Gerusalemme è sacra a tre religioni. Ma è anche una polveriera, e il più piccolo errore potrebbe scatenare una guerra di religione. Il conflitto arabo-israeliano non sarà mai risolto fino a quando non sarà risolta la questione di Gerusalemme.

Per gli ebrei Gerusalemme è il luogo dove si trova il loro tempio, la casa del loro unico dio. Ogni volta che venivano esiliati dalla loro capitale religiosa e politica, gli ebrei la lasciavano sognando di tornarci, e il termine Sion, che è il nome di una delle colline della città, ha finito per indicare non solo la città stessa, ma la terra d’Israele in generale, ed è la radice del nome del movimento che sosteneva la creazione di uno stato ebraico in quella terra.

E allora perché i quasi 160 paesi che hanno relazioni diplomatiche con Israele non riconoscono Gerusalemme come sua capitale? E perché il fatto che gli Stati Uniti abbiano deciso di farlo, circa settant’anni dopo la creazione d’Israele, è fonte di apprensione in tutto il mondo?

La risposta è legata all’importanza di Gerusalemme per il cristianesimo e per l’islam, due religioni che insieme contano tre miliardi di fedeli nel mondo. Per i cristiani Gesù, il messia, è morto a Gerusalemme e lì è risuscitato. Per i musulmani Gerusalemme, e più precisamente “la moschea più lontana” identificata con Al Aqsa, è stata la destinazione del “viaggio notturno” del profeta Maometto, che da lì è salito al cielo per parlare con dio.

Ciascuna di queste religioni ha un posto che considera il più sacro nella città vecchia di Gerusalemme, e che è oggetto della passione e dedizione dei fedeli. Per gli ebrei è il sancta sanctorum, la cui ubicazione precisa non è più nota, e questo fa dell’intero monte del Tempio un luogo sacro. Per i cristiani è il Calvario, il luogo dove Gesù è stato crocifisso e che per la maggioranza dei fedeli coincide con la chiesa del Santo sepolcro. Per i musulmani la moschea Al Aqsa ha finito per indicare tutto l’Haram al sharif (il nome arabo del monte del Tempio).

I primi leader sionisti, molti dei quali erano laici, avevano sentimenti ambivalenti nei confronti di Gerusalemme. Il fondatore del sionismo Theodor Herzl immaginava che la capitale dello stato ebraico sarebbe stata sul monte Carmelo, nel nord. Quando il 29 novembre 1947 le Nazioni Unite approvarono un progetto per dividere la Palestina in due stati, uno arabo e uno ebraico, lasciarono Gerusalemme fuori dall’equazione, immaginando la città e i suoi dintorni (inclusa Betlemme) come un corpus separatum: un territorio separato e sotto amministrazione internazionale. Gli ebrei accettarono il piano e il fondatore di Israele, David Ben-Gurion, affermò che la perdita di Gerusalemme era “il prezzo da pagare” per avere uno stato nel resto del territorio.

Nessun cedimento

Quando gli arabi rifiutarono il piano di spartizione, scatenando la guerra del 1948, Israele non si considerò più vincolato a quei confini. Durante la guerra, migliorò la sua posizione strategica in gran parte del paese e a Gerusalemme. Quando furono disegnate le linee del cessate il fuoco, Israele occupò la parte occidentale della città vecchia, e la Giordania la parte orientale, dove si trova il monte del Tempio. Israele aveva lottato per Gerusalemme e non era più disposto a cederla.

Ufficialmente, dopo la guerra, l’Onu rimase fedele al piano del 1947, ma sia Israele sia la Giordania preferirono lasciare divisa la città. Una no man’s land smembrò il centro della città, insieme a una barriera, e il passaggio da una parte all’altra fu drasticamente limitato. Anche se Israele e la Giordania provarono a trovare un accordo su Gerusalemme, entrambe presero anche decisioni unilaterali che impedirono una soluzione: Israele annetté Gerusalemme Ovest il 5 dicembre 1948, dichiarandola sua capitale; la Giordania rispose annettendo Gerusalemme Est il 13 dicembre e nominandola sua seconda capitale.

Nei diciannove anni tra la nascita di Israele e la guerra del 1967, a Gerusalemme prevalse un complicato status quo. Ufficialmente la città non era riconosciuta come parte né d’Israele né del territorio giordano. I diplomatici stranieri andavano a incontrarci i funzionari israeliani, ma riconoscerla come capitale d’Israele o stabilirvi un’ambasciata avrebbe significato compromettere ogni possibile accordo futuro.

Poi ci fu la guerra dei sei giorni, e Israele si impossessò della Gerusalemme giordana, allargando i confini della città a nord, est e sud, e includendo una serie di quartieri arabi che storicamente non facevano parte della città.

Negli anni, Israele ha spostato tutti gli uffici governativi in città, sistemandone vari nella parte orientale, praticando una invasiva politica edilizia in modo da rendere difficilmente reversibile il suo controllo su tutta la città. Inoltre ha preso delle misure per rendere quasi impossibile, anche per un governo di sinistra, cedere parte di Gerusalemme a un eventuale stato palestinese.

Negli ultimi decenni la posizione di tutte le parti si è irrigidita. La comunità internazionale non ha accettato le scelte unilaterali d’Israele a Gerusalemme Est né le decine di migliaia di appartamenti spuntati nei nuovi quartieri ebraici. E i palestinesi non sembrano disposti a rinunciare a Gerusalemme Est come capitale di un loro futuro stato. Anche se israeliani e palestinesi hanno negoziato, più o meno seriamente, per più di venticinque anni, le trattative non sono mai andate molto lontano. Finché le due parti non si accorderanno su un piano per condividere la sovranità di Gerusalemme o su un qualsiasi altro piano per la città, o finché la comunità internazionale non imporrà una soluzione, sarà molto difficile che un paese possa riconoscere ufficialmente e in modo unilaterale Gerusalemme come capitale di un singolo stato.

Almeno per un paese che non sia guidato da Donald Trump. ◆ ff

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1235 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati