Dopo una settimana di confusione diplomatica, incontri, riunioni d’emergenza e fughe di notizie organizzate ad arte, il 25 maggio gli Stati Uniti non avevano ancora ottenuto niente nelle trattative con l’Iran: il breve testo che ufficializzava la fine delle ostilità e la riapertura dello stretto di Hormuz non era stato firmato da Teheran. Molti paesi, tra cui Pakistan, Qatar e Arabia Saudita, stanno provando a facilitare un accordo, ma a inizio settimana hanno ricevuto a sorpresa un messaggio piuttosto stravagante da Washington. Non erano dei ringraziamenti ma pressioni davanti all’opinione pubblica mondiale.
In un messaggio pubblicato su Truth social, il presidente Donald Trump ha commentato il vertice telefonico del 23 maggio con i leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto, Giordania e Bahrein: “Ho detto che dopo tutto il lavoro svolto dagli Stati Uniti per cercare di ricomporre questo rompicapo molto complesso dovrebbe essere obbligatorio per questi paesi come minimo firmare gli accordi di Abramo”. Questi accordi, lanciati durante il primo mandato di Trump, puntano a facilitare la normalizzazione delle relazioni tra i paesi arabi e Israele. Per il momento gli stati che li hanno sottoscritti sono quattro: Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan. Egitto e Giordania hanno firmato trattati di pace con Israele nel 1979 e nel 1994. Gli altri invece ritengono che questo processo non possa andare avanti senza una prospettiva politica per i palestinesi e senza la volontà di recuperare un progetto per creare uno stato palestinese.
Deriva israeliana
Oltre a non menzionare la questione palestinese, Trump ricatta apertamente gli alleati. La loro vulnerabilità è diventata evidente durante la guerra, sotto l’attacco dei missili e dei droni iraniani.
La Casa Bianca si rifiuta di ammettere gli errori strategici degli ultimi mesi e sembra aggrapparsi a un’idea ormai superata, secondo cui gli Stati Uniti sono i grandi registi dell’ordine in Medio Oriente. “Si dovrà cominciare con la firma immediata da parte di Arabia Saudita e Qatar, e poi dovranno seguire tutti gli altri”, ha scritto Trump. “Se non lo fanno, non dovrebbero far parte di questo accordo, perché questo dimostrerebbe le loro cattive intenzioni”. Il presidente ha concluso accennando al possibile ingresso dell’Iran negli accordi di Abramo.
Il 19 e il 23 maggio Trump ha parlato con Benjamin Netanyahu. Ha garantito che il primo ministro israeliano “farà tutto ciò che lui gli chiederà di fare”. È stato proprio Netanyahu a rilanciare l’idea di un allargamento degli accordi di Abramo, nel tentativo di sabotare i negoziati? Oppure è il presidente statunitense che pensa di placarlo con questo diversivo per convincerlo ad accettare un patto che lascia il regime di Teheran in una posizione di forza?
Nella situazione di caos del Medio Oriente, dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e dopo le guerre nella Striscia di Gaza, in Libano e in Iran, l’idea di un riavvicinamento pubblico e rapido di questi paesi a Israele sembra un miraggio. Collegare pubblicamente questa richiesta ai negoziati in corso con l’Iran è “inutilmente complicato e irrealistico”, secondo Dan Shapiro, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Israele ed esperto del centro studi Atlantic council. “Nel clima attuale di guerre irrisolte”, ha scritto su X, “con l’ondata di violenza degli israeliani in Cisgiordania e il totale rifiuto da parte del governo di Tel Aviv di qualsiasi prospettiva che comporti la nascita di uno stato palestinese, non esiste nessuna possibilità che i leader citati da Trump normalizzino le loro relazioni con Israele, tanto più che mancano solo quattro mesi alle elezioni nel paese, dopo le quali Netanyahu potrebbe perdere il potere”.
La deriva estremista del governo Netanyahu, incarnata dal suo ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, è di per sé una ragione per rifiutare qualsiasi avvicinamento. Il suo disprezzo verso la questione palestinese è il fattore chiave di un processo ormai bloccato. “La posizione del regno saudita non è cambiata. Serve un percorso irreversibile verso uno stato palestinese”, ha confermato il 25 maggio un responsabile di Riyadh che ha parlato chiedendo di restare anonimo. Secondo il sito statunitense Axios, la richiesta di Trump durante il vertice sarebbe stata accolta da un lungo silenzio. “Questo silenzio rivela quanto Washington sia scollegata da una regione che pretende di capire”, ha commentato su X Hisham Hellyer, esperto del Royal united services institute for defence and security studies di Londra. “Washington la definisce una leva strategica. I paesi della regione invece la vedono come un doppio prezzo da pagare per una guerra alla quale si erano opposti e in cui sono stati trascinati” dagli Stati Uniti e da Israele, ritrovandosi esposti in prima linea alle rappresaglie iraniane.
◆ Nella notte tra il 25 e il 26 maggio gli Stati Uniti hanno bombardato delle postazioni missilistiche nel sud dell’Iran e imbarcazioni accusate di voler piazzare mine nello stretto di Hormuz, il passaggio marittimo cruciale per il commercio globale e bloccato da mesi. Secondo Washington gli attacchi erano “difensivi” e servivano a proteggere le navi e i militari statunitensi dopo il lancio di missili iraniani verso unità statunitensi nel golfo dell’Oman e nel mar Arabico. “I Guardiani della rivoluzione iraniani hanno promesso una risposta, sostenendo di aver abbattuto un drone e colpito un jet statunitense”, scrive Npr.
Gli Stati Uniti insistono comunque nel dire che i negoziati per la fine della guerra vanno avanti. Una delegazione iraniana è arrivata a Doha, in Qatar, mentre il segretario di stato americano Marco Rubio ha parlato di un accordo “entro pochi giorni” sulla riapertura dello stretto di Hormuz e sul programma nucleare iraniano. Donald Trump ha detto che l’intesa sarebbe già “in larga parte negoziata”, ma ha aggiunto di non avere fretta. Teheran invece parla di colloqui molto più limitati. Secondo il ministero degli esteri, le trattative riguardano soprattutto la fine delle ostilità e la riapertura dello stretto, mentre il dossier nucleare sarà affrontato solo in una fase successiva. Secondo il New York Times, “Trump ha bisogno di un accordo rapido e ampio per poter dichiarare conclusa la guerra e limitare le conseguenze politiche ed economiche del conflitto, mentre l’Iran ritiene di poter aspettare e preferisce rinviare le questioni più delicate”.
Accordo insufficiente
L’Arabia Saudita e il Qatar considerano ormai Iran e Israele due minacce analoghe alla stabilità della regione. Hamad Ben Jassim al Thani, ex primo ministro del Qatar, e il principe Turki al Faysal, ex capo dell’intelligence saudita, si sono fatti portavoce di questa linea ufficiale. “Se il piano israeliano per scatenare una guerra tra noi e l’Iran fosse riuscito, la regione sarebbe precipitata nella rovina e nella distruzione”, ha dichiarato Al Faysal in un editoriale pubblicato il 9 maggio dal quotidiano online saudita Arab News. L’allineamento del vicino emiratino con Israele contro l’Iran durante la guerra, che ha eroso il consenso arabo, ha rafforzato questa percezione a Doha e a Riyadh.
Dopo alcuni attacchi di rappresaglia contro l’Iran, che secondo l’agenzia Reuters sono stati fatti come deterrente, l’Arabia Saudita ha sostenuto la mediazione avviata dal Pakistan per arrivare a una soluzione pacifica tra Stati Uniti e Iran. Gli Emirati Arabi Uniti, che secondo il Wall Street Journal avrebbero partecipato ad alcuni attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, hanno abbandonato la loro posizione bellicista per sostenere gli sforzi diplomatici di Islamabad. Per loro l’accordo non basta a contenere la minaccia iraniana, ma la priorità è impedire la ripresa della guerra e ottenere la riapertura dello stretto di Hormuz.
“In realtà i paesi della regione pensano a un’architettura di sicurezza che serva ai loro interessi, non alla supremazia israeliana o alle ambizioni iraniane”, spiega Hisham Hellyer. Nei paesi del Golfo la guerra in Iran ha rafforzato i dubbi sulla dipendenza da Washington per la difesa militare. Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Qatar e Pakistan si stanno riavvicinando per ripristinare una stabilità regionale e controbilanciare l’egemonia israeliana. Secondo il Financial Times, il regno saudita starebbe esplorando l’idea di un trattato di non aggressione con l’Iran per rafforzare il patto di distensione firmato con Teheran nel 2023, che durante la guerra ha mostrato tutti i suoi limiti. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1667 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati