Un pastore evangelico predica davanti a una decina di persone in una piccola stanza di una comunità che vive su una delle montagne intorno a Tegucigalpa. Chiede rassegnazione cristiana. Non sembra esserci spazio per la gioia o la speranza. Il pastore, infatti, non è in grado di rispondere alla domanda che si fa tutta la comunità: perché? Ragazzi e ragazze con gli occhi arrossati dal pianto, alcuni con una birra in mano, si lamentano, lanciano maledizioni, cercano vendetta. I perché riguardano il cadavere di una studente di 19 anni, vegliata nel sobborgo di Villanueva, a est della capitale dell’Honduras.

Kimberly Dayana Fonseca è stata la prima vittima del coprifuoco. Alle undici del 1 dicembre un agente della polizia militare ha sparato colpendola alla testa. Mezz’ora prima un ministro del governo aveva annunciato in tv che il coprifuoco sarebbe entrato in vigore quella sera stessa. A quattrocento metri dall’ingresso della comunità un gruppo di ragazzi aveva subito costruito una barricata che impediva il passaggio alle auto. Protestavano contro la rielezione del presidente Juan Orlando Hernández (Partido nacional, conservatore) e denunciavano brogli elettorali, come hanno fatto in tutto il paese centinaia di migliaia di persone la notte del 26 novembre, dopo le elezioni presidenziali. Il 1 dicembre è stata la giornata più violenta dall’inizio di questa crisi e ha segnato la militarizzazione del paese.

“Era andata a cercare il fratello per avvisarlo del coprifuoco. Si è fermata a parlare con un amico quando è arrivata la polizia militare. Ho sentito gli spari fino a qui, sembrava una guerra”, dice Yolanda Barahona, la nonna di Kimberly. Anche lei si fa molte domande. Perché non hanno sparato gas lacrimogeni, invece di pallottole? Perché non hanno usato gli idranti? Perché non hanno usato proiettili di gomma? Perché non hanno dato a tutti il tempo di venire a sapere che era entrato in vigore il coprifuoco?

Erano passati pochi minuti dall’omicidio di Kimberly Dayana Fonseca, quando il presidente Juan Orlando Hernández è ricomparso in pubblico dopo alcuni giorni di assenza. Ha detto che diversi gruppi evangelici e imprenditoriali gli avevano chiesto d’imporre il coprifuoco per fermare i saccheggi contro le proprietà pubbliche e private. L’Honduras attraversa la crisi politica più grave dal colpo di stato del 2009, che depose il presidente Manuel Zelaya.

La Mesa nacional per i diritti umani parla di due morti e decine di feriti dalla mattina del 30 novembre e accusa le forze dell’ordine, soprattutto la polizia militare e l’esercito, di un uso eccessivo della forza. “È diventato terrorismo di stato”, si legge nel comunicato dell’organizzazione, che denuncia anche l’arresto arbitrario di centinaia di manifestanti.

La crisi è scoppiata perché dopo le presidenziali del 26 novembre non è stato dichiarato nessun vincitore. Davanti al sospetto di brogli da parte del tribunale supremo elettorale (Tse), l’Alianza de oposición contra la dictadura (la coalizione di opposizione formata da partiti di centrosinistra) e il suo candidato, Salvador Nasralla, si sono proclamati vincitori e vittime di brogli. Il Tse è favorevole al governo e al suo interno l’opposizione non è rappresentata. Il passaggio dalle proteste alle violenze è stato rapido. La mattina del 30 novembre migliaia di giovani stavano manifestando davanti all’Instituto nacional de formación profesional (Infop), dove sono custoditi i verbali delle elezioni, quando si sono presentati l’ex presidente Zelaya e Nasralla. Zelaya ha invitato i manifestanti a unire le forze per entrare nell’edificio. I ragazzi, incitati dal loro leader, si sono lanciati contro l’enorme portone sorvegliato dai poliziotti militari. Ci sono stati lanci di gas lacrimogeni da una parte, di pietre e bottiglie dall’altra. E tutto è andato in frantumi.

Un paese militarizzato

Lo stesso giorno a Tegucigalpa sono scese in piazza persone incappucciate armate di bastoni. Hanno rotto vetri, bloccato strade, bruciato le stazioni del Metrobús che il comune di Tegucigalpa non ha mai aperto. La folla ha minacciato e attaccato i giornalisti, e ha preso d’assalto e saccheggiato i negozi dei dintorni. La protesta è esplosa in tutto il paese. A San Pedro Sula sono stati saccheggiati interi centri commerciali. I manifestanti hanno chiuso le strade, hanno paralizzato tutto il paese al grido di “fuori Joh”, lo slogan dell’opposizione, in riferimento al presidente che cerca di essere rieletto: Juan Orlando Hernández.

Da sapere
Elezioni e proteste

◆ Il 26 novembre 2017 in Honduras si sono svolte le elezioni presidenziali. I due candidati erano ** Juan Orlando Hernández**, presidente uscente del Partido nacional (destra) e Salvador Nasralla, della coalizione Alianza de oposición contra la dictadura (centrosinistra). La costituzione vieta la rielezione del presidente, ma nel 2015 la corte suprema ha autorizzato la candidatura di Hernández per un secondo mandato. Nasralla, inizialmente in vantaggio, ha denunciato irregolarità nel sistema di conteggio dei voti e ha invitato i suoi sostenitori a protestare. Il governo ha risposto decretando il coprifuoco. Il 4 dicembre centinaia di poliziotti si sono rifiutati di far rispettare il coprifuoco.


Davanti all’Infop, il fotografo Fred Ramos è stato testimone di una scena emblematica: “Un uomo è arrivato su un motorino senza targa e si è diretto contro una colonna di poliziotti che proteggeva la porta di accesso all’istituto. Ero a poche centinaia di metri e l’ho visto arrivare. Ha sparato quattro o cinque colpi, poi ha cercato di fuggire, ma un gruppo di manifestanti l’ha circondato e ha cominciato a insultarlo. Qualcuno si è fatto strada tra la folla e ha detto: ‘Lasciatelo andare, è uno di noi’. E l’uomo sul motorino se n’è andato”.

Salvador Nasralla ha accusato il governo di essersi infiltrato nelle proteste dell’opposizione per scatenare il caos e giustificare la militarizzazione del paese. Lo ha definito “un colpo di stato”. C’è chi invece pensa che il caos faccia comodo a molti. In un paese violento con alti indici di criminalità, più di un opportunista è sceso in piazza. Il 1 dicembre nella caserma di polizia del centro di Tegucigalpa c’erano una cinquantina di detenuti. Erano quasi tutti accusati di saccheggio, che per la legge honduregna (modificata quest’anno) è un atto di terrorismo. Quindi chi ruba un televisore al plasma riceve una pena più lunga di chi è giudicato colpevole di corruzione.

“Alcune persone sono morte senza motivo”, dice il magistrato del tribunale supremo elettorale Marco Ramiro Lobo. “Se avessimo fatto le cose come si deve, niente di tutto questo sarebbe successo”.

Ma il tribunale non ha agito nel modo giusto. Più di una settimana dopo il voto l’Honduras non conosce ancora i risultati definitivi delle elezioni. I due candidati si sono proclamati presidenti (Hernández e Nasralla) ma neanche uno è entrato in carica, perché dal giorno delle elezioni Hernández e i suoi principali collaboratori hanno parlato solo ai loro sostenitori.

“È impossibile distinguere se a parlare è il presidente o il candidato. Per questo la costituzione honduregna vieta la rielezione del presidente: considerando la debolezza istituzionale del paese, c’è il rischio che si verifichino abusi di potere. Il coprifuoco ne è una dimostrazione”, dice Hugo Noé Pino, docente universitario ed ex direttore dell’Istituto centroamericano di studi fiscali.  Il Tse ha sospeso il conteggio dei verbali di voto che richiedono un controllo specifico, perché l’Alianza de oposición non ha mandato dei rappresentanti come osservatori. L’opposizione ha deciso di non collaborare per protestare contro la decisione del tribunale di non procedere al controllo di altre cinquemila schede, che corrispondono a un quarto dei voti e che secondo Nasralla sono stati alterati durante una delle varie interruzioni nel sistema di trasmissione dei dati elettorali.

“Ci sono molti sospetti di brogli”, ammette Lobo. “Prima il silenzio del tribunale. Poi la sospensione dello scrutinio la notte delle elezioni e il giorno dopo. Infine ci sono state due interruzioni del sistema di trasmissione dei dati elettorali di cinque ore ciascuna. Il resto del tempo il sistema ha funzionato a intermittenza. La tendenza iniziale, che dava Nasralla in vantaggio, si è invertita dopo una di queste interruzioni”.

Di fronte a questa situazione viene da chiedersi: perché sfocia nella violenza e nella militarizzazione l’atto supremo della democrazia, le elezioni, in un paese a cui da decenni la comunità internazionale promette la democrazia come soluzione? Dov’è la comunità internazionale ora che questa promessa sembra essere stata disattesa?

L’analista e professore Víctor Meza, che è stato ministro nel governo di Manuel Zelaya, dice: “È una vergogna contare i voti con il coprifuoco in vigore. Che razza di democrazia è questa?”. ◆ fr

Carlos Dada _ è un giornalista salvadoregno. Ha fondato il giornale online El Faro_.

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Questo articolo è uscito sul numero 1234 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati