Se lo scopo di Donald Trump era scatenare la collera del mondo arabo e rovinare ulteriormente l’immagine degli Stati Uniti nella regione, non avrebbe potuto fare di meglio. A Ramallah, Amman, Beirut, Il Cairo, Baghdad, Tunisi e Sanaa gli arabi sono scesi in piazza contro la decisione del presidente statunitense di riconoscere Gerusalemme capitale d’Israele. I manifestanti hanno bruciato alcune bandiere statunitensi e israeliane, e hanno scandito slogan che associavano i due paesi a Satana. Una reazione prevedibile, visto che la questione di Gerusalemme è al centro di rivendicazioni nazionali e convinzioni religiose in tutta la regione.
Ma la collera degli arabi è prima di tutto un’ammissione d’impotenza. Ed è questo il cuore del problema: gli arabi non hanno i mezzi per rispondere all’iniziativa statunitense. Bruciare bandiere o mostrare la moschea Al Aqsa come foto profilo sui social network non cambierà la situazione. Invitare alla lotta armata, lanciare razzi contro Israele, come ha fatto Hamas, non farà che rafforzare le convinzioni degli statunitensi e degli israeliani. E tenuto conto dei rapporti di forza tra le parti, avrà come unica conseguenza quella di spingere ulteriormente i palestinesi verso il baratro.
Gli arabi sono tenuti in scacco dalla loro debolezza e dalle loro divisioni. La loro voce non è presa in considerazione perché non hanno più un ruolo di primo piano nella regione. L’Iran, la Turchia, la Russia e gli Stati Uniti sono oggi le grandi potenze del Medio Oriente. I paesi arabi sono, nel peggiore dei casi, teatro di guerre civili o, nel migliore, troppo dipendenti dagli statunitensi per contrastare le loro decisioni. La Siria e l’Iraq sono devastati dalla guerra. La Giordania, l’Egitto e l’Arabia Saudita sono intimamente legati agli Stati Uniti, se non altro per questioni di sicurezza.
Strategie perdenti
Non sappiamo se Donald Trump credeva che i suoi alleati arabi, alle prese con i loro problemi, fossero pronti a fare concessioni sulla questione palestinese. In ogni caso non cambia granché. Il presidente statunitense sapeva che avrebbe potuto oltrepassare questa linea rossa, calpestando i suoi stessi alleati, e che questi non avrebbero potuto opporre altro che critiche verbali. La decisione di Trump ha come effetto principale quello d’indebolire la posizione degli stati che avevano scelto la strada della moderazione accantonando i discorsi più violenti. Gli iraniani e i loro alleati non aspettavano niente di meglio per far dimenticare le loro avventure militari nel mondo arabo e presentarsi come i principali difensori della causa palestinese. I gruppi sunniti più radicali, da parte loro, stanno già cercando di trarre profitto dalla decisione di Trump.
Con questa mossa Trump ha indebolito tutto il processo di normalizzazione dei rapporti tra i paesi arabi e lo stato ebraico. Innanzitutto perché sotterra ulteriormente la soluzione dei due stati. E poi perché mette i paesi arabi che hanno fatto, o che erano disposti a fare, la pace con Israele in una posizione insostenibile, dato che la loro opinione pubblica resta sensibile alla causa palestinese. C’è già chi sottolinea il fallimento della strategia diplomatica. La via della moderazione non ha fatto che rafforzare lo status quo e mortificare i palestinesi, il cui territorio continua a essere eroso dagli israeliani.
Ma occorre ripetere, soprattutto in un momento così teso, che la strategia alternativa ha avuto effetti ancora più nefasti. Le guerre arabe contro lo stato ebraico hanno avuto come principale conseguenza quella di permettere a Israele di aumentare il suo territorio a danno dei palestinesi. E nonostante i tentativi di presentarsi come l’unica resistenza legittima, negli ultimi decenni Hamas, Hezbollah o la Jihad islamica (tutti movimenti che continuano a sostenere la lotta armata) non hanno aiutato la causa palestinese.
Se vogliono davvero cambiare le cose, se vogliono essere all’altezza della causa palestinese, gli arabi non hanno altra scelta che esprimersi finalmente con una sola voce, che sia allo stesso tempo ferma e moderata. E l’obiettivo dovrebbe essere ottenere collettivamente la pace con Israele in cambio della creazione di uno stato palestinese nei confini del 1967.
Ma per questo è necessario che gli arabi superino le loro profonde divisioni, che siano capaci di sostenere le vittime siriane, irachene, yemenite, libiche, uccise il più delle volte dai “loro fratelli”, con lo stesso vigore che dimostrano per le vittime palestinesi. In caso contrario, la causa palestinese dovrà accontentarsi di restare semplicemente lo sfogo delle disgrazie del mondo arabo. ◆ ff
L’annuncio di Donald Trump ha suscitato reazioni emotive sulla stampa araba e palestinese. Il quotidiano libanese The Daily Star parla di “decisione disastrosa” che mette “gli interessi di un ‘amico’ davanti alla giustizia per i palestinesi e al parere della comunità internazionale”. Questo “atto di aggressione”, inoltre, dimostra “il vero disprezzo di questa amministrazione per la popolazione della regione e per tutti quelli che considerano la città santa non solo la capitale della Palestina, ma anche il centro del conflitto mediorientale”.
Su Arab news, giornale saudita in inglese, l’opinionista americano palestinese Ray Hanania scrive che “Trump sta mandando all’aria il vecchio tavolo su cui si svolgeva il finto gioco della pace in Medio Oriente”. Il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme innescherà nella regione “un’ostilità che diventerà la base del peggiore incubo per Israele”. Per questo, commenta Hanania, “invece di opporci alle azioni di Trump, forse dovremmo incoraggiarlo. Trasferite l’ambasciata. Riconoscete Gerusalemme. E poi sedetevi a guardare la regione che esplode di rabbia, ribolle di proteste e rifiuta lo stato di coma in cui la falsa promessa di pace l’aveva costretta”. L’editoriale del giornale Al Quds al Arabi sottolinea che la decisione di Trump dimostra la visione unilaterale di Washington: “Il trasferimento dell’ambasciata avrà l’effetto positivo di chiarire le cose. Completerà il quadro del sostegno cieco a Israele da parte dell’amministrazione Trump”.
Ramzy Baroud su Middle East Monitor scrive che la scelta di Trump è legata alla “tempesta politica” in cui si trova nel suo paese, caratterizzata da instabilità, polarizzazione e accuse. In questo contesto, concentrarsi su Israele è un modo per “unire i partiti statunitensi, il congresso, i mezzi d’informazione e molti americani, compresi quelli che formano la sua base politica”.
Il quotidiano di Ramallah Al Hayat al Jadida si concentra su Gerusalemme “il simbolo della Palestina”. “Senza Gerusalemme la Palestina non sarà altro che un punto su una mappa, senza radici né identità. Gerusalemme è la nostra profondità storica, civica e religiosa. Abbiamo chiesto e continuiamo a chiedere che Gerusalemme sia una città aperta a tutti i fedeli di tutte le religioni monoteiste. Ma Gerusalemme è soprattutto la capitale dello stato palestinese”. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1235 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati