L’hashtag #SaveGhouta ha sostituito quello #SaveAleppo della fine del 2016. Più di un anno dopo la caduta della seconda città del paese, la Ghuta orientale è il nuovo obiettivo del regime, che vuole riconquistare tutta la Siria. Deciso ad affrontare una volta per tutte uno degli ultimi bastioni ribelli, alle porte di Damasco e sotto assedio dal 2013, il regime siriano prosegue la sua sanguinosa campagna in vista di un’offensiva terrestre.
Le forze di Bashar al Assad, aiutate dal potente alleato russo, stanno usando la stessa strategia che gli aveva permesso nel dicembre del 2016 di riconquistare i quartieri orientali di Aleppo, caduti nelle mani dei ribelli quattro anni prima. Dal 5 febbraio la regione agricola a est di Damasco vive sotto i bombardamenti dell’esercito. Il bilancio più recente dell’Osservatorio siriano per i diritti umani parla di 296 civili morti tra il 18 e il 21 febbraio, compresi 71 bambini, e più di 1.400 feriti. “È lo stesso scenario visto ad Aleppo. Lo stesso schema, lo stesso stile”, si lamenta Abu Ahed, un medico del pronto soccorso di Kfar Batna, un paese a meno di dieci chilometri da Duma, contattato tramite WhatsApp.
Come durante l’offensiva di Aleppo, il regime bombarda senza tregua le città ribelli della Ghuta, mirando alle infrastrutture mediche e ai quartieri residenziali e usando tutte le armi a sua disposizione. Nel giro di quarantott’ore sono stati bombardati sei ospedali: tre sono ormai fuori uso e due operano in modo parziale, ha indicato il 20 febbraio Panos Moumtzis, il coordinatore regionale degli affari umanitari dell’Onu per la Siria. Siraj Mahmoud, portavoce del gruppo di soccorritori volontari noto come Caschi bianchi, contattato via Telegram testimonia: “Gli aerei da guerra sono sempre in volo e nessun villaggio della regione è al riparo dai bombardamenti”. L’Osservatorio siriano per i diritti umani ha denunciato che il 20 febbraio, per la prima volta in tre mesi, anche l’aviazione russa ha bombardato la zona.
A fine gennaio Damasco era stata accusata di aver usato più volte armi chimiche nella Ghuta, in particolare il cloro. Lo aveva fatto anche ad Aleppo, una prima volta nel 2013, poi nell’agosto del 2016, qualche giorno dopo che i ribelli avevano rotto il primo assedio della città.
Fino al mese scorso le testimonianze provenienti dalla Ghuta denunciavano la carenza di farmaci, di cibo e di acqua. Ma l’attacco in corso rischia di causare un nuovo disastro umanitario. Circa 400mila persone sopravvivono da quattro anni in un’area di trenta chilometri quadrati. Nei quartieri orientali di Aleppo, che hanno una superficie di 45 chilometri quadrati, durante l’offensiva del regime vivevano 250mila persone, ma queste stime erano state riviste al ribasso quando gli abitanti erano stati allontanati dalla città, in seguito alla firma di un accordo tra la Turchia, sostenitrice dei ribelli, la Russia e l’Iran, alleati del regime.
Sui social network e tra gli attivisti che raccontano gli sviluppi nella Ghuta, il ricordo di Aleppo è sempre presente. Circolano le stesse foto e gli stessi filmati di cadaveri stesi nei corridoi, di soccorritori che cercano di estrarre le vittime dalle macerie, e gli stessi vani appelli dei medici, il cui numero si è drasticamente ridotto, alla comunità internazionale. L’opposizione siriana in esilio ha denunciato “una guerra di sterminio” e “il silenzio internazionale” di fronte ai “crimini” del regime di Assad.
La posta in gioco
Il 20 febbraio l’Onu ha dichiarato che i bombardamenti sui civili “devono cessare immediatamente”. L’Unicef ha pubblicato un comunicato in bianco, con la frase: “Nessuna parola renderà giustizia ai bambini uccisi, alle loro madri, ai loro padri e ai loro cari”. La Francia ha denunciato una “grave violazione del diritto umanitario”, esortando l’Onu a imporre una tregua. Attraverso l’ambasciatore all’Onu, Mosca ha affermato che la proposta di una “tregua umanitaria” di un mese avanzata da Panos Moumtzis non è realistica, dando a Damasco il via libera per l’uso della forza. Come nel 2016, la comunità internazionale sembra impotente. Il regime e il suo alleato sono decisi a risolvere la questione con la forza, mentre le potenze occidentali si accontentano, ancora una volta, di ricorrere debolmente alle loro leve diplomatiche.
La riconquista di Aleppo, la seconda città del paese, aveva permesso al regime siriano di distruggere le ultime speranze di vittoria dei ribelli. A quel punto, Assad non poteva più perdere la guerra. Ma il leader siriano vuole una vittoria totale, senza passare per un compromesso politico che lo costringa a riconoscere una certa legittimità ai ribelli. È questa la principale posta in gioco nella battaglia della Ghuta: indebolire ancora di più i ribelli sul campo di battaglia per mettere a tacere le loro rivendicazioni politiche e affossare qualsiasi processo di pace.
◆ Il 20 febbraio 2018 centinaia di combattenti alleati del governo siriano sono entrati ad Afrin, la provincia nel nordovest della Siria controllata dai curdi e da un mese bersaglio di un’offensiva condotta dalla Turchia. L’avanzata del convoglio è stata bloccata dall’artiglieria turca. Il giorno precedente l’agenzia di stampa ufficiale siriana Sana aveva annunciato che l’esercito sarebbe andato a sostenere i combattenti curdi per “difendere la sovranità siriana”. Ankara ha avvertito che l’intervento siriano ad Afrin potrebbe essere “un disastro”. Il giornale siriano di opposizione Enab Baladi sottolinea “l’alleanza di fatto tra le forze del regime e i curdi”. Il quotidiano panarabo **Al Quds al Arabi **ricorda che la Russia, principale sostenitrice del presidente siriano Bashar al Assad, si è ufficialmente schierata contro questa alleanza, e ne evidenzia la fragilità: “Uno dei principali ostacoli al patto tra Damasco e i curdi riguarda il livello di autonomia lasciato ai curdi” in futuro. È per questo, nota il quotidiano, che Damasco vuole evitare di fornire ai curdi armi pesanti che poi resterebbero nelle loro mani.
Gli ultimi sviluppi ad Afrin non porteranno necessariamente a uno scontro tra la Siria e la Turchia, scrive Wladimir van Wilgenburg su Middle East Eye, ma potrebbe avere “conseguenze importanti per il conflitto siriano e i rapporti di potere nella regione”. In particolare potrebbe portare a un accordo in cui i curdi accettano di cedere in parte il controllo del territorio all’esercito siriano. Questo porterebbe Ankara a ritirarsi dalla Siria, ma lascerebbe i curdi ad affrontare la pressione di Damasco.
Paul Iddon su Al Araby al Jadid ricorda che se aiutare i curdi ad Afrin rientra negli interessi immediati di Assad, a dicembre lo stesso presidente aveva definito i combattenti curdi “traditori” per essersi alleati con gli Stati Uniti nella guerra contro il gruppo Stato islamico. Per Assad, quindi, ci sono i “curdi buoni”, che combattono ad Afrin, e i “curdi cattivi”, che collaborano con Washington.
La vittoria del regime ad Aleppo aveva convinto i ribelli a partecipare ai negoziati promossi da Mosca, Ankara e Teheran ad Astana, in Kazakistan, che avevano portato alla creazione di alcune zone di contenimento del conflitto, tra cui la Ghuta. I due gruppi ribelli più potenti attivi in quest’area, Jaysh al islam e Failaq al Rahman, d’ispirazione jihadista, erano stati invitati ai negoziati a Soči e ad Astana. Ora accusano Mosca di voler “affossare il processo politico”. Le zone di contenimento per Damasco e Mosca significavano questo: permettere ai loro soldati di lanciare offensive su altri fronti indebolendo le roccaforti ribelli. In altri termini, l’obiettivo non era fare la pace con i ribelli, ma guadagnare tempo in vista di un futuro scontro, che sta avvenendo oggi.
Ad Aleppo est il regime e Mosca avevano giustificato i bombardamenti con la presenza dei jihadisti di Hayat tahrir al Sham (una coalizione guidata dall’ex ramo di Al Qaeda in Siria). Questo gli aveva permesso di presentare l’offensiva come parte integrante della lotta al terrorismo. La stessa retorica è usata oggi per la Ghuta.
L’offensiva sulla Ghuta s’iscrive nel quadro dell’avanzata del regime, che nel 2017 ha riconquistato quasi tutte le zone vicine a Damasco, stringendo accordi che prevedevano l’evacuazione dei ribelli in cambio della fine degli assedi. Così è successo a Daraya, nella periferia sud della capitale, che si è arresa dopo 1.373 giorni d’assedio.
La caduta di Aleppo est aveva sorpreso per la sua rapidità, dato che i ribelli sembravano abbastanza armati per poter resistere mesi. Alla fine gli abitanti dei quartieri ribelli erano stati trasferiti a Idlib. Gli abitanti della Ghuta rischiano di subire la stessa sorte. “Abbiamo i mezzi per resistere all’assalto, qui le truppe ribelli sono più numerose che ad Aleppo”, sostiene Abu Ahed. Secondo l’agenzia France Presse, Jaysh al islam può contare su diecimila combattenti e Failaq al Rahman su novemila. I civili si proteggono nei rifugi e finora sembrano decisi a resistere. Nelle prime settimane della battaglia anche gli abitanti di Aleppo est la pensavano allo stesso modo. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1244 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati