Potremmo definirla la Brexit dell’Africa occidentale. Quest’an- no otto paesi della regione abban- doneranno il franco Cfa a favore di una nuova moneta, che si chiamerà eco. Saranno seguiti a breve dai sei stati dell’Afri- ca centrale che fanno parte di una diversa unione del franco Cfa. È il cambiamento più importante nei rapporti della regione con la Francia dalla fine del periodo colo- niale. La simbologia è importante, anche se i cambiamenti non si limitano a questo. Non è una questione da poco per otto paesi, sette dei quali ex colonie francesi, liberarsi di una moneta il cui acronimo significava in origine Colonies françaises d’Afrique, colonie francesi dell’Africa. E non è una cosa di po- co conto che i paesi interessati – Costa d’Avorio, Senegal, Mali, Burkina Faso, Be- nin, Togo, Niger e Guinea Bissau – non debbano più tenere metà delle loro riserve in Francia o assicurare un posto nelle loro banche centrali a un rappresentante di Pa- rigi. Il presidente francese Emmanuel Ma- cron ha scelto proprio il giorno in cui ha an- nunciato la fine della moneta per definire il colonialismo francese in Africa un “grave errore”. Durante la campagna elettorale del 2017 Macron, il primo leader francese nato dopo le indipendenze africane, aveva già definito le attività francesi in Algeria un “crimine contro l’umanità”.

Una pressione enorme

Lo smantellamento del franco Cfa è un sim- bolo, ma rappresenta anche un rischio. L’eco continuerà a essere ancorata all’euro e garantita dalla Francia (fatto che ha indot- to qualcuno a sottolineare la superficialità del cambiamento), ma la tenuta della mo- neta sarà messa alla prova solo in caso di crisi. La Francia nominerà un rappresen- tante “indipendente” alla banca centrale regionale e monitorerà ogni giorno le riser- ve. Tuttavia, in caso di crollo dei prezzi delle materie prime o di crisi politica, l’eco sarà sottoposto a una pressione enorme. Solo a quel punto la disponibilità della Francia a proteggere la moneta sarà messa davvero alla prova. Senza Parigi la tenuta sarà ga- rantita unicamente dalla disciplina fiscale e monetaria degli stati africani. Molti guar- dano con preoccupazione ai paesi confi- nanti, dove l’inflazione alta e la svalutazio- ne sono la norma. Quando nel 1973 la naira, la moneta nigeriana, sostituì la sterlina in- glese, il suo valore era di due naira contro una sterlina. Oggi servono più o meno 470 naira per avere una sterlina.

Alassane Ouattara, presidente della Co- sta d’Avorio ed ex banchiere centrale, ha sostenuto energicamente il franco Cfa lo- dandone la stabilità e la solidità. Per una determinata classe di imprenditori, questa moneta è stata effettivamente un’ottima cosa. Le grandi aziende francesi come Bol- loré, Edf, Orange, Total e Veolia potevano investire sapendo che lo stato francese li proteggeva contro la svalutazione. Il pos- sesso dei franchi Cfa sopravvalutati per- metteva alle élite africane, che con quelle aziende facevano affari, di pagare i beni di lusso importati. L’accordo è stato meno vantaggioso per chi aveva l’ambizione di produrre beni in Africa, soprattutto se vole- va esportarli. Il prezzo pagato per la stabilità del franco Cfa è stato forse il soffocamento sul nascere dell’industria locale.

Il passaggio all’eco è una questione più politica che economica. Le élite africane sperano di poter sconfiggere il risentimento popolare che nella moneta vede una sorta di talismano dell’egemonia francese. Parigi spera di potersi così liberare della macchia coloniale che, agli occhi di molte persone, rende la sua onnipresenza in Africa occi- dentale motivo di rabbia profonda. Ma Ma- cron ha ammesso la necessità di sbarazzar- si una volta per tutte di questo sistema già traballante, non fosse altro che per avvan- taggiare paradossalmente proprio le azien- de francesi. Oggi le aree commerciali più interessanti in Africa si trovano fuori dalle zone francofone. Nel 2019, per esempio, Macron ha visitato la Nigeria e l’Etiopia.

Il rapporto speciale con la Francia, co- munque, non è esaurito. Nel 2013 Parigi ha inviato delle truppe nel Mali settentrionale per scacciare i miliziani jihadisti che occu- pavano ampie aree del paese. Quelle truppe sono ancora lì e, come il franco Cfa, suscita- no risentimento. Alcuni sostengono che contribuiscono alla stabilità, altri che ali- mentano lo stesso risentimento che sono chiamate a placare. Se il rapporto speciale dovesse finire, molti potrebbero chiedersi cosa ci facciano lì quei soldati. ◆ gim

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1340 di Internazionale, a pagina 98. Compra questo numero | Abbonati