Dalla metà dell’ottocento fino più o meno agli anni settanta le città europee sono state pensate come luoghi accessibili, condivisi, volti al benessere dei loro abitanti. Di quest’epoca restano tracce nei parchi, nei musei, nelle reti del trasporto pubblico. Poi le cose hanno cominciato a cambiare. Con la crisi dello stato sociale e il crescere delle disuguaglianze molti spazi sono stati chiusi, privatizzati, in un’ottica tesa a sfruttarli per massimizzare il profitto. A questo orientamento, oggi imperante, che mira a fare della città un patrimonio da gestire – di cui costituisce un sintomo il “contributo d’accesso” che i turisti devono pagare per entrare a Venezia – si oppone l’urbanista Elena Granata. In La città è di tutti identifica una serie di tendenze pericolose che sono sotto i nostri occhi ma di cui ci accorgiamo poco – per esempio i divieti di accesso fatti in nome del decoro, l’illuminazione permanente, la scomparsa di strutture pensate per i bambini, la fine dei “tempi morti” e dei luoghi in cui trascorrerli, la contrazione dei servizi pubblici – e mostra quanto profondamente tali sviluppi incidano sulle nostre vite. Per ognuna di queste tendenze, analizzate alla luce delle scienze sociali, fornisce quindi controesempi, raccontando atti di resistenza dei cittadini e delle amministrazioni, utili a immaginare e realizzare città inclusive, gratuite, comuni dove ricominciare a vivere meglio. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1673 di Internazionale, a pagina 81. Compra questo numero | Abbonati