È inutile girarci intorno. la realtà è questa: la distruzione del World Trade Center di New York e l’attacco al Pentagono sono un’enorme sconfitta per gli Stati Uniti, un fallimento di proporzioni colossali per i servizi segreti e un gravissimo errore di calcolo della minaccia che il terrorismo rappresenta, non solo per gli interessi, ma anche per la vita degli americani.

Il senatore repubblicano Chuck Hagel senza dubbio ha ragione quando dice che gli attacchi sono stati “la Pearl Harbor di questa generazione”. Ma il problema è che si è trattato di un’azione di guerra da parte di un nemico che sarà difficilmente identificato, per non dire colpito.

Il prezzo strappato dai terroristi in termini di vite umane e di inevitabili ripercussioni sull’economia mondiale è incalcolabile. Ma c’è un prezzo che non abbiamo neanche cominciato a calcolare, e tanto meno a pagare. Con la distruzione del World Trade Center, e la vulnerabilità che ha rivelato, la stessa modernità è stata gravemente ferita. È la vendetta di chi, a torto o a ragione, considera questa modernità un flagello.

Il peggio deve ancora venire

Per gli americani, però, il peggio potrebbe ancora venire. Questo è il volto della guerra del nuovo millennio. In oltre dieci anni di combattimenti in Vietnam abbiamo avuto 58mila vittime; ieri, in una sola mattinata i terroristi sono riusciti a compiere un attacco che ha ucciso migliaia e migliaia di persone.

Credevamo di conoscere il terrorismo. Dopo i dirottamenti aerei degli anni Settanta, gli attacchi alle basi militari e alle ambasciate americane degli anni Ottanta e Novanta e l’attentato del 1993 contro lo stesso World Trade Center, sembrava che niente potesse più sorprenderci. Questa minaccia faceva talmente parte del nostro panorama psicologico che siamo perfino riusciti a trasformarla in fonte di divertimento. Si pensi agli innumerevoli film di Hollywood sui terroristi che fanno saltare edifici, dirottano aerei e diffondono epidemie micidiali.

Ma la realtà non è un film: non eravamo pronti a svegliarci e vedere un aereo abbassarsi sull’orizzonte di New York, il famosissimo sfondo del potere finanziario e culturale degli Stati Uniti, e ridurre in pezzi il World Trade Center.

Con il senno di poi la nostra idea di ciò che il futuro riservava a noi americani si è rivelata sbagliata. Questo è il vero successo dei terroristi ed è inutile fingere il contrario. È un successo che la popolazione arrabbiata e oppressa del mondo islamico, e non solo, sta festeggiando.

Oltre a smascherare la fragilità dei nostri edifici e la debolezza della nostra difesa, la tragedia ha messo in evidenza anche quanto sia precaria la nostra società. In questo senso gli attacchi sono un brusco risveglio e un richiamo alla realtà. La prossima grande novità non sarà una qualche innovazione tecnologica o una conquista in campo medico. La prossima grande novità probabilmente sarà la paura.

Non c’è riparo

Questa paura c’è già. Dopo gli attacchi gli Stati Uniti non si sono limitati a piangere i morti: hanno chiuso i battenti. Che si tratti dell’evacuazione dei grattacieli del centro di Los Angeles, a migliaia di chilometri di distanza dal luogo degli attacchi, o della cancellazione di spettacoli popolari come la consegna degli Emmy e le partite di baseball, la reazione americana dimostra quanto ci siamo sentiti vulnerabili all’improvviso.

E chi può biasimarci? Il messaggio che gli attacchi portano, in un paese in cui le passioni del resto del mondo sembrano lontane e irreali, è che non c’è riparo dal caos del Medio Oriente, dell’Afghanistan o dell’Africa subsahariana.

Gli Stati Uniti possono anche non essere ossessionati dal resto del mondo, ma il resto del mondo è ossessionato dagli Stati Uniti. Spesso questa ossessione si esprime nel desiderio di consumare la cultura popolare americana o, addirittura, di emigrare in America. In molti paesi, però, gli Stati Uniti sono visti come la fonte di ogni male: da ciò, la sete di vendetta.

È questo il mondo caotico e arrabbiato in cui vivremo il Ventunesimo secolo. ◆ sdf

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Questo articolo è uscito sul numero 403 di Internazionale, a pagina 49. Compra questo numero | Abbonati