Dopo giorni di bombardamenti contro l’Iran sembra sempre più evidente che Donald Trump, comandante in capo delle forze statunitensi, non abbia la minima idea (o peggio, abbia idee contraddittorie) di cosa vuole ottenere e di come riuscirci. Nel video pubblicato la mattina dell’attacco, il 28 febbraio, ha detto che l’obiettivo della sua “grande operazione militare” era annientare (di nuovo) il programma nucleare iraniano, distruggere l’arsenale missilistico della Repubblica islamica e rovesciare il regime. Trump ha anche invitato il popolo iraniano a prendere il controllo del governo. Poi, nella stessa giornata, ha detto al sito Axios di avere in mente più “vie d’uscita” dal conflitto: “Posso continuare a lungo e prendermi tutto, ma posso anche farla finita in due o tre giorni e dire agli iraniani ‘ci vediamo tra qualche anno se ricostruirete il vostro programma nucleare’”. E il 1 marzo, in una conversazione telefonica con il New York Times e dopo aver nuovamente invitato gli iraniani a ribellarsi, ha detto che “quello che abbiamo fatto in Venezuela” è “lo scenario perfetto” per l’Iran.
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Gli attivisti iraniani che sono contro il regime potrebbero vedere l’ossessione di Trump per uno scenario “venezuelano” – in cui tutti i rappresentanti del regime “manterrebbero l’incarico a eccezione di un paio di persone” – come un disincentivo a scendere in piazza. Quando lo avevano fatto a gennaio, dopo che Trump aveva promesso di sostenerli, in migliaia erano stati uccisi dalla polizia e dai militari. I manifestanti continuano a essere disarmati (motivo per cui difficilmente potrebbero prendere il controllo del governo, anche in circostanze meno difficili di quelle attuali), mentre la polizia e i militari hanno ancora i loro arsenali.
Trump ha intimato più volte alle forze militari di élite di deporre le armi e “arrendersi al popolo”, senza spiegare perché i Guardiani della rivoluzione islamica – una forza con 190mila uomini e tutto l’interesse a proteggere il regime e le sue risorse economiche – dovrebbero improvvisamente alzare bandiera bianca.
Sembra insomma che il presidente statunitense, spinto dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, si sia imbarcato in questa guerra senza prima stabilire i suoi obiettivi o i parametri per un successo. In breve, senza una parvenza di strategia. In una conferenza stampa che si è tenuta il 2 marzo, il segretario alla difesa Pete Hegseth ha illustrato le finalità dell’operazione, tra cui la distruzione del programma nucleare, dell’arsenale di missili balistici e della marina di Teheran, ma non ha mai parlato di un cambio di regime e non ha fatto riferimenti al popolo iraniano, sollevando nuovi dubbi sul reale scopo della guerra.
Lo stesso giorno, in una conversazione telefonica con Jake Tapper, giornalista della Cnn, Trump ha commentato così gli attacchi aerei in Iran: “Li stiamo massacrando. Penso che stia andando alla grande, è un attacco molto potente. Non abbiamo neanche cominciato a colpirli sul serio. La grande ondata arriverà presto”.
Ma colpire i bersagli non significa vincere la guerra, come uccidere un leader non significa rovesciare un regime. In pochissimi casi i raid aerei hanno raggiunto almeno uno di questi due risultati. In Iran le strutture di potere sono ancora intatte, mentre il governo provvisorio ha allargato gli attacchi nella regione, sia contro Israele sia contro gli stati arabi che ospitano le basi militari statunitensi.
Tensione e paranoia
Tornando al paragone con il Venezuela, c’è una differenza importante. Gli Stati Uniti e le loro compagnie petrolifere hanno avuto un lungo rapporto (per quanto turbolento) con Caracas. Inoltre il presidente Nicolás Maduro, aggrappato al potere dopo aver perso le elezioni, era circondato da burocrati che difendevano prima di tutto i loro interessi. Il suo sequestro improvviso, seguito dalla promessa di Trump di ripristinare gli accordi commerciali (con un chiaro disinteresse ad affidare il potere ai leader democraticamente eletti) ha convinto i fedelissimi del presidente a piegarsi. Con l’Iran gli Stati Uniti non hanno rapporti commerciali da quando è nata la Repubblica islamica, 47 anni fa, e le forze di sicurezza iraniane sono profondamente legate alle istituzioni sociali ed economiche del paese. La Cia e il Mossad sembrano poter contare su alcuni alleati all’interno di queste organizzazioni, motivo per cui hanno potuto localizzare e assassinare scienziati e ufficiali iraniani, compresi i leader uccisi nei bombardamenti del 28 febbraio. Forse alcuni funzionari statunitensi o israeliani sono convinti (o sperano) che uno di questi alleati riesca a conquistare il potere e a spingere il paese ad adottare un atteggiamento più amichevole verso gli interessi occidentali.
Ma anche su questo Trump ha detto cose contraddittorie: prima ha spiegato di aver preso in considerazione tre persone come potenziali sostituti della Guida suprema, poi ha fatto sapere che tutte e tre erano rimaste uccise nei bombardamenti statunitensi e israeliani.
Il 1 marzo, un giorno dopo l’inizio dell’attacco, al Pentagono e tra alcuni consiglieri di Trump ha cominciato a circolare il timore che il conflitto sfuggisse di mano. “L’atmosfera è tesa e paranoica”, ha rivelato una fonte. Finora sono morti sei soldati statunitensi. I missili e i droni iraniani hanno ucciso dieci persone in Israele, quattro in Siria e nove negli stati del Golfo. In Libano i raid israeliani diretti contro le strutture di Hezbollah hanno provocato almeno settanta morti. Secondo la stampa iraniana, gli attacchi statunitensi e israeliani hanno ucciso 1.045 persone in tutto l’Iran, tra cui almeno 150 in una scuola elementare, quasi tutte bambine.
Il 2 marzo, in una riunione al Pentagono, il generale Dan Caine, capo dello stato maggiore congiunto, ha dichiarato che è in corso la prima fase di un’operazione “difficile e logorante”, aggiungendo che presto nuove forze sarebbero state inviate per sostenere le decine di migliaia di soldati già presenti nella regione. Trump ha detto che la guerra potrebbe proseguire anche per altre quattro o cinque settimane. Quando gli hanno chiesto di commentare le parole del presidente, il segretario alla difesa Hegseth ha risposto che Trump “è liberissimo di parlare di quanto ci vorrà per mettere fine alla guerra. Quattro, due, sei settimane. I tempi potrebbero allungarsi come accorciarsi”. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati