Non può essere lui, pensò Kim Joo-kyung sedendosi in un vagone affollato della metropolitana di Seoul. Attraverso la giungla oscillante di gambe, borse e giubbotti cercò di dare qualche occhiata a quelli che sembravano gli stessi zigomi alti, i capelli neri cortissimi, le spalle affilate, perfino il completo giacca e pantaloni. Il treno entrò stridendo e sobbalzando in una stazione che non era quella a cui lei doveva scendere. Prima di rendersene conto, però, uscì dal vagone e si mise a seguire l’uomo. Camminava in fretta, aveva paura di perderlo di vista. Poi si fermò di colpo. Non era possibile che fosse Jang-hyeok.

Con il cuore che le batteva, Joo-kyung tornò al binario e prese il treno successivo. Era poco più che ventenne, snella e con i capelli scuri. Da quando si era trasferita nella capitale sudcoreana e aveva cominciato gli studi per diventare insegnante, aveva preso lo stile e i modi dei coetanei che la circondavano, adottando le cadenze più dolci dell’accento meridionale. I suoi pensieri riandarono all’ultima volta che aveva visto Hyeok, due anni prima in Corea del Nord, dov’erano cresciuti. Dieci mesi dopo essersi innamorati, Joo-­kyung era scappata dal paese con la sua famiglia. I pericoli della fuga imponevano segretezza assoluta, perciò Joo-kyung era partita senza avvisare Hyeok e senza dargli nessuna spiegazione. Un giorno era semplicemente scomparsa.

Dopo quell’incontro illusorio sulla metro, cominciò a pensare a lui sempre più spesso. A volte arrivava a immaginare l’impossibile: rifare in senso inverso il viaggio più lungo e pericoloso della sua vita, solo per rivederlo. Poi raccontò a un’amica l’episodio della metro e le confidò un’idea che le si era ficcata in testa: voleva trovare un sistema per contattare Hyeok.

Il piano

L’Hamgyong settentrionale, dov’è nata Joo-kyung, è una provincia montuosa all’estremità nordorientale della Corea del Nord. Con catene alpine coperte di foreste e una costa per lo più intatta, contiene aree di straordinaria bellezza. Ma è anche tra le regioni più colpite dalle crisi economiche del paese, e i generi alimentari a volte scarseggiano.

Joo-kyung, come la sorella minore, ha avuto un’infanzia relativamente stabile. Intelligente e studiosa, aveva preso il diploma con ottimi voti e sperava di frequentare una delle migliori università nella capitale Pyongyang, per migliorare la propria condizione. Ma poi i genitori le avevano detto che erano stati vittime di una truffa e che i loro debiti erano ingestibili. Non potevano più pagarle gli studi.

Poco dopo, la madre di Joo-kyung decise che avrebbero provato a scappare. Era l’agosto 2012. Kim Jong-il, leader supremo della Corea del Nord per quasi due decenni, era morto l’anno prima e il potere si era trasferito al figlio maggiore, Kim Jong-un, di 27 anni. Il nuovo dittatore era circondato da un vortice di intrighi internazionali. La sua famiglia deteneva il potere da quando il nonno di Kim era diventato il fantoccio di Josif Stalin, dopo la seconda guerra mondiale, e gli analisti occidentali si chiedevano se lui, che aveva studiato in Svizzera ed era un tifoso dei Chicago Bulls, avrebbe finalmente aperto le porte del paese.

Ma per la maggioranza dei 26 milioni di abitanti intrappolati nella Corea del Nord cambiò ben poco. L’economia non si è mai realmente ripresa dal crollo dell’Unione Sovietica (che mandava aiuti) e dalla successiva, devastante carestia degli anni novanta. Erano anni che lo stato non forniva assistenza e protezione ai suoi cittadini.

Oltre la frontiera

Joo-kyung e la sua famiglia volevano raggiungere dei parenti in Cina, dove vivono sette milioni di persone di etnia coreana. Con poche eccezioni, chi fugge dalla Corea del Nord passa in Cina attraversando la frontiera di 1.400 chilometri che divide i due paesi. Il riparo migliore di solito si trova negli angoli più remoti del fiume Yalu, che scorre per quasi la metà del confine e gela durante i lunghi inverni, quando le bufere siberiane ricoprono la penisola di ghiaccio e neve. Ma la famiglia arrivò sulla riva dello Yalu intorno alla fine dell’estate, e il fiume era in piena. Si strinsero una corda intorno alla vita, legandosi insieme nel caso qualcuno scivolasse, e poi guadarono il fiume.

Le zone di frontiera sono pericolose, disseminate di pattuglie per scovare i disertori. La riuscita della fuga spesso dipende da una segreta rete di sostegno: intermediari in Corea del Nord e in Cina che vendono informazioni, cellulari usa e getta e servizi per trasferire denaro, ma anche ong, in alcuni casi finanziate da chiese statunitensi, che coordinano una catena di case sicure e punti di smistamento in Cina e nel sudest asiatico.

La famiglia di Joo-kyung non poteva permettersi un intermediario, perciò fece tutto da sola. Si trascinò per due settimane in aree paludose e lungo pendici costellate di piccole fattorie. La ragazza non osava fare domande ai genitori, ma dopo qualche giorno cominciò a sentire una disperazione strisciante. La stagione dei monsoni stava finendo, e l’aria pesante era piena di zanzare. Il volto di sua sorella era gonfio per le punture. Gli abitanti del luogo si rifiutavano di aiutarli. Per mangiare raccoglievano cetrioli da campi minuscoli. Finalmente raggiunsero un parente in un villaggio. Ma il sollievo durò poco. Alcuni giorni dopo, un vicino sospettoso li denunciò.

La Cina segue un protocollo di frontiera concordato con il regime dei Kim nel 1986, che prevede la cattura e il rimpatrio dei disertori nordcoreani. Una volta tornate in Corea del Nord, quelle persone devono affrontare persecuzioni, torture e lavoro forzato; in alcuni casi sono condannate a morte e uccise. Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani sostengono che rimpatriando i nordcoreani pur sapendo cosa li aspetta, il governo cinese viola due trattati delle Nazioni Unite: la convenzione sui rifugiati del 1951 e la convenzione contro la tortura del 1984.

“Siamo tutti morti”, pensò Joo-kyung quando arrivò la polizia. La famiglia fu trattenuta in Cina per settimane prima di essere caricata su un suv da agenti della sicurezza e riportata in Corea del Nord. Nei ricordi della ragazza, il viaggio è ammantato di grigio. Le guardie della sicurezza sembrano grigie, i loro volti scuri, i lineamenti confusi.

Alla fine la famiglia se la cavò relativamente bene. I genitori passarono sei mesi in un campo di lavoro, dove i detenuti malnutriti sgobbano per ore e ore prima di rientrare in dormitori sovraffollati e infestati dalle malattie. Joo-kyung e la sorella rimasero in un centro vicino alla frontiera, dove furono sottoposte a perquisizioni invasive e umilianti, sorveglianza e interrogatori. Le autorità volevano conoscere ogni dettaglio della loro fuga, perfino che tipo di corda avevano usato per attraversare il fiume. Le ragazze dovevano memorizzare il regolamento e l’orario del centro. A che ora bisogna svegliarsi? A che ora si mangia?

Quando fu rilasciata, la famiglia andò nella città natale della nonna di Joo­-kyung. La loro situazione era ancora peggiore: non avevano soldi ed erano degli emarginati. Joo-kyung vide la madre sprofondare sotto il peso dei rimorsi, perché si sentiva responsabile della loro rovina. Poi il padre cominciò ad avere problemi di salute. “Molte cose andarono storte”, racconta. “Mio padre si ammalò e morì rapidamente. Mia madre si dava la colpa di tutto”. Ma, invece di rassegnarsi al destino, la donna decise che avrebbero provato di nuovo a scappare.

Jang-hyeok (Yang Jihoon)

L’incontro

Joo-kyung dice che il cuore le trema ancora quando ripensa al suo primo incontro con Hyeok. Erano passati quasi tre anni dal loro primo tentativo di fuga. Lavorava in cambio di vitto e alloggio in uno studio fotografico di Chongjin, la capitale industriale della provincia dell’Hamgyong settentrionale. Un giorno, all’inizio del 2015, Hyeok – un tecnico di passaggio – le aveva messo una mano sulla spalla chiedendole come stava. L’aveva scambiata per un’altra. Lei si era voltata e si erano trovati faccia a faccia. Alto e di una bellezza classica, Hyeok aveva tratti spigolosi che si addolcivano e illuminavano quando sorrideva.

Hyeok era cresciuto a Chongjin ed era stato uno studente modello, tanto da attirare l’attenzione dei funzionari dell’istruzione a Pyongyang. Non ancora ventenne, era stato selezionato per la squadra nazionale di matematica ed era andato a Pechino, un fatto abbastanza eccezionale visto che i viaggi internazionali sono riservati alla classe dirigente o a emissari che si procurano soldi per il regime. Aveva studiato scienza dei dati all’università delle scienze, un ateneo prestigioso della capitale, e dopo la laurea era stato assunto dal Partito dei lavoratori, che guida lo stato sotto la direzione del regime di Kim. Per motivi di sicurezza personale preferisce non rivelare i dettagli del suo lavoro.

I ricercatori stranieri hanno documentato una varietà di ruoli che nel regime di Kim possono essere assegnati a chi ha un’ottima formazione matematica e competenze informatiche. Alcuni mettono a punto e controllano l’intranet nazionale, una versione limitata del web a cui determinati cittadini possono accedere attraverso le istituzioni statali. Ad altri viene chiesto di rubare segreti sulle armi nucleari o di generare liquidità per il regime con frodi internazionali o rubando criptovalute. Si sa che qualcuno si dedica anche ad attività collaterali, come ripristinare smartphone di fabbricazione cinese che consentono di accedere ad applicazioni e contenuti stranieri vietati.

Intorno al 2010, Hyeok, che aveva circa 25 anni, lasciò Pyongyang per tornare a Chongjin, dove cominciò a guadagnare fornendo assistenza tecnica alle aziende locali. Era uno dei pochi residenti che aveva frequentato un’università d’élite e viaggiato all’estero e poi era tornato per avviare un’attività redditizia, perciò suscitò interesse e pettegolezzi. Quando scambiò Joo-kyong per un’altra, lei aveva già sentito parlare di lui dagli amici.

La partenza

In Corea del Sud la cultura della coppia è un labirinto di regole non dette e di prove da superare, che in molti casi implicano doni, galanterie e celebrazione degli anniversari, a partire dai cento giorni dopo il primo incontro e i cento giorni dopo essere diventati una coppia. In Corea del Nord i momenti romantici si ritagliano tra interminabili ore di lavoro, faccende domestiche e commissioni. Joo-kyong e Hyeok riuscivano a trovare questi momenti. Se finivano il lavoro abbastanza presto, andavano a fare la spesa insieme, portando a casa dal mercato uova e legna da ardere. A volte camminavano sulla spiaggia guardando le stelle. Nei giorni in cui si sentivano stanchi, mettevano le ciabatte per terra, ci si sedevano sopra e mangiavano cioccolata.

Ma mentre si stavano innamorando, Joo-kyong nascondeva un segreto. La severa attenzione delle autorità sulla sua famiglia si era allentata, la vita sembrava tornata normale. Però la sorella minore non aveva potuto riprendere la scuola e lavorava in una fattoria, mentre la madre era tornata nella sua città d’origine, vicino alla frontiera con la Cina, e progettava un secondo tentativo di fuga con le figlie.

Per mesi Joo-kyong resistette alle pressioni della madre. Si tormentava su come e quando dirlo a Hyeok. Solo immaginare che lui le chiedesse di restare era un tormento, ma anche l’idea che la spingesse a partire era difficile da sopportare. Ed era terrorizzata dalla possibilità di essere arrestata di nuovo. Alla fine, mentì: disse a Hyeok che doveva andare a trovare la nonna. “Non potevo restare solo per quel rapporto”, dice. “Partii e basta, senza dirgli la verità”.

Jang-hyeok e Kim Joo-kyung in Corea del Sud, 3 marzo 2023 (Yang Jihoon)

Alla fine dell’ottobre 2015, quando ­Joo-kyung, la sorella, la madre, una zia e una cugina si misero in viaggio, nei territori di frontiera nevicava. I fiumi e i torrenti non erano ancora ghiacciati, ma l’acqua era gelida.

Intanto, dal loro primo tentativo di fuga, Kim Jong-un aveva rafforzato il suo potere rivelando una crudele vena machiavellica che in pochi avevano previsto. Lo zio di Kim, uno degli uomini più potenti del paese e reggente del giovane ­leader, era stato messo a morte nel 2013. La zia, che si riteneva avesse avuto un ruolo centrale nella sua ascesa, era scomparsa dalla scena pubblica. Il fratellastro sarebbe stato ucciso con il gas nervino all’aeroporto di Kuala Lumpur, in Malaysia, nel 2017. Per Kim, chi fuggiva dal paese era un traditore. I confini del paese erano stati fortificati con altro filo spinato, guardie e pattuglie di frontiera. Le punizioni per chi cercava di scappare diventavano sempre più spietate.

Non sveliamo i dettagli del viaggio di Joo-kyung per non ostacolare futuri disertori che vogliano seguire lo stesso tragitto. Dopo aver camminato per quasi due settimane dal lato nordcoreano del confine, a volte affondando nella neve fino alle cosce e strisciando sotto il filo spinato, le donne superarono il fiume Yalu ed entrarono in Cina. Il piano era contattare una persona della rete di sostegno, che le aspettava dall’altra parte. Ma le cinque donne furono individuate a distanza da una pattuglia della polizia cinese. Si misero a correre. In preda al panico, si divisero in due gruppi puntando in direzioni opposte. Joo-kyung si ritrovò sola con la zia e si nascose per evitare la cattura. Era preoccupata per le altre, ma capiva che dovevano andare avanti.

Riuscirono a incontrare la loro guida, “una brava persona”, dice, che faceva parte di una rete segreta finanziata da Liberty in North Korea, un’ong gestita da Seoul e dalla California. Sokeel Park, direttore del gruppo per la Corea del Sud, spiega che la rete usa molti collaboratori e vari mezzi di trasporto per consentire ai rifugiati nord­coreani di attraversare la Cina e il sudest asiatico, seguendo percorsi che cambiano continuamente.

Per alcuni tratti del viaggio si possono usare autobus, macchine e barche, ma bisogna anche camminare intere giornate per evitare la sorveglianza cinese. Pezzi di strada che si potrebbero fare in cinque minuti richiedono ore perché bisogna spesso tornare indietro. Dopo parecchie settimane, Joo-kyung e la zia riuscirono a raggiungere Kunming, la capitale della provincia montagnosa e tropicale dello Yunnan, nella Cina meridionale, che confina con Birmania, Vietnam e Laos. Da lì entrarono via terra nel Laos e navigarono su un fiume fino alla Thailandia a bordo di una barca che faceva acqua. Rispettando le istruzioni ricevute, si consegnarono alle autorità del paese.

La Thailandia riconosce ai nordcoreani lo status di rifugiati, li trattiene in un campo a Bangkok per accertamenti e poi li consegna alle autorità sudcoreane. A dicembre, le due donne finalmente arrivarono a destinazione. La madre, la sorella e la cugina di Joo-kyung le raggiunsero due mesi dopo. Erano tornate libere grazie alla gentilezza della moglie di un funzionario cinese che aveva avuto pietà di loro. Invece di denunciarle agli agenti della sicurezza nordcoreana, le aveva aiutate a proseguire il viaggio verso sud.

Si strinsero una corda intorno alla vita, legandosi insieme nel caso qualcuno scivolasse, e poi guadarono il fiume

La verità

Intanto, a Chongjin, Hyeok non aveva più notizie della sua ragazza. Dopo settimane di silenzio, andò nel villaggio della nonna di lei per trovare risposte. Quando finalmente scoprì la verità si sentì smarrito. Che significato aveva la loro relazione se poteva finire così bruscamente? Forse era condannata fin dall’inizio, si disse.

Nei tre anni sucessivi si concentrò sul lavoro, raggiungendo un livello di benessere raro per chi vive in Corea del Nord, uno dei paesi più poveri del mondo. Poi, un giorno del 2019, ricevette un messaggio sconcertante da un intermediario di Hyesan, un’altra città di frontiera nordcoreana: in Corea del Sud, una ragazza diceva di conoscerlo. Voleva che andasse a Hyesan per poter parlare con lui da un telefono sicuro. La conosceva, chiedeva l’intermediario? Sarebbe andato?

Hyeok esitò per giorni. Era elettrizzato all’idea di parlare di nuovo con Joo-­kyung, ma sapeva che gli agenti della sicurezza nordcoreana non prendevano alla leggera i contatti con il sud. Non avrebbe messo in pericolo soltanto se stesso, ma anche la madre e la sorella minore. Lo irritava essere così asservito al regime, ma sapeva che potevano incastrarlo come spia solo per aver accettato di ricevere la telefonata.

All’università, Hyeok una volta aveva visto un film indiano in cui un personaggio va negli Stati Uniti. Come tutti i nord­coreani, era stato sottoposto per anni alla propaganda antiamericana, ma le immagini dei grattacieli di Manhattan lo avevano colpito. Ora si faceva le stesse domande: era possibile che i paesi capitalistici in realtà fossero superiori al paradiso socialista dei Kim? Joo-kyung si era davvero trasferita al sud? E lei, da nordcoreana, poteva essere felice laggiù?

Alla fine, prevalse la curiosità. Hyeok andò a Hyesan per incontrare l’intermediario, che gli diede un cellulare. Come lo avvicinò all’orecchio, riconobbe una voce che non sentiva da anni.

“Jang-hyeok, oppa?”, chiese incerta Joo-kyung usando il termine nordcoreano per fratello maggiore, che è anche un appellativo affettuoso.

Hyeok non riusciva a parlare.

Tutti sapevano di essere testimoni di una storia improbabile. Nessuno di loro aveva mai sentito parlare di diserzione per amore

“Sei Jang-hyeok, oppa?”, ripeté lei con la voce spezzata.

Hyeok aprì la bocca, ma non riusciva a emettere un suono. Era paralizzato. Nel silenzio, Joo-kyung si mise a singhiozzare. E poi la linea s’interruppe. L’intermediario gli disse di tornare il giorno dopo per tentare di nuovo.

Quella notte Hyeok dormì poco o niente. Il giorno successivo l’intermediario gli mostrò una serie di foto di fogli a righe coperti dalla grafia di Joo-kyung. C’era anche l’immagine di un piccolo ciondolo a forma di motocicletta che un giorno lui le aveva regalato. Questa volta, quando arrivò la telefonata, Hyeok ritrovò la voce, e scoppiò a piangere. “Vorrei che scappassi e mi raggiungessi qui al sud”, gli disse Joo-kyung. Sua madre si era offerta di aiutarli a pagare la fuga.

Hyeok era confuso, la sua istintiva prudenza non lo abbandonava. Non stavano riallacciando i contatti solo per sapere come andavano le cose? Lui viveva bene al nord, era addirittura ricco per gli standard locali. Scappare sembrava una fantasia pericolosa.

“Se ti preoccupa l’idea di lasciare la tua famiglia, possiamo aiutarti a organizzare anche la loro fuga”, aggiunse Joo-­kyung.

Siamo adulti ora. Non siamo più ragazzini che escono insieme, replicò Hyeok. Non possiamo semplicemente fare la vita che vogliamo. Abbiamo delle responsabilità.

La telefonata fu agrodolce e inconcludente. Entrambi erano sicuri di avere ragione, e nessuno dei due riuscì a convincere l’altro. Era come se non si riconoscessero e non capissero la diversa realtà delle loro vite.

Poco tempo dopo, Hyeok fece uno strano sogno. Era in America, viaggiava e ed era emozionato. Si svegliò con un senso di stupore ma con una chiara consapevolezza: essere felice in Corea del Nord era come essere una rana in un pozzo. “Mi resi conto che a impedirmi di andare in Corea del Sud era una paura radicata”, dice. “Stavo voltando le spalle al mondo reale. Dopo quel sogno diventai più onesto con me stesso”.

Alla fine del 2019 era pronto a partire. Vicino a Hyesan incontrò un intermediario pagato da Joo-kyung e la sua famiglia che lo guidò fino alle sponde dello Yalu. Dopo essersi accertato che la traversata fosse sicura, Hyeok guardò davanti a sé. Il fiume era illuminato da luci molto intense. Si vedrebbe persino una formica, pensò. L’intermediario disse che non c’era tempo per farsi domande. E così Hyeok andò.

Da quel momento e per intere settimane, fu un fuggitivo. Si sentiva una pistola puntata alla testa, pronta a sparare in qualunque momento. Percorse la Cina, diretto verso la città meridionale di Cheng­du. Passava da un intermediario all’altro, attraversando paludi e foreste per evitare posti di blocco e controlli.

Gli intermediari spesso lo accompagnavano per un tratto e poi lo mandavano da solo fino al luogo dell’appuntamento successivo. Hyeok non aveva altra scelta che fidarsi. Sapeva bene che, senza nessun preavviso, un agente cinese poteva fermarlo e spedirlo ai lavori forzati o addirittura, se i propagandisti di Pyongyang volevano dare un esempio, davanti a un plotone d’esecuzione. Ma, nonostante tutto, seguì Joo-kyung, passando dalla Cina al Laos e per la giungla montuosa prima di raggiungere finalmente la Thailandia.

Il viaggio via terra dalla Corea del Nord alla Thailandia è lungo più di quattromila chilometri. Più o meno la stessa distanza che separa la costa orientale degli Stati Uniti da quella occidentale o, in linea d’aria, il Regno Unito dal Mali. Dopo aver rischiato tutto per raggiungere la salvezza, i disertori devono vivere sei mesi sotto la custodia delle autorità sudcoreane: per tre mesi per sono interrogati dai funzionari dei servizi di sicurezza coreani e statunitensi, e per altri tre mesi seguono delle lezioni per integrarsi.

Per i servizi segreti, i nuovi arrivati offrono spiragli particolarmente preziosi sulla Corea del Nord. Considerando che il regime di Kim Jong-un possiede armi nucleari, ogni informazione, perfino di gente comune lontana dai palazzi del potere di Pyongyang, può essere interessante. Gli ultimi prodotti e i prezzi dei mercati locali, per esempio, permettono di capire lo stato dell’economia e il ritmo degli scambi con la Cina.

Queste notizie servono a valutare la forza del regime e, in ultima analisi, il pericolo di una guerra nucleare. Le autorità devono anche essere certe che non stanno accogliendo delle spie.

Hyeok, un uomo del governo con una certa conoscenza dei programmi informatici e tecnologici del regime, era un caso particolarmente interessante. Il servizio d’intelligence sudcoreano vieta ai disertori di parlare dei loro interrogatori. Per cui, anche tre anni dopo, Hyeok non racconta cosa gli hanno chiesto e cos’ha detto.

Una volta conclusi gli interrogatori, i disertori sono trattenuti nel Centro di sostegno per l’inserimento dei rifugiati nord­coreani, un purgatorio meglio noto come Hanawon. Istituita alla fine degli anni novanta, la struttura aiuta i fuggiaschi ad adattarsi alla società sudcoreana con programmi educativi e professionali, comprese lezioni su come usare un bancomat e sui princìpi della democrazia.

Pochi mesi dopo l’arrivo di Hyeok, è scoppiata la pandemia. La Corea del Sud, che aveva imparato dalle precedenti epidemie di sars e mers, ha reagito rendendo obbligatorio l’uso delle mascherine e introducendo i test di massa e il tracciamento dei contatti.

Durante la sua permanenza a Hanawon, Hyeok ha comunicato con Joo-kyung attraverso messaggi e videochiamate su Google Meet. Parlavano per ore ogni giorno. Le videochiamate sembravano strane, anche senza mascherina chirurgica. Erano passati cinque anni dall’ultima volta che si erano visti. Erano entrambi più prudenti, meno ingenui. Ma intimamente speravano che la fiamma non si fosse spenta. Poco prima di lasciare il nord Hyeok aveva scritto a Joo-kyung chiedendole educatamente: “Quando ci rivedremo, va bene se ti abbraccio?”.

Il giorno in cui è stato autorizzato ad andarsene da Hanawon, hanno fissato un’ora per incontrarsi nell’appartamento in affitto che era stato assegnato a Hyeok, come a tutti i disertori nordcoreani. Joo-­kyung è entrata nell’ascensore al piano terra proprio mentre lui usciva. Si sono quasi scontrati. È stato un momento stranamente imbarazzante. “Era come se le nostre anime fossero vicinissime, ma i volti sembravano sconosciuti”, ricorda Hyeok. Sono andati nell’appartamento e hanno parlato, sentendosi pian piano più rilassati e più a loro agio. Dopo qualche ora, Hyeok ha ripetuto la sua domanda: “Posso abbracciarti?”. Poteva.

Cicatrici nascoste

All’inizio del 2022 Joo-kyung e Hyeok si sono sposati a Seoul. Lei aveva 27 anni, lui 34. Quando li abbiamo intervistati, sembravano quasi una vecchia coppia: sereni, affettuosi e premurosi. Decisa a garantirsi la sicurezza economica che era mancata alla sua famiglia in Corea del Nord, Joo-­kyung insegna e ha avviato un’attività commerciale online. Hyeok studia scienza dei dati e insieme alla moglie ha creato un canale YouTube per condividere esperienze della loro nuova vita e frammenti del passato.

Joo-kyung aveva sempre sognato una bella festa di nozze e si sentiva piacevolmente emozionata prima del gran giorno. Hyeok invece faticava a godersi i preparativi. Era nervoso e non riusciva a spiegare chiaramente il suo stato d’animo. Partecipava malvolentieri alle decisioni e all’organizzazione della cerimonia. La cosa più importante non era lo scambio di promesse? È stata la loro prima lite da fidanzati. Ma quando è arrivato il momento, la tensione si è sciolta. Hanno visto una sala piena di persone che sorridevano radiose: i pochi familiari fuggiti e i tanti amici conosciuti a Seoul, che in molti casi erano profughi come loro o lavoravano per aiutare chi fuggiva. Tutti sapevano di essere testimoni di una storia improbabile. Nessuno aveva mai sentito parlare di una diserzione per amore.

Con l’inizio della pandemia, la Cina si è chiusa al resto del mondo. La Corea del Nord, ancora più spaventata dalla possibilità che un’epidemia incontrollata mandasse in tilt il suo sistema sanitario, ha sigillato la frontiera con la Cina, tagliando quasi tutti gli scambi commerciali tra i due paesi. Kim Jong-un era così preoccupato per il virus, e troppo orgoglioso per accettare i vaccini stranieri, che ha ordinato di uccidere chiunque si spostasse senza autorizzazioni in prossimità della frontiera.

Tre anni dopo, gli strumenti adottati per impedire che il contagio raggiungesse il paese sono usati per la repressione. L’ordine di uccidere, i severi coprifuoco e la forte presenza militare nelle zone di frontiera sono stati mantenuti. Le immagini satellitari diffuse dalla Reuters a maggio mostrano centinaia di chilometri di nuove infrastrutture di sicurezza lungo il confine, tra cui estesi tratti di muro e posti di guardia.

Dal 2020 pochissimi nordcoreani sono riusciti a raggiungere il sud dalla Cina, il flusso di profughi si è quasi completamente interrotto. Hyeok è stato sicuramente uno degli ultimi. Durante le nozze, ha ripensato ai parenti rimasti in Corea del Nord. Quando Joo-kyung si è alzata per inchinarsi davanti a sua madre, anche lei ha pensato alla famiglia e agli amici al nord. “Noi disertori abbiamo tutti delle cicatrici”, dice Hyeok. “Abbiamo cercato di non farlo vedere”. ◆ gc

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Questo articolo è uscito sul numero 1533 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati