Mentre i negoziati sullo stretto di Hormuz sono ancora in stallo e lo scontro intermittente con gli Stati Uniti continua a pesare sulla regione, la Repubblica islamica si sta impegnando a colmare i vuoti lasciati ai vertici del suo apparato militare e di sicurezza. Allo stesso tempo cominciano a definirsi i contorni del sistema che la nuova guida suprema, Mojtaba Khamenei, sta cercando di costruire intorno a sé. Il 10 agosto Khamenei ha nominato o confermato sei alti funzionari militari. Le decisioni sono arrivate all’indomani di un altro importante cambiamento: la nomina di Mohsen Rezai, 71 anni, ex comandante dei Guardiani della rivoluzione, alla carica di segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale (Cssn). Nel loro insieme queste scelte sembrano esprimere la volontà di ricostruire e riorganizzare l’architettura di comando di uno stato che si prepara più a uno scontro prolungato che a un ritorno allo status quo precedente al conflitto.

Da quando ha assunto l’incarico di guida suprema a marzo, in seguito alla morte del padre nei bombardamenti del 28 febbraio, Mojtaba Khamenei non ha fatto apparizioni pubbliche. Anche lui sarebbe rimasto ferito nell’attacco, cosa che ha alimentato le speculazioni sul suo stato di salute. In assenza di una guida visibile, le nomine rappresentano quindi uno dei principali indicatori che permettono di decifrare i nuovi rapporti di forza al vertice. Ali Abdollahi è stato nominato capo di stato maggiore delle forze armate, mentre Ahmad Vahidi è stato confermato alla guida dei Guardiani della rivoluzione. Ali Azmaei assume il comando della marina, Hossein Taeb quello della forza paramilitare basij.

Abdollahi in particolare dovrà portare avanti l’integrazione del quartier generale centrale delle forze armate Khatam al Anbiya con lo stato maggiore, per centralizzare ulteriormente il comando in tempo di guerra. Il suo mandato riguarda anche la preparazione alle “minacce convenzionali, tecnologiche, cognitive e ibride”. “Sembra un tentativo di istituzionalizzare le lezioni belliche e di preparare l’Iran a uno scontro prolungato piuttosto che a un’uscita dallo stato di guerra”, ha confermato su X Sina Toossi, ricercatore del Center for international policy, negli Stati Uniti. Le istruzioni assegnate a Vahidi sono ancora più esplicite. Khamenei gli chiede di rafforzare al “massimo la deterrenza” del paese, ma anche di fare in modo che i Guardiani siano sempre in grado di compiere “potenti operazioni offensive contro il nemico”. La frase pare indicare una concezione più offensiva della deterrenza, basata sulla capacità di prendere l’iniziativa e imporre dei costi all’avversario. Una logica che si è già intuita nelle ultime settimane, quando Teheran e Wash­ington si sono impegnate in una sorta di diplomazia delle cannoniere.

La vecchia guardia

Khamenei non ha approfittato della decapitazione del vecchio comando per promuovere una nuova generazione. “Ha privilegiato l’esperienza e le figure già collaudate invece di operare cambiamenti”, osserva Mohammad Ghaedi, politologo dell’università di Georgetown, negli Stati Uniti. Mohsen Rezai incarna questa continuità: nominato a 27 anni a capo dei Guardiani da Ruhollah Khomeini, li ha guidati per gran parte della guerra tra Iran e Iraq, per poi occupare diverse cariche di rilevanza politica ed economica. Consigliere militare di Khamenei da marzo, ora è di nuovo al cuore delle decisioni in materia di sicurezza. Il suo ritorno è stato interpretato come il segnale di un ulteriore radicamento della vecchia guardia.

Diversi esperti vedono nella sua nomina anche un modo di controbilanciare la figura di Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento ed ex comandante dei Guardiani, la cui influenza è aumentata da quando svolge un ruolo centrale nei negoziati con Washington. Il predecessore di Rezai al Cssn, Mohammad Bagher Zolghadr, è ritenuto vicino a Ghalibaf. Rimosso dall’incarico dopo meno di cinque mesi, Zolghadr è stato nominato consigliere politico di Khamenei. La logica sembra essere quella di evitare che una sola persona abbia un’influenza sufficiente a mettere in ombra la guida suprema. Resta da capire se il peso crescente dei Guardiani si tradurrà automaticamente in un atteggiamento più aggressivo.

Ultime notizie
Accordo fallito

Il 17 agosto 2026 si è chiusa la finestra diplomatica di sessanta giorni prevista dal memorandum tra Stati Uniti e Iran firmato il 17 giugno. In questo arco di tempo le due parti avrebbero dovuto proseguire i colloqui per raggiungere un’intesa definitiva e concludere la guerra scatenata dall’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran il 28 febbraio. Ma nessuno dei punti rimasti in sospeso, innanzitutto la questione del programma nucleare iraniano e l’alleggerimento delle sanzioni statunitensi, è stato risolto e l’accordo è effettivamente fallito nel giro di poche settimane mentre le due parti si accusavano a vicenda di averlo violato, commenta il sito panarabo The New Arab. Da allora Teheran ha nuovamente chiuso lo stretto di Hormuz dopo aver accusato gli Stati Uniti di voler istituire un passaggio marittimo alternativo, mentre Washington ha imposto un nuovo blocco navale. Il 17 agosto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha escluso una proroga dell’accordo, riferisce il sito della diaspora Iran International.

Da qualche settimana l’Iran e l’Oman, i paesi che si affacciano sullo stretto di Hormuz, discutono della futura gestione del passaggio strategico, attraverso il quale prima della guerra transitava un quinto degli idrocarburi del mondo. Secondo Al Monitor il 17 agosto i due paesi avrebbero raggiunto un accordo riguardo al percorso per il transito delle navi. Lo stesso giorno Trump ha minacciato di bombardare l’Oman se “si metterà di traverso”, ostacolando un eventuale accordo con Teheran sullo stretto di Hormuz. Il giornale iraniano Shargh avverte però che i negoziati tra Iran e Oman sono lontani dalla conclusione, mentre le posizioni di Washington e Teheran si irrigidiscono sempre di più. Le tensioni s’intensificano in tutta la regione. Il 18 agosto gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la sospensione di tutti gli scambi commerciali e finanziari con l’Iran, accusato di aver colpito delle navi con due missili balistici. ◆


Il ritorno di Taeb a capo del basij è particolarmente rivelatore della dimensione interna della riorganizzazione in corso. Ex comandante del gruppo, Taeb ha diretto per più di un decennio l’organizzazione d’intelligence dei Guardiani. Figura controversa dell’apparato di sicurezza, soprattutto per il suo ruolo nella repressione delle proteste, anche lui è considerato vicino a Khamenei. Ma è soprattutto il contenuto del suo mandato ad attirare l’attenzione. Il decreto di nomina gli chiede infatti di rafforzare la “rete popolare d’intelligence” del basij, di aumentare il ricorso alle nuove tecnologie e di sviluppare una risposta alle minacce “fondata sul popolo” . Si prevede inoltre un potenziamento delle strutture locali del basij, soprattutto nei quartieri, attribuendo un ruolo centrale alle moschee. Questi orientamenti indicano che le autorità stanno cercando di consolidare i rapporti tra le reti locali del basij e l’apparato dei servizi segreti, dopo un conflitto durante il quale le infiltrazioni, i sabotaggi e gli omicidi mirati hanno evidenziato importanti falle nella sicurezza. In altre parole, l’obiettivo sembra essere intensificare ulteriormente le capacità di sorveglianza degli apparati di sicurezza. “Tutto questo mostra la crescente importanza del basij e dell’intelligence popolare in tempo di guerra”, spiega Mohammad Ghaedi.

Infine c’è Ali Azmaei, che assume il comando della marina dei Guardiani nel momento in cui Hormuz costituisce il principale strumento di pressione di Teheran nei confronti di Washington. Azmaei prende il posto di Alireza Tangsiri, ucciso durante la guerra, mentre Iran e Oman continuano a negoziare le modalità di un eventuale accordo marittimo. Tuttavia, poco prima di lasciare il Cssn Zol­ghadr aveva subordinato la riapertura di Hormuz a importanti concessioni statunitensi: revoca del blocco navale e delle sanzioni, scongelamento dei beni iraniani, riparazioni di guerra e ritiro delle forze di Washington dalle zone intorno all’Iran. Il suo successore Rezai ha espresso una diffidenza simile verso qualunque accordo parziale. Poco dopo il cessate il fuoco di aprile si era detto “assolutamente contrario alla sua continuazione”, affermando che la tregua si sarebbe dovuta realizzare “solo dopo la conclusione di tutti gli accordi”. Non ha però rifiutato a priori il principio dei negoziati. Più di recente, Rezai ha detto che gli sforzi diplomatici devono proseguire ma che Washington deve “cambiare atteggiamento” e dimostrare di prendere sul serio la diplomazia. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1679 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati