Sull’autobus proveniente dal porto la prima cosa che vedono i richiedenti asilo della Bibby Stockholm è un carro armato rivolto contro i loro finestrini oscurati. Il tragitto verso la città è disseminato di rottami di navi: ancore, un cannone, una mina navale. La vecchia base della marina britannica sull’isola di Portland, nel Dorset, è stata venduta negli anni novanta e da allora è gestita come porto privato dalla famiglia Langham che, a quanto pare, ha incassato 2,5 milioni di sterline (2,9 milioni di euro) dal ministero dell’interno per ospitare cinquecento persone sulla Bibby Stockholm, la prima chiatta del Regno Unito per richiedenti asilo.

L’accordo non è passato inosservato ai 13.400 abitanti di Portland. “Stanno guadagnando milioni e la città non riceve niente”, commenta Pete Rooper, ora consigliere comunale indipendente ma sindaco di Portland fino al maggio scorso. Informatico in pensione, 68 anni, Rooper vive qui da otto anni. È un kimberlin, come sono chiamati i forestieri.

Gli abitanti di Portland si sentono trascurtati dal governo

Il consiglio comunale è formato interamente da laburisti, con l’esclusione di cinque indipendenti. Ora deve reclutare guardie di sicurezza per le riunioni aperte al pubblico. Rooper ha ricevuto telefonate intimidatorie e i consiglieri comunali sono stati insultati nei supermercati. Delle lettere minatorie hanno avvertito le aziende locali di non offrire servizi alla chiatta.

Alcuni hanno accolto i primi arrivati con pacchi contenenti deodoranti, quaderni e fiori e hanno condannato il dormitorio galleggiante, definito dal sindacato dei pompieri una “potenziale trappola mortale” (progettato per 222 persone, ora ha 506 posti letto). Altri ne invidiano la palestra, l’assistenza medica e i pasti gratuiti. “Vivono come re”, dice un manifestante ai cancelli del porto. Pochi giorni dopo il ministero dell’interno ha cominciato a spostare temporaneamente le persone dalla chiatta, dopo aver individuato nel sistema idrico la legionella, il batterio che causa un’infezione polmonare.

Incontro Ali e Omar, 25 e 20 anni (i nomi sono di fantasia), a Weymouth, un paesino senza alcuna attrattiva sulla costa, dove folle di persone guardano gli spettacoli di marionette di Punch e Judy e fanno la fila per il tipico scivolo a spirale. Dopo aver passeggiato sulla spiaggia e aver telefonato alle loro sorelle, i due non hanno altro da fare. Non possono lavorare e ricevono 9,5 sterline (circa undici euro) alla settimana, non abbastanza per assaggiare il merluzzo in pastella o comprare un gelato (un cono costa 2,5 sterline). La seconda sera sulla chiatta hanno guardato Thor: love and thunder della Marvel e hanno mangiato pollo con mais e olive, cucinato da cuochi arabi che hanno ricevuto molte lodi. Indossano magliette, scarpe da ginnastica e pantaloni scuri troppo caldi per una giornata torrida, sono rasati di fresco e strizzano gli occhi in direzione del sole. Sono arrivati sei mesi fa dal Pakistan in aereo e hanno fatto richiesta d’asilo. Sono stati ospitati in hotel a Eastbourne e Bourne­mouth. Quando Omar, che a Bour­nemouth si sentiva un po’ a casa, si è rifiutato di andare via, il governo gli ha detto che “non aveva scelta”.

Entrambi fanno parte della minoranza ahmadiyya, colpita dalle leggi sulla blasfemia in vigore in Pakistan. Dopo aver fatto il poliziotto per tre anni, Ali è stato messo in carcere a causa della sua fede ed è stato lasciato per giorni senza mangiare né un cambio di vestiti. Omar ha dovuto interrompere i suoi studi in informatica. Hanno scelto il Regno Unito perché ci abitano dei cugini di Ali e perché c’è la comunità di riferimento degli ahmadiyya. “Permetteteci di lavorare, vogliamo pagare le tasse e aiutare l’economia”, dice Ali. “Ora non facciamo niente e voi pagate per tutto”. Omar racconta che “è difficile vivere sulla chiatta, non ci sono vie di fuga: guardi fuori dalla finestra e vedi solo acqua. Sembra pericolosa e vecchia. Le stanze sono piccole, somigliano alle celle di un carcere. Ma non siamo immigrati irregolari”. Gli abitanti di Portland li hanno soprannominati bargemen, “uomini della chiatta”.

Portland è collegata alla terraferma da una strada che costeggia una lingua di spiaggia ghiaiosa lungo Chesil Beach. La sua superficie è segnata dalle cave. La pietra dell’isola è stata usata per conferire uno stoicismo grigio-fango a pezzi del Regno Unito un po’ più amati di questo, come Buckingham palace e la cattedrale di St. Paul. Con questa pietra i detenuti vittoriani costruirono qui la loro prigione. Oggi ce ne sono due: un istituto di pena per minorenni e il Verne, che ospita persone condannate per reati a sfondo sessuale.

La Bibby Stockholm sembra fatta con i Lego. Definita floatel (albergo galleggiante) all’epoca della sua costruzione, nel 1976, ospitò i senza tetto ormeggiata ad Amburgo e gli operai delle piattaforme petrolifere in Scozia. Un algerino morì a bordo nel 2008, quando la nave era usata a Rotterdam per i richiedenti asilo.

È stata paragonata alla Hmp Weare, una nave prigione ancorata nel 1997 nello stesso punto. A Portland, dove ci sono alcuni dei quartieri più poveri del paese, negli ultimi cinque anni l’ospedale ha perso posti letto e reparti. I giovani sono costretti ad andarsene perché trovano solo lavori a basso reddito. “Alle persone ostili ai profughi”, interviene Philip Marfleet, un professore di 75 anni della vicina Poole, “diciamo di concentrarsi sul governo, responsabile di aver fatto a pezzi l’economia locale, e sui trent’anni di disinteresse per la vita degli abitanti del posto”. Marfleet fa parte dell’associazione Stand up to racism Dorset e ha studiato le cause del declino di Portland.

Partite di cricket

I volontari dell’associazione programmano passeggiate e partite di cricket per i nuovi arrivati. Inoltre sono stati stanziati due milioni di sterline (2,34 milioni di euro) per aiutare la contea del Dorset a garantire le provviste necessarie. Io però vedo due autobus della Bibby arrivare a Weymouth mentre vengono cancellate due corse consecutive del servizio locale, lasciando una fila di pensionati accaldati in attesa per più di un’ora alla fermata. Un tassista mi spiega che se i richiedenti asilo perdono l’autobus possono chiamare un numero che li mette in contatto con le compagnie locali. “Hanno tutto gratis, in uno dei posti più poveri del paese”, continua. “Degli idioti ubriachi potrebbero perdere le staffe. Ho detto al mio amico indiano di stare attento a non essere scambiato per un uomo della chiatta”.

Bob (il nome è di fantasia), 52 anni, ha lavorato trent’anni nella marina mercantile. Venne per la prima volta a Portland nel 1991, in licenza, e sa di cosa sono capaci gruppi numerosi di uomini senza nulla da fare. Ripete più volte un luogo comune sui musulmani diffuso nei gruppi online: che mancano di rispetto alle donne. Ma osserva che è improbabile che bevano. Ha il “terribile presentimento che se dovesse succedere qualcosa, sarà per colpa di un britannico. La comunità può distruggersi da sola. Queste sono solo munizioni”.

Come altri, ha messo in dubbio che le persone a bordo siano richiedenti asilo: “Dovrebbero fermarsi nel primo paese sicuro che raggiungono. Se ne vanno in giro come se dovessero fare shopping”. Le sue parole riecheggiano quelle di Lee Anderson, vicepresidente dei conservatori, secondo cui queste persone dovrebbero “andare affanculo, in Francia” e smettere di scegliere la destinazione preferita seguendo una “lista della spesa”.

Solo il 15 per cento delle richieste di asilo nel Regno Unito viene respinto. Ci sono però molte domande arretrate: attualmente il governo spende ogni giorno sei milioni di sterline per ospitare negli alberghi 50.546 richiedenti in attesa. Sono situazioni politicamente velenose, che provocano disordini e blocchi stradali. La Bibby Stockholm è la prima delle tre chiatte noleggiate da Londra come alternativa agli alberghi.

Dopo averla visitata insieme ad altri colleghi consiglieri, Rooper la definisce “sconvolgente” e “al limite del disumano”, ricordando i soffitti bassi, i corridoi angusti e l’acustica assordante. Un ex dipendente del porto avverte che nei paraggi non ci sono abbastanza mezzi dei pompieri in grado di raggiungere in tempo l’edificio galleggiante in caso di incendio. Inoltre è convinto che il suo sistema fognario non possa reggere a lungo.

Qualunque sia la loro posizione sulle migrazioni, gli abitanti di Portland si sentono trascurati dal governo. L’unica dichiarazione patriottica la sento dai nuovi arrivati. “Avete libertà, giustizia, persone gentili, posti di lavoro decenti, belle spiagge”, sorride Omar. “Voglio vivere qui la mia vita”. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1526 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati