Andrea Ferraris, dopo importanti graphic novel storici incentrati sul tema dell’immigrazione e dei reietti (Churubusco, La lingua del diavolo), o sulla marginalità poetica della provincia (Temporale), ritrova qui il reportage disegnato. Fin dal sottotitolo, Passaggi di confine: voci e storie di migrazione, l’autore si ricollega a La cicatrice, reportage sulla migrazione al confine tra Messico e Stati Uniti realizzato con il documentarista Renato Chiocca, aggiungendoci un pizzico di autobiografia, già al centro di Una zanzara nell’orecchio, dove racconta dell’adozione di una bambina indiana. Nei tre reportage che si fanno anche racconto, i primi due sono in prima persona: a Trieste e nella vicina Bihać, in Bosnia, Ferraris è accompagnato dal professor Eric Gobetti; poi è da solo, a Bruxelles. Infine, il terzo reportage è autobiografia familiare, la storia di nonni e bisnonni migranti in Nordafrica. Ma che sia la questione delle foibe (a Trieste) e poi le tracce della guerra nella ex Jugoslavia (a Bihać), i migranti di oggi dal Nordafrica ci sono sempre come a Bruxelles. Tutto si tiene in una relazione intima: Ferraris, con le inquadrature, i silenzi e la potenza dei colori ad acquerello, riesce a creare un’empatia umana profonda e poetica pur rimanendo anche semplice e sobrio, com’è raro trovare in altri mezzi espressivi. La memoria futura (il presente) oltre che quella del passato qui combaciano perfettamente. Si tengono per mano.

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Questo articolo è uscito sul numero 1666 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati