Un racconto morale romeno, un revenge movie nell’ambiente queer brasiliano, un teen movie italiano e anche un lavoro di Hong Sang-soo, il prolifico regista sudcoreano di 65 anni che gira almeno uno o due film all’anno. Al termine della 79a edizione del festival di Locarno, nel palmarès si ritrovano opere molto diverse tra loro. Il 15 agosto, la giuria presieduta dal regista belga Fabrice du Welz, affiancato dal direttore generale di Arte France Cinéma, Olivier Père, dalle attrici Lolita Chammah e Paulina García e dal produttore italiano Marco Alessi, ha assegnato il Pardo d’oro a You don’t belong here di Florin Șerban. Il regista, nato nel 1975 in Romania, ha studiato cinema alla Columbia di New York e nel 2010 ha vinto l’Orso d’argento alla Berlinale per il suo dramma Se voglio fischiare, fischio, nervoso ritratto di un giovane detenuto.

Sguardi sulla realtà

You don’t belong here impressiona per la regia tagliente, un sottile equilibrio di tensione e rigore che dilata il tempo dei dialoghi e dei piani sequenza per descrivere il declino di un uomo un tempo rispettato: primario nell’ospedale della sua città, Marius (Adrian Vancica) cade in disgrazia quando scopre che suo figlio (Teodor Butanescu) ha ucciso un uomo della comunità rom durante una bravata finita male con i suoi amici “uligani”.

La scena del crimine è filmata a distanza, così come i rari scambi che l’adolescente avrà in seguito con uno dei suoi complici. Al contrario di quanto lascia intendere il titolo (“questo non è il tuo posto”), il film si concentra più sulla figura del padre, la cui reazione di fronte agli eventi non smetterà di stupirci, che sul ritratto di una gioventù smarrita nell’odio verso l’altro.

Come ha spiegato in conferenza stampa, Şerban ha cercato di esplorare “un modello maschile che sta scomparendo”: l’uomo autoritario che si è costruito una corazza attraverso il proprio lavoro, con il risultato di distruggere il rapporto con il figlio. Questi padri non parlano abbastanza, ed è il loro dramma, ci dice il regista. Tuttavia questa immersione psicologica manca di profondità, considerata anche la durata del film (oltre due ore e mezza).

Di tutt’altro genere, almeno nella forma, è il thriller carnale dei brasiliani Matheus Farias ed Enock Carvalho, A margem do Rio, premio speciale della giuria, in cui una chiesa evangelica parte in una crociata contro gay e transgender. I registi erano stretti collaboratori del cineasta brasiliano Kleber Mendonça Filho, il quale ha spesso immortalato la sua città, Recife (la sua urbanistica divorata dai costruttori, i suoi cinema in rovina e così via), nello stato del Pernambuco.

Lasciando il centro di Recife, A margem do Rio ci porta tra le mangrovie, polmone ecologico e bolla di ossigeno per la comunità lgbt+. È qui che scopriamo, a notte fonda, Izaquiel (Caique Copque), un addetto alle pulizie che cede al fascino di Jeremias (Italo Martins), un abitante del luogo che riesce a sopravvivere grazie alla pesca. Con la sua splendida fotografia, questo noir cattura magnificamente l’attrazione dei corpi e la follia umana, anche se forse la trama è un po’ prevedibile. Si tratta comunque di un’opera fortemente politica, che è in linea con il lungometraggio romeno per ciò che racconta di una società sempre più priva di inibizioni nella sua violenza e nel rifiuto delle minoranze.

Nowhere to lay my eyes (Jeonwonsa Film Co)

Ma se la giuria ha fatto la scelta coraggiosa di premiare autori poco conosciuti, ha voluto anche rendere omaggio al pluripremiato regista sudcoreano Hong Sang-soo: Nowhere to lay my eyes – una melodia “malincomica” che commuove, alimentata da dialoghi imbarazzati tra una madre e una figlia – torna a casa con due premi, quello per la migliore regia e quello per la migliore interpretazione attribuito a Kim Min-hee, già premiata in passato per il suo ruolo in By the stream (2024), dello stesso regista.

Il trofeo per la miglior interpretazione è condiviso, ex aequo, con Monica Bellucci per la sua prova nei panni di una “madre isterica” – come l’ha definita la star italiana nel corso della conferenza stampa – in Ketticè, secondo film decisamente terra-terra dell’italiano Giovanni Tortorici, trent’anni. Ampiamente autobiografica e ambientata nel 2012 a Palermo, questa cronaca adolescenziale filma, con lo stile di una serie televisiva, il malessere di una certa gioventù che va alla deriva e che si procura la droga nei cortili di normali palazzi cittadini.

Femme fatale

A sua volta il canadese Denis Côté ottiene una menzione speciale della giuria per Violence du corps de l’autre, sulle tracce della sua enigmatica eroina che si presenta a casa delle persone con una fiala per aiutarle a farla finita, interpretata da un’indimenticabile Larissa Corriveau, con uno sguardo vago che attira la cinepresa. Nel somministrare l’ultimo bicchiere fatale, questa donna dai capelli neri ricorda più una vamp del cinema muto, qui rivestita di pelle nera, che una professionista dell’assistenza medica al morire, pratica perfettamente legale in Canada.

Allontanandosi come è sua abitudine dal film a tema, Denis Côté firma un’opera al tempo stesso tra le più dolci e radicali: il racconto affonda delicatamente il coltello nelle piaghe dei personaggi (tra cui Philippe Rebbot, genialmente infernale) fino a diventare profondamente umano e sensibile.

Segnaliamo infine, nella sezione parallela Cineasti del presente, il Pardo d’oro assegnato alla fotografa e regista argentina Alessandra Sanguinetti per il suo primo lungometraggio, Illusion of an everlasting summer (Illusione di un’estate eterna), documentario e ritratto di due cugine inseparabili. At night, della statunitense Beatrice Gibson, una passeggiata nell’est parigino in sintonia con la solitudine femminile, riesce a uscire dall’autoreferenzialità e si aggiudica il premio assegnato al migliore regista emergente.

Concludiamo la carrellata su Locarno con il cortometraggio burlesque Et si Thuy n’existait pas, di Carlo Francisco Manatad, premiato con una menzione speciale: una donna delle pulizie senza documenti originaria del Vietnam si sente pronta a vivere un’avventura con un rider che fa le sue consegne in bicicletta, a patto che i due amanti riescano a trovarsi a Parigi.

Un titolo perfetto che ci porta alla domanda: se festival innovativi come Locarno (o anche altri meno importanti) non esistessero, come potremmo scoprire film così singolari, sapendo che molti non usciranno mai in sala? Gli schermi dei festival sono, oggi più che mai, gli ultimi rettangoli di pura libertà per chi fa cinema. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1679 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati