“Una delle ragazze non parla bene, perché quando è stata violentata l’hanno colpita in faccia e ha perso i denti”, racconta con lunghe pause Ekaterina Galjant, psicologa clinica di Kiev. Ora è a Tallinn e aiuta le rifugiate ucraine in due ospedali locali. Tre sue pazienti violentate dai soldati russi – di sedici, diciassette e venti anni – non sono in Estonia. Hanno contattato Galjant sui social network e lei le segue su Zoom. Durante gli incontri la sua telecamera è accesa, quella delle vittime no. La psicologa non conosce i loro veri nomi e non fa troppe domande: a volte la conversazione dura solo pochi minuti, poi le ragazze cominciano a piangere e interrompono la chiamata. Neppure per Galjant è facile: il rischio di un esaurimento è dietro l’angolo. “Due ragazze sono di Buča, una di Irpin”, continua Galjant. “Ovviamente nessuna ha scritto nel modulo di richiesta: ‘Mi hanno violentata, aiutatemi’. Di solito scrivono cose del tipo: ‘La vita non ha senso’, ‘Ho pensieri suicidi’, ‘Non riesco a dormire’, ‘Odio il mio corpo’. Una paziente con pensieri suicidi mi ha contattata attraverso un’associazione di volontariato. Ci siamo sentite su Zoom. In un primo tempo ho pensato a un’improvvisa depressione, solo in un secondo momento mi ha detto che viveva a Buča e che era stata violentata”. Le storie delle ragazze stuprate sono molto simili, dice la psicologa. “Pensavo che gli abusi fossero opera di mostri e sadici, fatti che succedono anche in tempo di pace. Ma qui si tratta di violenze di gruppo, in cui tutti agiscono nello stesso modo. Forse hanno ricevuto un ordine, forse c’è un piano. Le vittime raccontano tutte la stessa cosa”.

I ricordi delle ragazze curate da Galjant sembrano essere divisi in tre parti: la prima è il racconto di come i militari russi, all’inizio dell’occupazione, andassero di casa in casa e prendessero nota degli abitanti e dell’eventuale presenza di uomini, per poi portarsi via i telefoni cellulari delle persone interrogate. Poi c’è il ricordo dei saccheggi. E infine quello degli ultimi dieci giorni prima della ritirata, con le atrocità peggiori. “I russi hanno portato via tutti gli uomini, nessuno sa cosa gli sia successo”, dice Galjant. “Nelle case sono rimasti solo donne e bambini. Il padre di una delle ragazze che seguo su Zoom è morto durante l’occupazione: era andato a cercare qualcosa da mangiare e gli hanno sparato. È un trauma di cui stiamo ancora discutendo con la figlia”. Le tre ragazze raccontano che i militari entravano nei condomini in gruppi di tre, quattro o cinque persone, di età diverse. “Di solito erano giovani, al massimo trentenni, ma c’erano sempre anche soldati di quarantacinque-cinquant’anni, la stessa età dei padri delle vittime”, spiega la psicologa. Spesso erano ubriachi. “Chiedevano subito alcol, poi si sedevano in cucina e costringevano le ragazze a cucinare per loro, se c’era qualcosa da mangiare, e infine cominciavano gli stupri, sempre di gruppo. Più le ragazze resistevano, più i soldati le picchiavano”. La paziente di diciassette anni di Ekaterina Galjant ha perso conoscenza durante la violenza: “E ne è perfino contenta”. Tutte e tre le ragazze sono riuscite a fuggire dopo che gli stupratori si erano addormentati. Galjant non sa dove si trovino esattamente, ma anche questo fa parte degli accordi.

Verificando le condizioni di altre pazienti, la psicologa ha scoperto che alcune avevano gravi lesioni fisiche. “Una in particolare ha dei lividi causati da forti percosse”, dice. “Abbiamo cercato di farle disegnare quello che non riesce a dire, ma la sua mano destra non si muove. Quello che mi preoccupa di più è che nessuna di loro è stata visitata da un ginecologo. Raccontano che la prima volta che si sono fatte la doccia dopo la violenza volevano togliersi la pelle di dosso. C’è chi si è versata soluzioni alcoliche nella vagina. Non sappiamo se sono in corso infezioni o se qualcuna è rimasta incinta”.

Provocazioni

“Abbiamo un programma per le donne violentate che hanno più di quattordici anni, anche incinte”, ha scritto sul suo profilo Instagram Vasilisa Levčenko, psicoterapeuta di Kiev. “Incinte dei maledetti stupratori. O meglio: dei maledetti invasori, soldati russi che hanno rubato elettrodomestici e oro, frullatori e robot da cucina da portare come trofei alle mogli, che hanno violentato pacifiche donne ucraine. Le richieste di aiuto saranno gestite dal nostro gruppo operativo. Tre a Katija, due a Nina e a Ella i casi più difficili, le donne che hanno perso l’uso della parola, che non parlano più”.

Levčenko ha spiegato a Mediazona che cinque vittime si sono rivolte a lei personalmente. Ma è ancora impossibile fare delle statistiche. “Al nostro centro di aiuto psicologico riceviamo centinaia di richieste al giorno, ma è impossibile stimare quante siano per stupro”.

Gli abitanti del villaggio di Zagaltsy, nella regione di Kiev, hanno dovuto nascondere due giovani donne dai soldati russi fino all’inizio di aprile, dopo l’arrivo dei militari ucraini, racconta Roman Vagrant. Il villaggio era stato occupato dai russi all’inizio di marzo. “Erano interessati solo ad alcol, sigarette e donne”, dice Vagrant. “A Zagaltsy erano rimaste due ragazze: qualcuno lo aveva detto ai russi. Così le persone del villaggio le hanno dovute nascondere”.

Le storie che le ragazze raccontano sono molto simili, spiega la psicologa

Le notizie degli stupri hanno cominciato a diffondersi subito dopo il ritiro delle truppe russe dalla regione di Kiev. Ma le violenze non sono avvenute solo in quest’area. Il 3 aprile Human rights watch ha pubblicato un rapporto in cui è raccontata la storia di una donna di 31 anni del villaggio di Malaja Rogan, vicino a Charkiv. Chiedendo di restare anonima, ha detto che nella notte del 14 marzo un soldato russo ha fatto irruzione nello scantinato della scuola dove era nascosta insieme a un gruppo di donne e bambini. Il soldato l’ha condotta in un’aula al secondo piano e, minacciandola con la pistola, l’ha costretta a spogliarsi e a un rapporto orale. Poi con un coltello le ha fatto dei tagli sul viso e sul collo, dicendole che gli ricordava una compagna di scuola.

I casi di stupro sono stati ripetutamente denunciati a livello ufficiale. Già il 22 marzo la procuratrice generale dell’Ucraina, Irina Venediktova, ha fatto sapere di aver ricevuto informazioni su reati sessuali commessi dall’esercito russo nei territori occupati. In quell’occasione ha anche riferito che era stata accertata l’identità di uno dei due militari colpevoli di aver violentato una donna del villaggio di Bogdanovka. Del caso si è occupata anche Amnesty international. Il capo della polizia della regione di Kiev, Andrej Nebitov, ha raccontato così l’accaduto: “Il marito ha cercato di difendere la famiglia. Era del 1985, un uomo in forze. Gli hanno sparato nel cortile di casa. La moglie si era rifugiata in casa con il bambino per sfuggire alla violenza. Ma la sera sono tornati due soldati, hanno bevuto e, dopo aver minacciato di sparare anche al figlio di tre anni, l’hanno violentata. Entrambi erano soldati della Federazione Russa. Uno dei due è stato identificato con il nome di Michail Romanov. Se ne sono andati e poi sono tornati altre tre volte per nuove violenze. Alla fine la donna è riuscita a liberarsi e a scappare”.

All’inizio di aprile il difensore civico ucraino, Ljudmila Denisova, ha riferito di violenze sui bambini di Buča, denunciando i casi di una ragazzina di quattordici anni violentata da cinque soldati russi, e rimasta incinta, e di un bambino di undici anni molestato di fronte alla madre. Denisova afferma di essere anche a conoscenza di molteplici violenze in altre zone del paese, tra cui il caso di un gruppo di donne e ragazze segregate in un seminterrato per 25 giorni. Nove di loro sono incinte.

Delle violenze nella regione di Cherson ha invece parlato il capo dell’amministrazione militare della città di Krivyj Rih, Oleksandr Vilkul: “Ogni giorno veniamo a conoscenza di storie sempre più spaventose. Come lo stupro di una ragazza incinta di sedici anni e di un’anziana di 78 in un villaggio vicino al fiume Ingulets. Questi crimini non saranno mai perdonati”. In un recente discorso al parlamento lituano, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj ha parlato di “centinaia di vittime di stupro, comprese ragazze minorenni e bambini. Fa paura parlarne, ma è successo”.

Mosca, invece, non riconosce l’esistenza del problema. Il 5 aprile il ministro degli esteri Sergej Lavrov ha definito le informazioni sugli omicidi e gli stupri a Buča una “provocazione”.

La psiche annientata

Spesso le vittime di stupro non vogliono parlare di quello che hanno vissuto, soprattutto se non hanno ferite che richiedono cure mediche immediate, spiega Galjant. Poi aggiunge di essere certa che con il tempo le denunce aumenteranno. Oggi in Ucraina le vittime di violenza sessuale possono chiamare la polizia, contattare i centri per l’aiuto psicologico o l’ufficio del procuratore generale. Non ci sono statistiche ufficiali sugli stupri commessi dall’inizio del conflitto: gli psicologi, infatti, non possono condividere informazioni sui propri pazienti con i colleghi o con le agenzie governative, dice Galjant.

“La raccolta d’informazioni può richiedere molto tempo”, aggiunge Julija Gorbunova, ricercatrice di Human rights watch in Ucraina, che si occupa dei casi di violenza a Buča e a Brovary, vicino a Kiev. “In alcuni conflitti ci sono voluti mesi, perfino anni per portare alla luce la reale dimensione di questi crimini”.

“La struttura patriarcale della nostra società fa in modo che spesso le donne non vogliano ammettere di essere state violentate”, commenta Leonid Romanov, volontario che aiuta le rifugiate ucraine in Polonia. Qui l’aborto è consentito solo nel caso sia a rischio la vita della madre, così le donne ucraine che vogliono interrompere una gravidanza dovuta a uno stupro devono andare altrove.

Come ci ha spiegato Anna Prus, un’attivista di Varsavia, tra il 1 marzo e l’11 aprile 2022 novantanove cittadine ucraine incinte si sono rivolte all’ong internazionale Abortion without borders, che aiuta le donne polacche ad abortire all’estero. “Non chiediamo alle donne perché vogliano abortire, come siano rimaste incinte o da dove vengano”, sottolinea Anna. “Non abbiamo diritto a queste informazioni. A volte le persone ci raccontano quello che gli è successo, ma devono essere loro a voler condividere certi dettagli”.

Ekaterina Galjant sostiene che lo stupro compiuto in una zona di guerra può causare danni irreparabili: “Le persone che vivono una guerra hanno bisogno di aiuto psicologico. Il disturbo da stress post-traumatico si manifesta da tre a sei mesi dopo l’evento traumatico. Quel momento non è ancora arrivato: ora siamo nella fase acuta del problema. Che tutti gli ucraini abbiano bisogno di aiuto è fuor di dubbio. Ma chi, oltre ai danni della guerra, vive anche la violenza dello stupro, si ritrova con la psiche annientata”. ◆ ab

Mediazona è un sito d’informazione indipendente russo, fondato nel 2014 da Nadežda Tolokonnikova e Marija Alëchina, del collettivo femminista Pussy Riot. Dopo l’inizio della guerra i suoi giornalisti si sono trasferiti all’estero (Lituania, Turchia, Georgia, Repubblica Ceca), da dove continuano a lavorare.

Questo articolo è uscito sul numero 1457 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati