Le culture hanno modi diversi per esprimere l’idea di raggiungere allo stesso tempo due obiettivi opposti. Un proverbio albanese parla di “nuotare senza bagnarsi”, gli iraniani vogliono “sia dio sia i datteri”. Gli Stati Uniti del presidente Donald Trump stanno cercando di realizzare una versione geopolitica di questo rompicapo. I falchi dell’amministrazione Trump esortano il presidente a non certificare l’accordo sul nucleare iraniano il 15 ottobre (il presidente statunitense è tenuto a certificare ogni novanta giorni l’accordo sul nucleare iraniano, firmato nel 2015). Allo stesso tempo, però, sostengono che Washington vuole rafforzare, non infrangere, quel patto. A quanto pare, l’idea di Trump e dei suoi collaboratori è che le nuove pressioni statunitensi convinceranno Teheran a fare quelle concessioni unilaterali che si è rifiutata di fare in tredici anni di negoziati.
Il pensiero magico in politica estera è sempre affascinante, ma di solito non ha successo. Respingere l’accordo con l’Iran non porterà nessun vantaggio in termini di sicurezza agli Stati Uniti o a Israele. Anzi, introdurrà insicurezza proprio dove gli Stati Uniti e i loro alleati dovrebbero pretendere maggiore trasparenza, come sul numero delle centrifughe attive o la quantità di scorte di uranio arricchito in Iran.
Quale potrebbe essere la reazione di Teheran se l’accordo venisse respinto? Seyed Hossein Mousavian, un ex negoziatore iraniano, mi ha detto che se il congresso statunitense non imporrà nuove sanzioni (cosa che potrebbe fare se Trump non certificasse l’accordo) e gli altri firmatari del gruppo del 5+1 (Cina, Francia, Regno Unito, Russia e Germania) continueranno a garantirne l’attuazione, l’Iran rispetterà il patto. Ma, avverte Mousavian, non tutti a Teheran sono d’accordo con questa linea.
Promesse da rispettare
Nel caso dell’Iran la vera sfida non è il nucleare, ma il comportamento aggressivo di Teheran nella regione. L’Iran e i suoi alleati continuano a destabilizzare il Medio Oriente, da Beirut a Damasco, da Baghdad a Sanaa. Nelle prossime settimane il dibattito sulla decertificazione dominerà i mezzi d’informazione, concentrando inutilmente l’attenzione sull’unico aspetto delle politiche iraniane che in realtà è sotto controllo. Un’ultima ragione per cui Trump dovrebbe salvaguardare l’accordo sul nucleare è che l’Iran lo sta rispettando. E un grande paese mantiene la parola data. ◆ gim
A cinque mesi dalle presidenziali di maggio, che hanno visto la riconferma del presidente moderato Hassan Rohani, la relativa calma che regnava sulla scena politica iraniana sembra essere giunta alla fine, scrive Le Monde. Un tribunale ha vietato all’ex presidente Mohammad Khatami di assistere per tre mesi, a partire dal 23 settembre, a eventi pubblici e di ricevere persone a casa. Mentre venivano annunciate le misure contro Khatami, il cui sostegno è stato fondamentale per la rielezione di Rohani, è stato arrestato con l’accusa di finanziamenti illegali Mehdi Jahangiri, fratello del vicepresidente iraniano Eshaq, che ha parlato di “un regolamento di conti politico, mascherato da lotta alla corruzione”.
Sono sempre più forti le pressioni esercitate su Rohani dall’ala oltranzista della repubblica islamica. Finora Rohani aveva cercato di tendere una mano agli avversari, scegliendo un governo meno riformatore del precedente. Ma il 7 ottobre durante un discorso all’università di Teheran ha criticato apertamente il potere giudiziario, che è nelle mani dei conservatori.
Una questione di fiducia
In attesa che il presidente statunitense Donald Trump decida se certificare l’accordo sul nucleare iraniano, Rohani, l’architetto dell’intesa, si è mostrato rassicurante: “Il patto ha garantito all’Iran dei vantaggi che non si possono cancellare. Neanche dieci Trump in tutto il mondo potranno toglierceli”. Secondo la stampa statunitense Trump, che ha sempre criticato l’accordo negoziato dal suo predecessore Barack Obama, dirà al congresso statunitense che l’Iran non sta rispettando gli accordi. Questa procedura in cui si certifica o meno il rispetto dell’accordo deve ripetersi per legge ogni novanta giorni. In caso di parere negativo, il congresso ha sessanta giorni per imporre nuove sanzioni. A Teheran Rohani ha cercato di anticipare le critiche: “Se gli Stati Uniti violeranno l’accordo, il resto del mondo condannerà loro, non l’Iran”. La decisione di Trump di respingere il patto sarebbe comunque una manna per gli avversari di Rohani, accusato di essersi fidato del nemico.
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1226 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati