La storia è una combinazione di fratture e continuità, di onde che sferzano con furia mentre il fondo del mare resta imperturbabile. L’elezione a presidente di Gabriel Boric ha l’aspetto di una frattura, ma in realtà è legata a profonde tendenze storiche. La frattura è evidente: quando a marzo assumerà l’incarico avrà 36 anni e diventerà il presidente più giovane del Cile. Sebastián Piñera, 72 anni, lascerà il potere a un successore con la metà dei suoi anni. Allo stesso tempo l’elezione di Boric è la naturale conseguenza di tre grandi processi storici che hanno formato la coscienza politica del Cile contemporaneo: quelli del 1988, del 2011 e del 2019.

Partiamo dal 1988, l’anno del plebiscito su Pinochet. All’epoca si formarono due “tribù”, due correnti nell’opinione pubblica che sono rimaste più o meno le stesse fino a oggi. Il 19 dicembre Boric (la tribù del no, che si oppose a Pinochet) ha ottenuto il 55,8 per cento dei voti mentre il candidato della tribù del sì, José Antonio Kast, il 44,1 per cento. Cifre praticamente identiche a quelle del referendum del 1988, quando il no a un altro mandato a Pinochet sconfisse il sì con il 55,9 per cento delle preferenze. Nonostante i cambiamenti sociali degli ultimi trent’anni, il fondo del mare si è mosso poco. “Il Cile è ancora diviso in due. L’identificazione politica dipende da modelli culturali troppo profondi per cambiarli in una campagna elettorale di poche settimane”, scrivevamo prima delle elezioni. I risultati lo hanno confermato.

Il Cile nato nel 1988 subì uno scossone nel 2011, quando una nuova generazione di studenti e lavoratori della classe media mise sotto accusa il sistema politico. Erano passati ventitré anni dal referendum e questa generazione aveva deciso di uccidere il padre. Il presidente Ricardo Lagos, il simbolo della tribù del no, diventò il bersaglio delle critiche contro la transizione. Ventitré anni: come quelli passati in Francia tra la fine della seconda guerra mondiale e il maggio del sessantotto, quando i figli della generazione che aveva combattuto la guerra decisero di uccidere il loro padre, Charles de Gaulle, simbolo di una società conservatrice e oppressiva. Chi aveva combattuto insieme al generale contro i nazisti, chi era stato al fianco di Lagos contro Pinochet, meritava lealtà. Doveva essere la generazione successiva a metterli in discussione.

Sulle spalle dei giganti

Il 2011 è stato la culla della generazione che oggi arriva al potere: Gabriel Boric, Camila Vallejo e Giorgio Jackson guidavano la protesta. L’elezione in parlamento, la formazione delle coalizioni Frente amplio e Apruebo dignidad, il superamento della leadership della tribù del no guidata dai loro padri e l’arrivo di Boric al palazzo presidenziale della Moneda con una marea di voti dei giovani non sarebbero stati possibili senza il movimento di protesta del 2019, erede dello spirito del 2011 e del 1988. Da allora i cittadini hanno espresso con coerenza la volontà di un cambiamento profondo e pacifico per un nuovo contratto sociale. Dopo il primo turno delle presidenziali, quando in testa c’era José Antonio Kast, diversi intellettuali e lobbisti vicini ai gruppi di potere avevano festeggiato la morte dello spirito costituente. Era stata una follia collettiva passeggera, dicevano. Non hanno capito che il voto dei cittadini per un’assemblea costituente, il 25 ottobre 2020, era solo un altro modo di esprimere un desiderio comune, vivo fin dalla sconfitta elettorale di Pinochet nel 1988.

La vittoria di Boric al ballottaggio è stata l’ultimo atto. Se nel 2011 il figlio adolescente ha ucciso il padre, nel 2021 il padre ormai anziano ha benedetto il figlio adulto. La tribù del no, come in una buona famiglia, ha passato il bastone del comando alla nuova generazione. Nel suo discorso dopo la vittoria Boric ha ammesso di essere l’erede di un processo storico. Ha citato la frase usata, tra gli altri, da Isaac Newton, riconoscendo di sedere “sulle spalle dei giganti”. È l’unico modo per vedere lontano: guardare dall’alto della continuità della storia verso il futuro. ◆ fr

Daniel Matamala è un giornalista cileno nato nel 1978. Lavora per Cnn Chile.

Questo articolo è uscito sul numero 1442 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati