmosfera zen/buddista”, scrive un visitatore dell’Ohio. “Devo dire che non l’ho sentita”. Alcuni si lamentano perché i monaci che gestiscono i templi non parlano l’inglese o che non dedicano abbastanza attenzioni agli ospiti. “La delusione più grande è a cena”, scrive un altro. “Speravo di avere l’opportunità di mescolarmi con i monaci”.

Questi commenti mi hanno più divertita che scoraggiata. Ho voluto mettermi alla prova: quanto mi avrebbero davvero infastidito l’aria fredda o i rumori notturni? Era anche l’occasione per una crescita spirituale su scala ridotta, una specie di test della mia capacità di stare in sintonia con l’universo anche in condizioni moderatamente disagiate.

Siccome il buddismo attribuisce un valore a tutte le forme di vita, spiega la guida, non tutte le tombe appartengono a esseri umani

Per provare a raggiungere questa micro-illuminazione ho dovuto usare i mezzi di trasporto più disparati. Anche se il monte Kōya è a soli 140 chilometri da Kyoto, per arrivarci bisogna affrontare una specie di odissea. A Kyoto prendo tre treni, lasciandomi alle spalle centrali elettriche, serre, piccoli borghi, cortili con alberi di yuzu e campi da tennis in erba. Una volta ai piedi della montagna scendo dal treno e salgo su una funivia insieme a un gruppetto di saccopelisti. In cima ci aspetta un autobus sul quale faremo l’ultimo tratto per arrivare al centro del monte Kōya, attraversando burroni ripidissimi circondati da cedri.

Cerimonia mattutina

Arrivo al tempio dell’Ekoin, parte del complesso templare del Danjōgaran, proprio mentre si sta registrando una coppia di statunitensi con il figlio adolescente. Un monaco ci fa vedere dove lasciare le scarpe, vicino a un grande portone di legno intagliato. Indossando un paio di pantofole di legno, attraverso una serie di corridoi scricchiolanti e raggiungo la mia stanza, uno spazio quadrato con le porte scorrevoli dipinte e una grande finestra che affaccia sul giardino centrale del tempio. La stanza ha una tv, la stufetta elettrica, il telefono e il wifi. Come omaggio di benvenuto trovo dolcetti a base di fagioli rossi e una teiera con acqua bollente pronta per l’infusione.

All’ora di cena un gruppo di monaci arriva con una caraffa di sakè caldo e alcuni vassoi smaltati su cui sono adagiate delle piccole scodelle. La cucina tradizionale del tempio, chiamata shojin ryori, ha una deliziosa varietà di sapori, consistenze e colori. Minuscole tazzine di brodo vegetale e zuppa di miso accompagnano piatti di tempura di verdure, radici di loto e foglie di shiso. Su una piccola fiamma cuoce una pentola di udon, i cosiddetti spaghetti giapponesi, con cavolo e funghi, un po’ insipidi ma sostanziosi. Il mio piatto preferito è una specialità del monte Kōya: un pudding di una specie di tofu chiamato gomadōfu, a base di semi di sesamo macinato e fecola di maranta.

Quando fa buio esco in silenzio dalla mia stanza e scendo all’ingresso del tempio per recuperare le scarpe e unirmi al giro notturno del cimitero Okunoin. Un monaco che parla inglese guida un gruppo di una ventina di ospiti dell’Ekoin e di altri templi vicini lungo i sentieri illuminati dalle lanterne del cimitero più grande del Giappone. Ci indica le tombe coperte di muschio di importanti figure nazionali, tra cui l’inventore del teatro Kabuki e il fondatore della Panasonic. Siccome il buddismo attribuisce un valore a tutte le forme di vita, spiega la guida, non tutte le tombe appartengono a esseri umani. Su un epitaffio c’è scritto: “Riposate in pace, formiche”. In alto, tra i cedri secolari, si sente il cinguettio e lo squittio degli scoiattoli volanti che si riverbera nell’aria frizzante.

Informazioni pratiche

◆ Arrivare Il prezzo di un volo dall’Italia per Osaka (China Eastern Airlines, Asiana Airlines, Korean Air) parte da 710 euro a/r.

◆ Dormire Non tutti i templi del monte Kōya offrono ospitalità ai turisti per la notte. I prezzi delle stanze variano in base alla stagione, alla vista che offrono e alla possibilità di avere un bagno privato, perché di solito sono in comune. Nel prezzo sono compresi due pasti al giorno. Le stanze non hanno il riscaldamento. Tra i templi che offrono ospitalità ci sono l’Ekoin (ekoin.jp), e anche il Shojoshin-in (japaneseguesthouses.com) e il Fukuchi-in (fukuchiin.com) che ha un giardino dove in primavera si sta molto bene. I prezzi per una stanza sono piuttosto vari: si va dai 10mila yen (75 euro) del Shojoshin-in ai 15mila yen (112 euro) dell’Ekoin. Per avere il bagno privato bisogna spendere in media cinquemila yen in più (37 euro).

◆ Leggere Rémi Maynègre, Sandrine Garcia, Diario di un viaggio in Giappone. Vol. 2: Il monte Kōya, Panini Comics 2013, 35 euro.

◆ La prossima settimana Viaggio a Cuba, nella provincia di Pinar del Río. Ci siete stati? Avete consigli da dare su posti dove dormire, mangiare, libri? Scrivete a viaggi@internazionale.it.


La mattina presto, prima che venga servita la colazione, gli ospiti del tempio sono invitati ad assistere al rituale mattutino e alla cerimonia del fuoco. Il programma che troviamo in camera raccomanda di non fare fotografie con il flash, precisando che “il servizio mattutino e il rito del fuoco non sono uno spettacolo per turisti. I monaci devono compierli ogni giorno in segno di apprezzamento verso i santi buddisti”.

Nonostante l’avvertimento, durante il rito del fuoco pochi resistono alla tentazione di immortalare filmando con il telefono uno o due passaggi: accompagnato dai tamburi, dai cori e dalle fiamme che si sollevano fino al soffitto, il monaco che presiede alla funzione brucia una catasta di assicelle di legno su cui sono state scritte delle preghiere. La maggior parte dei presenti riesce a filmare di nascosto inginocchiandosi senza fare rumore. Più o meno a metà della cerimonia, sul fondo della sala riconosco una donna francese che ho già visto durante la visita al cimitero. Sembra che stia ballando al ritmo dei tamburi, ma nessuno dei monaci pare particolarmente infastidito da questo moto spontaneo di espressione artistica.

Il monte Kōya è stato dichiarato patrimonio dell’umanità dell’Unesco nel 2004, come parte dei siti sacri della catena montuosa del Kii; da allora il numero annuale dei visitatori stranieri è cresciuto di oltre quattro volte, mentre è calato quello dei visitatori giapponesi.Tutte queste persone in cerca di ristoro e semplicità mettono a dura prova la tranquillità di questi luoghi ed è difficile non sentirsi corresponsabili del frastuono e dell’inquinamento che accompagnano l’ondata del turismo straniero. Eppure è incredibilmente commovente calarsi nell’oscurità silenziosa e avvolgente di un cimitero di notte e aggiungere le proprie impronte a quelle delle decine di migliaia di persone che hanno consumato questi sentieri di pietra nel corso dei secoli. Ci si rende conto che per non occupare troppo spazio e non fare troppo rumore basta solo un po’ di volontà.

Distributore di birra

Jynne Martin, l’amica che mi ha consigliato il monte Kōya, è venuta qui per la prima volta dieci anni fa ed è tornata lo scorso inverno, fermandosi tutte e due le volte allo Shojoshin-in. La prima volta al tempio c’erano solo due turisti: tutti gli altri erano pellegrini. L’ultima volta, invece, ha incontrato solo turisti.

Jynne è rimasta un po’ delusa dal fatto che lo Shojoshin-in ha aggiunto la tv e internet in tutte le stanze per gli ospiti. In più, su una delle strade principali della città sono spuntati alcuni minimarket e un distributore automatico di birra. Ma nonostante tutto, dice, il monte Kōya non ha perso la sua magia. “Sento un’eco e una risonanza dentro la foresta, nel cimitero e nei templi. Si avverte un rumore o una vibrazione di fondo che sembra andare avanti da anni ed anni”, dice. “Credo che ci sia una bellissima energia in cima alla montagna. Anche con la tv e con internet”.

Poco prima di lasciare l’Ekoin, mi fermo a chiacchierare per qualche minuto con Yuta Kobayashi, uno dei monaci del tempio. Kobayashi mi dice che mentre in passato i templi del monte Kōya venivano aiutati economicamente soprattutto dalle donazioni dei pellegrini buddisti, oggi puntano sempre di più sul turismo. “Il governo e il popolo giapponese non si assumono la responsabilità di preservare i templi e la cultura del passato”, spiega. Gli chiedo se legge mai su internet le recensioni del tempio. Mi risponde di sì. “Accetto tutte le opinioni, quelle buone e quelle cattive”, dice. “E se posso cambiare o migliorare qualcosa, cerco di fare del mio meglio”. Le uniche recensioni che lo infastidiscono, spiega, sono quelle in cui si accusano gli antichi riti del tempio di essere una messinscena per i turisti. “Li facciamo tutte le mattine”, dice facendosi una risata. “Anche quando qui non c’è nessuno”. ◆ fas

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1234 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati