Ogni epidemia porta con sé un’ondata di paura. Si diffonde il panico per il coronavirus, che a sua volta provoca disinformazione e danni all’economia. Ma la conseguenza più allarmante è l’esplosione della xenofobia. Nel contesto di un’epidemia la xenofobia non è percepita come razzismo. Al contrario: l’esclusione delle persone che vengono dall’epicentro del contagio è considerata una semplice misura precauzionale. Ma a volte le precauzioni superano i limiti.
Il governo dello stato australiano del New South Wales e diversi istituti privati hanno chiesto agli studenti appena tornati dalla Cina di restare a casa per due settimane. Questa decisione va ben oltre le raccomandazioni delle autorità sanitarie e del governo federale, secondo cui solo le persone rientrate dalla provincia dello Hubei (e quelle che sono state in contatto con individui contagiati dal virus) dovrebbero stare lontane dagli spazi pubblici. Il ministro della sanità del New South Wales ha sottolineato che la misura non è “necessaria dal punto di vista medico”, ma è una risposta ai desideri della comunità.
In Australia circolano petizioni online con le firme di migliaia di genitori preoccupati che chiedono alle autorità scolastiche di estendere le restrizioni alle famiglie provenienti da diversi paesi asiatici, tra cui Thailandia e Singapore. Cedere alla pressione popolare significherebbe rafforzare il panico e alimentare la xenofobia. Ricerche approfondite dimostrano che la paura nella prima fase di un’epidemia è un fenomeno passeggero, ma gli effetti della xenofobia e dell’esclusione durano a lungo.
La città canadese di Toronto è spesso indicata come la più progressista e multiculturale del mondo, eppure anche lì, ai tempi dell’epidemia di Sars nel 2003, gli studenti asiatici furono vittime di atti di xenofobia, come l’emarginazione nelle scuole e il rifiuto degli altri studenti universitari di sedere accanto a loro. I sospetti legati a una malattia possono avere conseguenze devastanti sull’autostima e l’identità di un ragazzo, oltre a rendere poco sicuro l’ambiente scolastico. L’ostilità verso le comunità cinesi della diaspora durante le epidemie è un fenomeno che si ripresenta in tutto il mondo. Negli Stati Uniti anche se l’epidemia è lontana più di diecimila chilometri, alcune scuole hanno cancellato le visite nelle Chinatown per il capodanno cinese.
◆ In Italia la notizia dei primi casi di persone colpite da coronavirus (una coppia arrivata a Milano da Wuhan il 23 gennaio) ha coinciso con atti di xenofobia e appelli a non far entrare i cinesi in ristoranti e negozi. Roberto Giuliani, direttore del Conservatorio Santa Cecilia a Roma, è stato criticato dai colleghi per aver detto agli studenti originari di Cina, Giappone e Corea del Sud di presentarsi alle lezioni solo dopo essersi fatti visitare da un medico per escludere l’infezione da coronavirus. Inoltre quattro governatori leghisti hanno inviato una lettera al ministero della sanità per chiedere che anche i bambini in età scolare di rientro dalla Cina restino in isolamento per due settimane. Una misura giudicata non necessaria dal premier Giuseppe Conte, che ha invitato i governatori a fidarsi delle autorità scolastiche e sanitarie. The Guardian, Bbc
Rafforzare la fiducia
Come altri spazi sociali, anche le scuole non sono esenti dal razzismo. Invece di escludere gli studenti cinesi, devono rafforzare la fiducia fornendo informazioni chiare sulle misure di controllo adeguate, per esempio consigliando agli studenti di lavarsi spesso le mani o di chiamare immediatamente un medico in caso di malattia. In una situazione come quella attuale è importante dare agli studenti l’opportunità di valutare le informazioni diffuse sul coronavirus (o su qualsiasi altra malattia) per permettergli di distinguere la realtà dal panico. Un’esperienza del genere sarà utile in altre situazioni simili o in momenti delicati che saranno costretti ad affrontare nella vita.
Limitando i diritti e le libertà degli studenti tornati dalla Cina sulla base di un panico diffuso si corre il rischio di colpire una minoranza per le paure infondate della maggioranza. Le misure drastiche che riducono l’accesso all’istruzione dovrebbero basarsi esclusivamente sulle raccomandazioni delle autorità sanitarie.
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1344 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati