Nel quartiere di Kypseli, ad Atene, il Ket si trova in una situazione difficile. Questo ex laboratorio dove si riparavano televisori è stato trasformato in teatro nel 2012, nel momento più nero della crisi greca, dai due artisti Fotini Banou e Dimitris Alexakis. Da allora è diventato un punto di riferimento per gli artisti greci e stranieri e per le giovani compagnie teatrali. Ma da marzo le porte di questo luogo di cultura alternativa sono chiuse a causa del covid-19. “Speriamo che non sia un colpo fatale”, osserva Dimitris.

Negli anni il Ket è riuscito ad animare il quartiere. Di giorno e di notte persone di ogni estrazione sociale si ritrovano lì per assistere a performance, concerti di musica sperimentale, seminari e dibattiti. “In questa ottava stagione il pubblico era in crescita e le produzioni erano tutte di grande qualità”, spiega Dimitris. Ma con il primo _ lockdown_ la sala è stata chiusa, le attività sospese e gli incassi azzerati. Anche dopo che il governo conservatore ha autorizzato la riapertura delle sale, il Ket è rimato chiuso. “Il teatro poteva essere riempito solo fino al 30 per cento”, spiega Dimitris, “e vendendo solo quindici biglietti era impossibile aprire. Riusciamo a sopravvivere solo perché la sala è di nostra proprietà”. Ad Atene vari teatri hanno già chiuso definitivamente, soffocati dagli affitti e dalla mancanza di incassi. Secondo l’ufficio greco di statistica i redditi della cultura e dello spettacolo nel secondo trimestre del 2020 sono calati del 53,2 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019.

Tra i professionisti del settore c’è poco ottimismo. “La maggior parte di noi non ha ottenuto un solo contratto da marzo”, dice Yannis Panagopoulos del sindacato degli attori greci. “I lavoratori della musica sono disoccupati da febbraio, quando il governo ha fermato i concerti. E anche durante la riapertura in estate la maggior parte dei produttori ha annullato gli spettacoli”, osserva Manolis Famelos dell’Unione dei cantanti e musicisti greci.

Il sussidio di disoccupazione è lo stesso per tutti (circa 500 euro al mese), ma molti artisti non sono inclusi nel registro istituito dal ministero della cultura, che conta solo 18mila iscritti. Da metà ottobre alcune associazioni di artisti hanno organizzato distribuzioni di prodotti alimentari. A Salonicco, la seconda città del paese, ormai è un sostegno per più di un centinaio di famiglie.

In Grecia la cultura dà lavoro a circa centomila persone, il 3 per cento degli occupati. Il settore era stato già colpito duramente dalla crisi economica degli anni scorsi. Secondo Eurostat tra il 2011 e il 2016 in Grecia i redditi prodotti dalla cultura si sono ridotti del 16,7 per cento, mentre nell’Unione europea sono aumentati dell’1,2 per cento.

A essere più colpiti sono gli artisti giovani ed emergenti, le piccole compagnie e chi sopravvive facendo due lavori: uno nella cultura, l’altro come cameriere o insegnante. In altre parole la maggior parte delle persone che lavorano nel settore. La pittrice Eleni Pavlopoulou è una di loro: “Le gallerie sono chiuse, non possiamo più esporre. Siamo completamente abbandonati!”. I professionisti cominciano ad avere dei dubbi sul futuro e si sentono trascurati dalla politica. Cercano di farsi sentire esibendo sui social network lo slogan #SupportArtWorkers e organizzando manifestazioni e azioni simboliche. Il governo ha risposto con il progetto “Tutta la Grecia per una cultura”, che prevede l’organizzazione di eventi e la valorizzazione di siti archeologici. Il progetto ha suscitato preoccupazione nel settore. “Vogliono uniformare la produzione culturale, metterla sotto controllo”, dice Panagopoulos. Un’opinione condivisa anche da Dimitris Alexakis: “Ho paura che questa crisi abbia distrutto il settore della cultura alternativa. La cultura dovrebbe essere un luogo di discussione e di scambio, adesso temo che ci venga imposto un modello commerciale e ufficiale”. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1388 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati