Tumulti in Francia e Italia, proteste in Spagna, Portogallo e Belgio: l’Europa vive una rivolta la cui intensità ad alcuni – soprattutto a Parigi – ricorda il maggio del 1968. Gli studenti sono di nuovo scesi in piazza, di nuovo vengono occupate le università e alzate barricate. Questa volta tuttavia mancano la speranza e l’utopia che stimolavano i sessantottini. Le proteste contro il costo della vita, l’emergenza abitativa e i problemi della scuola vanno di pari passo con il pessimismo e la paura del futuro, in molti posti purtroppo anche con la violenza insensata. La politica appare impotente. Per anni ha ignorato i problemi, spesso li ha perfino provocati. L’emergenza abitativa e la crisi della scuola non sono cadute dal cielo, ma sono le conseguenze del neoliberismo e delle misure d’austerità volute dall’Unione europea. Ma Bruxelles preferisce distogliere lo sguardo.
Lo mostra in modo lampante il vertice dei capi di stato e di governo europei del 15 e 16 ottobre a Bruxelles. Su richiesta del cancelliere tedesco Friedrich Merz, i leader europei si sono occupati di concorrenza, non dei problemi sociali e di quelli della scuola. Il confronto sui prezzi dell’energia si è chiuso senza risultati. È stata respinta la proposta dell’Italia di allentare i severi limiti sui debiti. Invece di occuparsi dei problemi veri, molti politici preferiscono pensare alla campagna elettorale. In Francia la leader nazionalista Marine Le Pen accusa la sinistra per i disordini. Il premier polacco Donald Tusk e quello ungherese Peter Magyar sfruttano i tumulti in Francia per fomentare nei loro paesi l’ostilità verso gli immigrati. C’è il serio rischio che le giuste questioni sollevate da studenti e sindacati affondino in questa situazione pericolosamente incandescente. I politici europei cercano un capro espiatorio invece di farsi un esame di coscienza e cambiare rotta.
Eppure non ci vuole molto a capire cosa bisogna fare: l’Unione europea dovrebbe occuparsi di affitti accessibili, energia a prezzi convenienti e di un’istruzione decente, invece di portare avanti le riforme neoliberiste. Certo, alcuni timidi passi sono stati fatti, come quelli sul mercato immobiliare. Ma non basta. Finché i vertici europei guardano ai gruppi industriali invece che alle persone non cambierà niente. La situazione peggiorerà, anche in Germania. Neanche il più grande paese dell’Unione europea è al riparo dalle proteste. Il maggio del 1968 ha dimostrato quanto una rivolta può allargarsi velocemente. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1688 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati