Il declino della democrazia turca è diventato un tema di cui si parla molto, e a ragione. La Turchia è il paese con più giornalisti in carcere per motivi legati al loro lavoro, e molti intellettuali che hanno criticato il modo in cui il governo ha affrontato la “questione curda” sono sotto processo. Ma di recente i mezzi d’informazione hanno individuato un’altra allarmante tendenza: l’esodo dalla Turchia. Con il fallito colpo di stato del 2016, la conseguente repressione e i tentativi del presidente Recep Tayyip Erdoğan di consolidare il suo potere, sembra che molti turchi si stiano trasferendo all’estero per rifarsi una vita. Secondo alcuni si tratta di una “nuova ondata” di profughi.

La realtà è più complessa. È troppo presto per parlare di “esodo”. Molti concetti legati alle migrazioni, come quello di profugo, sono spesso usati a sproposito, mentre i “flussi” di persone vengono di frequente esagerati. Detto questo, le statistiche e le testimonianze di chi è partito e di chi è rimasto mostrano comunque segnali allarmanti. A causa della crescente polarizzazione degli ultimi anni alcuni segmenti della società turca sono stanchi di vivere nel proprio paese. Molti sostenitori dell’opposizione ritengono che lo stato di diritto sia costantemente indebolito, che le elezioni siano truccate, che uno strisciante islamismo stia sostituendo la laicità (soprattutto nell’istruzione) e che il loro stile di vita sia in pericolo. Finché questa disaffezione durerà, sembra inevitabile che l’emigrazione dalla Turchia all’occidente continui. E un costante flusso verso l’estero di cittadini privilegiati e istruiti potrebbe rappresentare una significativa fuga di cervelli, con profonde conseguenze a lungo termine per la società e l’economia della Turchia.

Tutti i colpi di stato militari che si sono susseguiti in Turchia hanno provocato un aumento dell’emigrazione, e quello del 2016 non ha fatto eccezione. Ma l’emigrazione era cominciata già prima del tentato golpe. Anche se è molto difficile stabilire esattamente quanti cittadini turchi sono emigrati per motivi politici, che sia prima o dopo il 2016, è certo che sono molti. Alcuni mezzi d’informazione sostengono che più di mille cittadini turchi abbiano chiesto asilo politico in Grecia. In Germania circa seicento alti funzionari turchi hanno presentato richiesta d’asilo. Alcune fonti hanno fornito le cifre complessive dei flussi migratori dalla Turchia all’Europa negli ultimi cinque anni: 17mila persone verso il Regno Unito, settemila verso la Germania e cinquemila verso la Francia. Diversi esperti sottolineano che molte persone non sono ancora partite, ma stanno pensando di farlo.

Ma chi sono quelli che se ne sono andati? La Turchia è davvero di fronte a una “fuga di cervelli”? Nonostante la profonda polarizzazione del paese, il golpe del 2016 ha incontrato la resistenza di tutti i settori della società. È stato il primo tentativo di colpo di stato nella storia della Turchia contemporanea a essere sventato da gruppi di cittadini scesi in strada, mentre i militari laici sono rimasti fedeli al governo. Eppure in Turchia la vita non è più tornata alla normalità.

Il tentato golpe ha provocato un trauma che è difficile da capire all’estero, ma che è una delle principali ragioni di questo presunto esodo. Il governo ha usato il tentato colpo di stato come pretesto per imporre uno stato d’emergenza perpetuo, approfittandone per reprimere l’opposizione democratica. L’impotenza del parlamento, la mancanza di controllo giudiziario e il discusso referendum del 2017 per aumentare i poteri del presidente, vinto da Erdoğan con uno strettissimo margine, sono tutti elementi che hanno scoraggiato molti turchi al punto da spingerli a emigrare.

Sulla tv turca sono frequenti le pubblicità di agenzie che offrono i cosiddetti visti dorati

Gli emigranti che fanno più notizia sono golpisti che cercano rifugio in paesi come la Grecia. Le loro richieste d’asilo hanno provocato gravi tensioni tra Atene e Ankara. Secondo alcuni bisogna distinguere tra queste persone e le altre che stanno lasciando il paese: tra gli emigrati ci sono molto probabilmente persone che facevano parte del movimento gülenista, accusato di aver organizzato il tentato golpe, mentre altre non hanno alcun legame con il gruppo.

In realtà i vertici del movimento gülenista avevano cominciato a lasciare il paese molto prima del colpo di stato, quando il loro rapporto con il Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) di Erdoğan mostrava le prime crepe. Ora alcuni di quelli che sono rimasti stanno cercando di partire, talvolta ricorrendo a misure disperate: alla fine del 2017 una famiglia è annegata nel Mediterraneo.

Anche altri gruppi sono sotto pressione. Dopo che più di mille studiosi sono stati accusati di terrorismo per aver firmato una petizione che chiedeva la fine delle operazioni militari contro i curdi nella Turchia sudorientale, molti firmatari hanno fatto domanda per una borsa di studio o hanno trovato lavoro all’estero. Si calcola che 698 di loro si siano rivolti alla rete internazionale Scholars at risk per trovare degli incarichi studiosi temporanei altrove. Alcuni di questi accademici hanno anche fatto richiesta di asilo politico all’estero, dal momento che i loro passaporti erano stati revocati.

Molti laureati laici e della classe media stanno cercando opportunità di lavoro all’estero. Alcuni cittadini ricchi acquistano proprietà immobiliari in Spagna, Portogallo e Grecia per ottenere permessi di soggiorno europei. Sulla tv turca è ormai frequente vedere pubblicità di agenzie che offrono i cosiddetti visti dorati (concessi a chi fa investimenti immobiliari). I visti dorati forniscono ai privilegiati un modo sicuro di lasciare il paese. Alcuni trovano lavoro all’estero prima di partire, altri tastano il terreno con brevi soggiorni.

Man mano che cresce, la diaspora turca riflette sempre di più i conflitti in corso in Turchia. Questo crea non poche complicazioni. Molti di quelli che sono partiti preferiscono non occuparsi di politica e cercare di voltare pagina. Ma non è facile per i gülenisti, spesso emarginati dalla diaspora. Molti gruppi d’opposizione ricordano il modo in cui i gülenisti li perseguitavano quando erano ancora in buoni rapporti con il governo.

In ogni caso è fondamentale che i mezzi d’informazione non dimentichino i dissidenti che restano in Turchia. Stanno resistendo allo stato di emergenza, spingendo al contempo il governo a revocarlo e a restaurare i princìpi democratici. Le loro storie contano, anche perché sono queste persone che hanno le maggiori possibilità di spingere il loro paese verso un futuro più democratico. ◆ ff

Bahar Baser _ ed Emre Eren Korkmaz _ sono due ricercatori turchi che lavorano nel Regno Unito.

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Questo articolo è uscito sul numero 1244 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati