Era lo scontro finale, il quindicesimo giorno del grande torneo di sumo di Nagoya, in Giappone. Dopo quattordici giorni e altrettante vittorie per ciascun lottatore, l’incontro del 18 luglio per il titolo era ancora più teso perché vedeva lo yokozuna (campione) Hakuhō impegnato contro l’ōzeki (livello inferiore al campione)Terunofuji che, dopo più di un decennio di dominio di Hakuhō, era considerato da molti l’astro nascente dell’antico sport giapponese.

Quando l’arbitro ha preso posizione sul dohyō (ring) di argilla rialzato, i due giganti hanno puntato i pugni a terra e, al segnale, si sono scagliati l’uno contro l’altro: in tutto, 320 chili di muscoli e grasso. Il campione ha spinto l’avambraccio sulla faccia di Terunofuji prima che questo gli infilasse la mano nel perizoma per tentare un lancio e, forte della sua esperienza di 1.187 vittorie in 84 tornei, ha fatto perdere l’equilibrio allo sfidante e con una presa al braccio lo ha mandato faccia a terra.

L’incontro è durato venti secondi. Hakuhō, 36 anni, era stato sconfitto varie volte nei sei tornei precedenti a causa di un infortunio al ginocchio, e questa vittoria finale prima del ritiro è servita a consacrare il suo posto tra i più grandi di tutti i tempi. Poco dopo il torneo, Terunofuji, 29 anni e 422 vittorie in 63 tornei, è diventato il 73° yokozuna nella storia del sumo, una discendenza che risale alla mitologia dell’ottavo secolo. Ancora più degno di nota è il fatto che questo nuovo grande campione sia il quinto a non essere nato nell’arcipelago giapponese, ma sui vasti altopiani della Mongolia. Hakuhō è stato il quarto.

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Senza sbocchi sul mare, la Mongolia è un paese di appena 3,3 milioni di abitanti, ma durante il festival di Naadam – una celebrazione annuale dei tre tradizionali sport mongoli: la lotta bokh, il tiro con l’arco e la corsa dei cavalli – si esibiscono fino a ventimila lottatori al giorno. Nel 2020 i lottatori professionisti di sumo attivi in tutto il Giappone erano 683.

Gli yokozuna, considerati il vertice della cultura del sumo, sono venerati più di ogni altra icona sportiva e perfino più delle star del cinema. Per il profondo rispetto che suscitano – e visti i compensi astronomici e i contratti di sponsorizzazione che li accompagnano – in Giappone i campioni di sumo sono dei veri eroi.

Dal 1999 un solo giapponese ha raggiunto il massimo grado nel sumo

Eppure, i tre yokozuna attivi tra il 2007 e il 2017 sono stati tutti mongoli. Nel 2007 l’Associazione giapponese di sumo, l’organismo che gestisce e controlla l’attività professionistica nel paese, dovette cancellare una prova d’idoneità per nuovi lottatori perché non aveva ricevuto nessuna candidatura, una situazione che si è ripetuta nel 2018.

Di fatto, dal 1999 un solo giapponese – Kisenosato Yutaka, nato nel 1986 – ha raggiunto il massimo grado nel sumo. Ma dopo aver vinto il suo primo torneo da yokozuna nel 2017 ha subìto un infortunio al muscolo pettorale, ha dovuto saltare otto tornei di fila per ragioni mediche e si è ritirato nel 2019.

Questa assenza dei giapponesi nel loro sport nazionale sfida la consuetudine di uno dei paesi più omogenei del pianeta. In Giappone, dove la nascita non conferisce automaticamente la cittadinanza, più del 98 per cento della popolazione è “nativa”. E forse non è sorprendente per un arcipelago che rimase deliberatamente isolato finché le navi da guerra statunitensi non lo costrinsero ad “aprirsi al commercio” a metà dell’ottocento. Tra il 1868 e il 2015 solo 581mila stranieri hanno ottenuto la cittadinanza giapponese. Per fare un confronto e inquadrare questo secolo e mezzo d’immigrazione, nel solo 2018 gli stranieri diventati cittadini statunitensi sono stati 756.800.

Inoltre, in Giappone la natalità è così bassa, e da così da tanto tempo, che più del venti per cento della popolazione ha superato i 65 anni e si prevede che entro il 2065 passerà dai circa 125 milioni di abitanti di oggi a 88 milioni. Non sorprende che il concetto di salvaguardia dell’identità nazionale sia profondamente radicato. Il governo ha infatti designato come tesori nazionali viventi molti maestri di arti e mestieri tradizionali, e finanzia iniziative per garantire la continuazione di tecniche antiche, dalla fabbricazione di spade a quella di strumenti musicali. Com’è potuto succedere, allora, che in un paese così attento a proteggere il suo ermetico patrimonio culturale alcuni agricoltori degli altopiani mongoli riescano a dominare lo sport nazionale da quasi vent’anni?

Gannyam Ganbold, 33 anni, proprietario della palestra Goldish nella capitale mongola Ulan Bator, è un ex lottatore di alto livello di sumo e di bokh. Ha vissuto in Giappone dal 2003 al 2006, allenandosi e partecipando a gare di sumo mentre frequentava il liceo a Fukushima.

Nel 2005 si piazzò al quinto posto nel campionato per dilettanti di tutto il Giappone con l’esclusione di Tokyo, e come molti altri lottatori di sumo mongoli attribuisce la sua abilità alla lotta tradizionale del suo paese.

“I campioni di bokh mongolo di solito sono figli di campioni”, dice Ganbold. “Tre dei cinque yokozuna mongoli erano figli di campioni di bokh. In Giappone ci sono bambini che crescono allenandosi continuamente al sumo, ma è la forza che fa la differenza”.

Gli allievi si svegliano alle cinque e prima dell’allenamento fanno le pulizie

I lottatori mongoli, insomma, hanno un vantaggio fisiologico, proprio come i corridori degli altopiani keniani, che grazie all’acclimatamento riescono ad assorbire ossigeno con maggiore efficienza a elevate altitudini. Se a questo si aggiunge uno stile di vita spartano – seguire le mandrie al pascolo, trasportare acqua, rompere il ghiaccio e spaccare la legna – e una dieta quasi esclusivamente a base di carne e latte, avete tutti i prerequisiti necessari, dice Ganbold, per trasformare i ragazzi in lottatori possenti, con cosce incredibili e un’enorme capacità polmonare.

Damdinbazariin Ganbold, detentore di un titolo al Naadam, parla di chi è nato in città come di “ragazzi da appartamento” che, senza l’esperienza e il duro lavoro della pastorizia, sono “deboli come agnelli rimasti orfani”. I medici probabilmente concorderebbero perché hanno accertato che, a causa del fortissimo inquinamento di Ulan Bator, gli abitanti della città hanno solo il 40 per cento della capacità polmonare di chi vive in campagna.

Zorig “Zorky” Ulaankhuu, un ex lottatore di bokh diventato istruttore di arti marziali miste, attribuisce le capacità dei mongoli al “sangue degli antenati”: il lascito di Gengis Khan e il fatto che molti ragazzi sono nati in famiglie di lottatori, in cui combatteva perfino il nonno del nonno. Colt Amborn, statunitense di 37 anni, lottatore freestyle e di judo, insegna lotta freestyle in Giappone. Il suo amore per il sumo, unito ad anni di pratica dell’altro grande sport di presa giapponese, il judo, gli ha insegnato ad analizzare gli incontri con uno sguardo particolarmente acuto. Dice che i mongoli nel judo usano spesso la mossa del “sollevamento del pompiere” (fireman’s carry), che consiste nel piegarsi sulle ginocchia e sollevare l’avversario sulle spalle: una tecnica comune nelbokh. Ma la maggior parte dei giapponesi “non lo fa nel judo, perché se non ti riesce l’avversario rimane sopra di te e ti ritrovi intrappolato in una posizione orribile”.

I mongoli hanno introdotto nuove tecniche e competenze anche nel sumo. Nel 2000 l’associazione giapponese di sumo ha aggiunto dodici nuove tecniche vincenti basate sulla lotta mongola, portando il totale a 82. Sono le prime aggiunte alle regole di questo sport dal 1960. La metà circa di queste tecniche si basa sulla presa, mentre le altre sono sgambetti, particolarmente utili per i lottatori di sumo mongoli, che spesso sono più bassi dei giapponesi. Con l’eccezione dei cinque grandi campioni mongoli, gli unici stranieri ad aver raggiunto il livello più alto del sumo sono due statunitensi, Akebono e Musashimaru, entrambi hawaiani di origine polinesiana.

Lottatori di sumo si allenano a Ulan Bator, Mongolia, 2016 (Taylor Weidman, LightRocket/Getty Images)

Altri lottatori stranieri hanno raggiunto il secondo grado più alto, quello di ōzeki, come il bulgaro Kotoōshū Katsunori, l’estone Baruto Kaito, il georgiano Tochinoshin Tsuyoshi e lo statunitense Konishiki Yasokichi. Ci sono stati anche due ōzeki di etnia mista (hafu): il coreano-giapponese Maenoyama Tarō negli anni settanta e, attualmente, il filippino-giapponese Takayasu Akira. Il che fa sorgere una domanda: se non è necessario essere giapponesi e se, come sembra, non ci sono abbastanza giapponesi interessati a impegnarsi in questo sport per sostenerlo, perché così pochi stranieri lo praticano?

Anni di allenamento

Molto prima di azzardarsi perfino a sognare di diventare uno yokozuna, i lottatori devono sopravvivere ad anni di allenamento in una heya (scuola di sumo). La vita del novizio è dura, massacrante e quasi monastica, il che scoraggia i giovani giapponesi (per i mongoli appena arrivati dagli altopiani, invece, la vita in una heya giapponese può sembrare una conquista). “Forse ci sarebbero più stranieri nel sumo se non fosse necessario investire tanto tempo, partendo dal basso, come apprendista, vivendo in una heya e sgobbando per farsi strada”, dice Amborn. Forse i giocatori di football americano o gli olimpionici della lotta freestyle potrebbero essere addestrati a combattere nel sumo, dice, proprio come hanno imparato a competere nelle arti marziali miste, “ma non parlerebbero la lingua e non sarebbero disposti a vivere in un dormitorio cucinando, facendo le pulizie e servendo i loro superiori” per anni prima di poter gareggiare.

Finché non guadagnano un grado vincendo un honbasho (torneo professionale di sumo), i lottatori devono vivere nella scuola, e ogni aspetto della loro vita è stabilito dagli allenatori. “Il sumo non consiste solo nel vincere”, dice Amborn. “È cultura, tradizione e rituali”.

Nella scuola gli allievi, di solito una decina o poco più, si svegliano alle cinque e prima di cominciare l’allenamento del mattino fanno le pulizie e il bucato per i più anziani. I lottatori non fanno colazione, perciò le prime ore di allenamento si svolgono a stomaco vuoto.

Hakuhō durante il dohyō-iri, il rito di purificazione che si fa quando si sale sulla pedana, Osaka, 2019 (The Asahi Shimbun/Getty Images)

Nonostante la corporatura enorme, fanno le spaccate seguite dallo shiko, una specie di squat in cui sollevano in alto una gamba facendola ricadere a terra, e poi ripetono lo stesso movimento con l’altra gamba. Questo esercizio è ripetuto più e più volte, fianco a fianco, per aumentare la forza muscolare e la flessibilità. Si allenano a combattere e fanno esercizi di spinta, lanciandosi ripetutamente addosso all’avversario, fino a crollare esausti. Saltano la colazione per essere certi di non vomitare durante l’allenamento. Il primo pasto della giornata di solito è intorno alle 11, e le porzioni sono sovrumane. Segue un riposino.

È una vita che richiede più disciplina di quanto molti riescano a sopportare e non si tollerano disavventure extracurriculari. I lottatori di sumo che finiscono nei guai sono sospesi, com’è successo al mongolo Harunafuji dopo una rissa in un bar e al suo compatriota Asashōryū, ripetutamente sanzionato per comportamenti antisportivi e infine espulso perché scoperto a giocare per beneficenza in una partita di calcio in Mongolia mentre era in congedo per malattia dal torneo di sumo. Nel 2011 nove lottatori sono stati costretti a ritirarsi perché implicati in una truffa per truccare gli incontri.

Ma per i mongoli che hanno la stoffa per farcela, il sumo offre la possibilità di diventare ricchi e famosi. L’allenatore Dandar Jamsran ha mandato in Giappone molti dei suoi giovani lottatori di bokh, di solito tra i 15 e i 16 anni.

Jamsran dice che in Mongolia non esiste una vera e propria preparazione al sumo, ma una volta selezionati i ragazzi li fa lanciare l’uno contro l’altro più volte, come nel sumo, per rafforzare gambe e schiena. Li incoraggia anche a mangiare il più possibile per mettere su peso. “Per noi mongoli”, dice Jamsran, “c’è la responsabilità aggiuntiva di rappresentare il nostro paese”.

Da sapere
Cambiare con la società

◆ Dopo essersi ritirato nel settembre 2021, il campione Hakuhō è diventato l’oyakata (maestro) di una heya (scuola di sumo), come molti lottatori prima di lui. Per diventare un maestro bisogna essere cittadini giapponesi e Hakuhō lo è diventato due anni fa. “Ma perché”, scrive il giornalista sportivo del Mainichi Shimbun Takashi Takiguchi, “in uno sport in cui la presenza straniera è in aumento, la nazionalità dev’essere un prerequisito per la carriera di oyakata?”. Nell’aprile 2021 è uscito il rapporto del gruppo di esperti creato nel 2019 dall’associazione giapponese di sumo per studiare delle proposte su come mantenere la tradizione, aumentando allo stesso tempo l’interesse per lo sport all’estero. Il documento accenna al ruolo degli “anziani, responsabili di avviare i giovani lottatori sulla via dello sport nazionale”, che devono avere “una comprensione profonda degli aspetti tipici della cultura e della tradizione giapponesi” ed essere “profondamente radicati in Giappone”, una condizione simbolicamente e sostanzialmente espressa al meglio nella nazionalità. Ma, commenta Takiguchi, come conciliare queste affermazioni con il fatto che i campioni di sumo sono sempre più spesso stranieri? Il desiderio di preservare la tradizione è comprensibile, continua il giornalista, ma in quanto sport nazionale il sumo dovrebbe seguire i cambiamenti di una società sempre più eterogenea.


Eccesso di emozioni

Perfino gli yokozuna mongoli, così ben integrati da sposare ragazze giapponesi e in alcuni casi ottenere addirittura la cittadinanza, non saranno mai davvero giapponesi. E ci sono regole precise che lo garantiscono, a partire dalle quote. Gli yokozuna stranieri possono aver salvato il sumo dall’estinzione negli ultimi vent’anni, ma ogni scuola del paese può avere un solo lottatore non giapponese.

Anche altri sport professionistici in Giappone hanno limiti simili: le squadre di hockey possono avere solo due stranieri in campo contemporaneamente, e lo stesso vale per i giocatori di football americano. Le squadre di baseball posso ingaggiare tutti gli stranieri che vogliono, ma possono averne solo quattro nella rosa di 25 giocatori. La lega calcio giapponese il giorno della partita impone alle squadre un massimo di quattro giocatori occidentali, ma possono averne un quinto se è originario di un altro paese asiatico. Allo stesso modo, le squadre di basket giapponesi sono autorizzate ad avere un massimo di tre giocatori occidentali, ma possono ingaggiare un quarto straniero se è asiatico.

Hiroyuki Imamura, un dottorando in antropologia culturale all’università di Sokendai, studia le arti marziali come componente della cultura nazionale. Dice che la maggioranza dei giapponesi, “fatta eccezione per i nazionalisti fanatici e gli estremisti di destra”, non ha nulla contro i mongoli. I mezzi d’informazione, aggiunge, influenzano molto l’atteggiamento dei tifosi giapponesi nei confronti dei lottatori mongoli. “Quando Asashōryū o Hakuhō hanno creato problemi all’associazione giapponese di sumo, sui mezzi d’informazione sono uscite cose come: ‘I lottatori di sumo mongoli sono accettabili per la cultura giapponese? Forse no!’”, racconta.

L’associazione di sumo è stata spesso scontenta del livello di emotività mostrato da alcuni atleti mongoli. “Asashōryū assumeva spesso un’espressione truce prima di cominciare a combattere e mostrava la sua felicità dopo una vittoria”, spiega Imamura. “Secondo l’associazione di sumo un campione così espressivo è intollerabile, perché per loro lo yokozuna ideale è calmo, dignitoso e non fa trapelare i suoi sentimenti”. Prima dei suoi incontri, Hakuhō ostentava spesso emozioni forti che riflettevano la ferma volontà di distruggere l’avversario. Quando vinceva, si concedeva un grido celebrativo o un accenno di danza della vittoria. Quando ha sconfitto Terunofuji, Hakuhō ha fatto un largo sorriso e colpito l’aria con il pugno. “La cultura ha bisogno di evoluzione e rivoluzione”, dice Imamura. “Le tecniche di lotta e la mentalità straniere costringono la nostra associazione tradizionalista a ripensare il sumo in termini di tecniche, filosofia e pedagogia”.

Il mongolo Narantsogt Davaanyamyn – conosciuto nel sumo con il nome di Sadanohikari Shinta – ha 25 anni e cerca di salire di livello fin da quando è arrivato in Giappone, una decina d’anni fa. Ha la sensazione che i tifosi giapponesi “accettino gli yokozuna mongoli perché sono capaci, di talento e rispettano le regole. Persone che lavorano sodo e diventano campioni. Non ci sono pregiudizi. Ci sono molti fan e una buona parte di pubblico che tifa per i lottatori di sumo stranieri”. E aggiunge: “Per i grandi appassionati credo che i mongoli non siano affatto un problema. Grazie ai mongoli il sumo può sopravvivere nella cultura popolare giapponese”. ◆ gc

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Questo articolo è uscito sul numero 1445 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati