Il Sudafrica ha trascorso un periodo di incertezza politica. L’inevitabile è successo e il presidente Jacob Zuma si è dimesso prima della fine ufficiale del suo mandato, che si doveva concludere con le elezioni del 2019. Ma che prezzo hanno pagato l’African national congress (Anc, il partito al potere) e il paese? La crisi attuale è stata attribuita a problemi interni al partito e alla corruzione di Zuma e dei suoi sostenitori. Le sue conseguenze, però, sono molto più ampie e gravi, in particolare per la reputazione del Sudafrica nel continente e nel mondo. Nel 1994 molti paesi, e in particolare quelli africani, guardavano al Sudafrica in cerca di una leadership morale dopo la fine dell’apartheid. Il rinnovamento culturale, scientifico ed economico del continente promosso negli anni del presidente Thabo Mbeki (1999-2008) fu definito “rinascimento africano”.
Per un breve periodo il Sudafrica è stato un esempio per gli altri paesi ed è stato in grado di influenzare i programmi di organizzazioni come le Nazioni Unite, l’Unione africana e la Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale. I sudafricani erano chiamati ad assumere ruoli di rilievo in diversi settori, in particolare nella gestione dei conflitti – per esempio in Burundi, nella Repubblica Democratica del Congo, in Lesotho, in Costa d’Avorio e nello Zimbabwe – e nella costruzione di nuove relazioni tra l’Africa e l’occidente. Il paese ha occupato per due volte un seggio nel Consiglio di sicurezza dell’Onu e fa parte dell’associazione delle maggiori economie emergenti, i paesi del cosiddetto Brics. Intorno al 2010, però, il suo ruolo guida ha cominciato a indebolirsi. E oggi il paese è assediato da problemi simili a quelli di molti altri stati africani. Anche il Sudafrica è alle prese con la sopravvivenza di un regime. Agli occhi di molti è diventato “un paese africano come tanti”.
Lo stesso destino
Il collasso dell’Anc non deve sorprendere più di tanto, tenuto conto delle vicende degli ultimi vent’anni e dell’inevitabile declino dei partiti nati dai movimenti di liberazione. L’ingloriosa direzione che il paese ha imboccato era evidente già dalle accuse di corruzione suscitate dall’accordo sulle armi del 1999, dal rifiuto del presidente Mbeki di lanciare le terapie antiretrovirali contro l’hiv negli anni novanta, dal declino dell’economia colpita dalla crisi mondiale (2009) e dall’aumento della disoccupazione a partire dal 2008. A questo si aggiunge l’avidità crescente di un’élite nera che si è arricchita grazie alle cospicue commesse statali.
Nel dicembre del 2007, sostenuto dalla richiesta populista di un cambio al vertice del partito, Zuma diventò presidente dell’Anc, prevalendo sulla fazione che sosteneva Mbeki. L’anno dopo il comitato esecutivo nazionale del partito costrinse Mbeki alle dimissioni dalla presidenza della repubblica e Zuma prese il suo posto. Mbeki aveva perso il sostegno del comitato per un dissenso sulle questioni economiche e per la sua tendenza a concentrarsi sugli affari internazionali invece che sui problemi interni. Ma lo scontro con Zuma era precedente: nel giugno del 2005 Mbeki aveva tolto l’incarico di vicepresidente a Zuma, quando un tribunale aveva dimostrato il suo coinvolgimento in un caso di corruzione. La rivalità tra le due fazioni dell’Anc portò all’uscita definitiva di Mbeki dalla scena politica.
Il malessere del Sudafrica ha radici profonde. La fusione tra l’Anc e lo stato, l’ingerenza negli affari pubblici da parte di poteri economici e la politica clientelare sono diventate le caratteristiche della presidenza Zuma. Alla fine hanno portato alla sua destituzione. Il Sudafrica ha cominciato a mostrare i sintomi più stereotipati di quello che si considera il tipico stato africano: la decadenza delle élite sullo sfondo di una povertà diffusa; l’accaparramento delle risorse pubbliche; la qualità scadente dei servizi e l’incapacità di garantire la sicurezza.
13 ottobre 2017 La corte suprema d’appello del Sudafrica stabilisce che il presidente Jacob Zuma deve rispondere di 783 accuse di corruzione che erano state archiviate.
18 dicembre L’African national congress (Anc) elegge il nuovo presidente Cyril Ramaphosa,
ex sindacalista diventato imprenditore, che prevale sui candidati vicini a Zuma.
13 febbraio 2018 Il comitato esecutivo nazionale dell’Anc chiede ufficialmente le dimissioni di Zuma.
14 febbraio La polizia fa un raid nella residenza della famiglia Gupta, gli imprenditori considerati alla base del sistema di potere di Zuma. La sera il presidente si dimette.
15 febbraio Il parlamento, dominato dall’Anc, elegge Ramaphosa presidente. Nel suo primo discorso il nuovo capo del governo promette riforme economiche, in particolare contro la disoccupazione giovanile.
Afp, Enca
A proposito del mito dell’eccezionalità sudafricana, vent’anni fa lo studioso e scrittore ugandese Mahmood Mamdani disse che il paese aveva gli stessi problemi e la stessa struttura statuale duplice che il colonialismo aveva lasciato in eredità ad altri paesi africani. Secondo lui il Sudafrica non avrebbe avuto risultati diversi in termini di politica e di sviluppo. Ma la leadership è importante per dare a un paese la direzione da seguire. Una classe dirigente lungimirante e di sani princìpi ha portato il continente e il Sudafrica alla liberazione. Ed è proprio questo di cui ora c’è un disperato bisogno. Il Sudafrica si è arreso agli interessi nazionalisti, sciovinisti, patriarcali ed elitari. Il cambio di presidente, anche se necessario, non basta a risolvere la situazione. Servono nuovi leader in grado d’interpretare le forze che si agitano negli stati postcoloniali e che tendono verso forme non democratiche di governo. Serve una leadership che collochi di nuovo il paese nella traiettoria politica, sociale ed economica del continente e risvegli la responsabilità collettiva di far fruttare e condividere le ricchezze. Per farlo bisogna superare la mera necessità della sopravvivenza del regime e dare forza a una classe dirigente panafricana che valorizzi l’unità, la prosperità e la dignità.
Il Sudafrica non è più quel faro di speranza che era un tempo per il continente. I sudafricani, però, non devono disperare. Dopo aver riconosciuto di essere un paese come gli altri, il Sudafrica ha l’opportunità di mettersi intorno a un tavolo con gli altri paesi africani e impegnarsi in un dialogo più che mai necessario sul genere di governo che potrebbe portare a un rinascimento africano. ◆ _gim _
Cheryl Hendricks _ insegna scienze politiche all’università di Johannesburg._
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Questo articolo è uscito sul numero 1244 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati