Èvenerdì sera a Beirut. Una folla di persone si è riversata nei bar e nei ristoranti più famosi della città. Molti bevono un drink sui marciapiedi. Altri entrano in un bar e, invece di ordinare qualcosa, scompaiono dietro una serie di porte. Come quando Alice attraversa lo specchio, gli abitanti di Beirut entrano al Memory Lane, questo il nome del bar, e si ritrovano dentro un altro universo.
Dietro la terza porta c’è il Beirut Open Space (Bos), un nuovo spazio per concerti dove si esibiscono gruppi alternativi locali. Il posto può accogliere fino a 250 persone e ha un palco, le luci basse, un bancone e una pista da ballo. “Vogliamo rafforzare la scena musicale. Qui gli artisti possono incontrarsi, esibirsi, sostenersi a vicenda e anche collaborare”, spiega Elias Maroun, uno dei proprietari del Bos. “La vera sfida è educare gli spettatori ad apprezzare le sale da concerto di piccole dimensioni, a cui non sono abituati”, aggiunge Ramzi Khalaf, un altro dei proprietari del locale.
Quando comincia il concerto, la folla ammutolisce. Tutti osservano la giovane Maya Aghniadis, nota anche come Flugen, illuminata dalla luce rossa di un riflettore. È sola, ma è come se sul palco ci fosse un gruppo: canta e suona la tastiera, la chitarra acustica e perfino il flauto. La sua musica mescola sonorità orientali e influenze latine, creando un ritmo lento e accattivante. Dopo la prima canzone, un uomo dai capelli brizzolati sale sul palco. Sussurra alcune parole alla cantante, muove i cavi e risolve un piccolo problema all’amplificazione. Quest’uomo, che segue con attenzione ogni dettaglio senza farsi notare, è il produttore Fadi Tabbal, il capostipite della musica alternativa in Libano. Flugen, come molti altri artisti, non è ancora famosa.
Dagli anni cinquanta, le radio del Medio Oriente sono state saturate dalle voci di Umm Kulthum, Fairouz, Warda e di altre dive arabe. Come Edith Piaf in Francia e Frank Sinatra negli Stati Uniti, queste cantanti hanno usato melodie tradizionali per gettare le basi di una identità araba. Negli anni novanta, nell’età dell’oro delle tv satellitari e dei videoclip, le pop star sono salite alla ribalta con l’aiuto di alcuni ambiziosi produttori: icone come Haifa Wehbe, Elissa o Nancy Ajram sono diventate il volto del pop arabo contemporaneo, noto per le canzoni d’amore, la chirurgia plastica e l’opulenza. Ma in quel periodo in Libano alcuni ragazzi ascoltavano altro.
Fadi Tabbal è nato nel 1982, durante la guerra civile libanese, ed è cresciuto ascoltando il folk americano. Il suo primo shock musicale risale al 1997, l’anno in cui i Radiohead pubblicarono l’album Ok Computer. “La chitarra solista sembrava un computer, le voci erano modificate e c’erano pezzi parlati in mezzo ai brani: è stata una rivelazione”, racconta. Da quel momento Tabbal cominciò a sviluppare una passione per gli arrangiamenti musicali. Mentre studiava ingegneria meccanica a Beirut, prese un lavoro part-time in un negozio di dischi, dove approfondì la conoscenza della musica alternativa, e creò un gruppo di prog-rock chiamato April Ash. Tabbal aveva la cittadinanza canadese, perché i suoi genitori avevano vissuto là per un po’ di tempo quando lui era piccolo, e ne approfittò per specializzarsi in ingegneria acustica a Montréal. Tornò nel suo paese nel 2006, con un obiettivo: aprire uno studio di registrazione che permettesse alla musica alternativa libanese di crescere.
Uno spazio per la musica
I Tunefork Recording Studios si trovano al settimo piano di un edificio alto, grigio e anonimo nella periferia nord di Beirut. Da un piccolo balcone vicino all’entrata si vede un immenso parcheggio. La sala di registrazione non sembra quella di un lussuoso studio californiano: è fatta da due piccole stanze piene di strumenti musicali, cavi, sedie di plastica, statuette di personaggi dei fumetti e una serie infinita di gadget. Eppure è qui che quasi tutti i gruppi alternativi libanesi hanno mosso i loro primi passi.
1982 Nasce a Beirut, in Libano.
2006 Fonda lo studio di registrazione Tunefork Recording Studios.
2011 Organizza la prima edizione
del festival Wickerpark.
Nello studio sta provando Salim Naffah, un musicista di venticinque anni che all’inizio del 2017 ha pubblicato il suo primo album con la band Alko B. “Oggi chiunque può registrare un album a casa con un computer, ma lo studio di Fadi è uno spazio in cui, come artisti, ci sentiamo a nostro agio”, racconta Naffah mentre prova un brano con la chitarra. “Dobbiamo tutta la nostra formazione musicale a Fadi. Siamo fortunati a essere sotto la sua ala protettrice”, aggiunge. Tabbal è seduto nella sala di regia. Anche in studio è una presenza discreta. “Da queste parti non sono molte le persone che ascoltano questo genere di musica, soprattutto se canti in inglese: saranno 1.500. Non ti fa diventare ricco, ma è quello che ci piace fare”, dice.
I musicisti della scena alternativa di solito cantano in inglese, anche se alcuni di loro, come gli Mashrou’Leila, Yasmine Hamdan o gli Adonis hanno raggiunto il successo grazie a brani con testi in arabo. “Quando produco un gruppo, non mi faccio pagare per il lavoro, ma solo per il noleggio dello studio. Capita che qualcuno non riesca neanche a coprire i costi per registrare il disco, ma non ho mai fermato un progetto a metà dell’opera”.
I soldi che Tabbal riceve coprono a malapena le spese per l’affitto, le bollette e l’attrezzatura. Quando le canzoni vengono pubblicate, Tabbal non si prende nessuna percentuale sui profitti del gruppo. Dato che non può fare affidamento solo sui Tunefork Recording Studios per sbarcare il lunario, lavora anche come turnista, compositore, professore di estetica del suono all’università, produttore o responsabile del mixaggio. Ha anche un progetto da solista e attualmente fa parte di quattro gruppi, in cui scrive canzoni e suona la chitarra: la band pop Safar, il gruppo indie-rock Interbellum, quello di post-rock elettronico The Bunny Tylers e il duo elettronico Stress/Distress. Inoltre Tabbal compone musica per film, documentari e pubblicità. “Per qualche motivo, a un certo punto mi sono anche trovato a scrivere un sacco di brani per gli spot dei pannoloni”, ricorda ridendo.
Svolta a nord
Fino a oggi Tabbal ha prodotto circa venticinque artisti e cinquanta album. Qualche anno fa alcuni dei suoi protetti, come il gruppo blues Mississippi o quello elettro-rock Who Killed Bruce Lee, sono diventati molto famosi, partecipando a tournée in giro per il mondo. Ma Tabbal pensa che il loro successo non debba mettere in ombra il resto della sua produzione. “Non voglio essere etichettato come il tizio che registra solo musica dalle sonorità occidentali, perché mi fa apparire pretenzioso, e non lo sono. Lavoro anche con altri generi, dalla musica classica orientale, a quella d’improvvisazione o il free jazz”, spiega.
Visto che non hanno accesso ai canali di distribuzione tradizionali come le radio o le televisioni, che di solito ospitano musica importata o pop arabo, gli artisti alternativi devono affidarsi a YouTube, a Soundcloud e ai social network. Negli ultimi anni, però, è nato un intero ecosistema in grado di promuovere le band indipendenti. Nel 2011, la comparsa del festival Wickerpark è stata una svolta per la scena locale. Uno dei suoi cofondatori, Junior Daou, possedeva un terreno da 3.500 metri quadrati nella città costiera di Batrun, nel nord del paese, e aveva invitato alcuni amici musicisti a esibirsi lì. “Non sapevo niente di come si organizza un concerto. Ho letto un sacco, ho visto documentari, ho chiesto consigli e poi mi sono buttato”, racconta Daou. Si aspettava che partecipassero cinquecento persone circa, ma se ne sono presentate 1.700. “Doveva essere un evento unico, ma le cose ci sono sfuggite di mano”, ricorda.
Il festival è diventato un’istituzione e ogni anno attira appassionati all’insegna delle ultime uscite. Quest’anno Tabbal ha lavorato dietro le quinte, come ingegnere del suono, e si è esibito sul palco con i Bunny Tylers. Come i Tunefork Recording Studios, anche il Wickerpark non racimola molti soldi. I biglietti costano l’equivalente di 25 euro e ci sono degli sponsor, come il whisky Dewar’s e la birra Beirut, ma non basta per guadagnarci. Al momento per molti artisti la musica è solo un passatempo, ma se la scena libanese continuerà a crescere, altri potrebbero decidersi a sostenerla e finanziarla. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1230 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati