Cultura Suoni
My ghosts go ghost
By Storm (Armando Gabaldon)

“C’è la vita e c’è la morte. Noi eravamo ancora vivi, quindi abbiamo pensato di andare avanti”, diceva Stephen Morris nel 1983 parlando dei New Order, nati per elaborare il lutto dopo la morte di Ian Curtis dei Joy Division. Per Ritchie With a T e Parker Corey degli Injury Reserve la scomparsa del rapper Stepa J. Groggs ha esercitato una spinta simile: reinventarsi e continuare come duo. A cinque anni da By the time I get to Phoenix, ultimo lavoro degli Injury Reserve, i nuovi By Storm tornano con l’album d’esordio My ghosts go ghost, un’esplosione di elettronica nervosa che racconta il lutto, la maturazione e l’inevitabile andare avanti. Se gli Injury Reserve si erano fatti conoscere per un rap sperimentale audace e giocoso, i By Storm convogliano quell’energia verso qualcosa di molto più riflessivo ma altrettanto intenso. Il singolo del 2023 Double trio mostrava già il panico creativo di una band costretta a mutare forma. In tour, tra sconvolgimenti globali e cambiamenti personali, il duo ha imparato a convivere con l’incertezza. In My ghosts go ghost testi e produzione sono più spontanei che mai. Chitarre sghembe, collage vaporwave e improvvisazioni vocali si alternano a momenti di stasi e tensione, mentre Ritchie rappa con una sensibilità estemporanea. Le produzioni di Corey e il flusso dialogico di Ritchie risultano ipnotici in stanze buie con grandi impianti audio, ma in un ascolto intimo momenti come questi fanno percorsi più tortuosi. Il disco trova il suo apice nel finale: And I dance offre una catarsi meritata, segnando il passaggio a una nuova fase. Ritchie e Corey non sono più ancorati al passato, ma spinti dalle promesse del futuro.
Benny Sun, Pitchfork

Čajkovskij: La bella addormentata, Tema e variazioni op. 19 n. 6, Album per la gioventù, sonata op. 80

Nel 1878 Čajkovskij scriveva della malinconia serale, del riaffiorare dei ricordi e della dolcezza del passato. Daniil Trifonov traduce questo sentimento in un lavoro raccolto concepito come un ideale album di famiglia, suo e del compositore. Il fulcro è la suite da concerto dalla Bella addormentata nella trascrizione di Michail Pletnev, un’“orchestrazione per pianoforte” di crescente ricchezza e complessità, qui in un’interpretazione di grande tensione espressiva. I 24 pezzi dell’Album per la gioventù emergono come brevi aforismi, seri e giocosi insieme, riletti con profondità. I tempi rapidi e ben controllati danno compattezza anche alla sonata del 1865, pubblicata postuma, il cui terzo movimento confluirà nello Scherzo della prima sinfonia. Chiarezza, fluidità e qualità del tocco caratterizzano il Tema e variazioni conclusivo dell’op. 19. Sono letture raffinate ed essenziali.
Nigel Simeone, International Piano

Dream life
Marta Del Grandi (Claudia Ferri)

Nel suo terzo album Marta Del Grandi sembra aggrapparsi a una realtà in cui si manifestano problemi fuori dal suo controllo e in cui le cose sembrano diverse da come avrebbero dovuto essere. Come nella tradizione del pop, Dream life maschera la malinconia con stravaganti sintetizzatori, beat sincopati e slide guitar. L’arrangiamento pensieroso, sognante e vagamente inquietante di 20 days of summer parla di non saper ridere del caos, mentre l’autrice ricorda a se stessa di continuare a respirare. Anche nelle sue composizioni più minimaliste, la musicista italiana infonde calore mentre la sua voce da soprano fluttua tra l’euforia e lo struggimento. Del Grandi sa anche come costruire gioiosi crescendo: Alpha centauri, con il suo desiderio di una vita colma di arte e amore, esplode in una melodia pop degna dei migliori Belle and Sebastian. In An­tarctica la base ritmica vivace sostiene il contrappunto tra temi come l’ecoansia e la speranza. Del Grandi ha trovato le motivazioni per andare avanti: lasciamoci convincere anche noi.
Amanda Farah, The Quietus

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1651 - 6 febbraio 2026
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