Ventotto morti, centomila chilometri quadrati di vegetazione carbonizzati e più di duemila case distrutte: gli incendi che stanno devastando l’Australia hanno raggiunto un livello record, in un’emergenza che si ripete ogni estate australe. I roghi dipendono da vari fattori, tra cui un fenomeno climatico scoperto solo trent’anni fa: il dipolo dell’oceano Indiano.
Di solito nell’oceano Indiano le temperature dell’acqua di superficie intorno all’equatore sono in media relativamente più calde a est, lungo le coste indonesiane, e più fredde a ovest, lungo le coste africane. A causa di questa differenza i venti soffiano generalmente da ovest verso est. Ogni anno, durante l’inverno australe, nella parte est del bacino oceanico si osserva una risalita di acqua fredda verso la superficie, causata dai monsoni. Questa situazione, che costituisce la fase neutra del dipolo, può subire forti variazioni.
Spostamenti di acqua fredda
In alcuni anni tra settembre e novembre l’interazione tra l’oceano e l’atmosfera è accentuata. Si registra una più forte risalita dell’acqua fredda di superficie nell’est dell’oceano Indiano, tra le isole indonesiane, e questo indebolisce i venti e riduce le piogge; mentre lungo le coste africane si rileva un improvviso aumento delle temperature dell’oceano. Questa è la fase positiva del dipolo, che ricorda un fenomeno dell’oceano Pacifico in grado di provocare catastrofi: El Niño. “I due fenomeni hanno però durata e funzionamento diversi”, spiega il climatologo Eric Guilyardi.
“Alla fine del 2019 la fase positiva è stata particolarmente intensa”, sottolinea il meteorologo Etienne Kapikian. Secondo il servizio meteorologico australiano (Bom), il dipolo positivo è stato il più forte mai registrato da quando sono cominciate le rilevazioni, 35 anni fa. “Questi spostamenti di acqua fredda influiscono sui fenomeni atmosferici”, dice Kapikian. Lungo le coste africane l’insolita massa d’acqua calda causa delle eccedenze termiche ascensionali e una forte attività pluviale, per non dire ciclonica. All’inizio di dicembre del 2019 nel corno d’Africa e in Madagascar le piogge hanno superato di più del 200 per cento la media stagionale (almeno 120 persone sono morte nelle alluvioni in Kenya).
Nella parte est dell’oceano Indiano l’effetto è opposto. “Le acque fredde lungo le coste indonesiane favoriscono movimenti atmosferici discendenti e una siccità cronica”, spiega Kapikian. In Indonesia s’indeboliscono i monsoni e in Australia calano le precipitazioni. L’isola continente ha appena vissuto l’anno più secco dal 1900, quando sono cominciate le rilevazioni: 278 millimetri di pioggia nel 2019, il 40 per cento in meno rispetto alla norma.
Il dipolo positivo si manifesta a scadenze irregolari: è stato rilevato negli autunni del 1997, del 2006, del 2012 e del 2015. Secondo il Bom, il dipolo positivo ha poi raggiunto il picco nel novembre del 2019, con una temperatura dell’acqua record lungo le coste africane (+2,15 °C). “Poi l’anomalia ha perso intensità, ma a causa dell’inerzia degli oceani produrrà conseguenze per mesi”, dice Guilyardi. È improbabile quindi che le precipitazioni in Australia possano aumentare di molto nelle prossime settimane, anche perché un altro fenomeno atmosferico, giunto stavolta dall’oceano Antartico, sta contribuendo alla siccità nel sud del paese.
La forza e la frequenza di queste anomalie climatiche sono accentuate dal riscaldamento globale? “Ci potrebbero essere dei legami, ma per ora è solo un’ipotesi”, dice Kapikian. “È stato invece dimostrato che l’aumento delle temperature aggrava la siccità”.
Alcuni studi prevedono una maggiore frequenza delle fasi positive del dipolo in futuro, perché il riscaldamento è più intenso nella parte ovest dell’oceano Indiano rispetto a quella est. “Ma non si può escludere che nei prossimi due o tre anni un forte dipolo negativo possa causare gravi alluvioni in Australia”, ipotizza Kapikian.
“L’obiettivo è migliorare le previsioni stagionali su queste fasi del dipolo per consentire ai paesi interessati di prepararsi”, dice Guilyardi. “Prevedere il fenomeno del Niño, per esempio, ha permesso di salvare molte vite”.
A differenza del suo “fratello maggiore” dell’oceano Pacifico, il dipolo dell’Oceano indiano è ancora quasi sconosciuto. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1342 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati