È il tipo di evento che Hollywood ha immaginato nei suoi peggiori film di questi ultimi decenni. Ma la realtà americana supera sempre l’immaginazione. Neanche le menti migliori, i più foschi ideatori di disastri su scala gigantesca, da Tolstoj e Wells a Don DeLillo, avrebbero potuto sprofondarci dentro l’incubo che si è spalancato martedì pomeriggio sui nostri televisori. Per gran parte di noi il giorno si è congelato, il lavoro e tutti gli altri impegni sono rimasti sospesi, lo schermo è diventato l’unica realtà. Siamo entrati in uno stato onirico. L’avevamo già visto in passato, con budget giganteschi ed effetti speciali. Ma le esplosioni colossali, le nubi spaventose, la folla per le strade, le notizie contraddittorie e sconcertanti, hanno solo una tenue somiglianza con i drammoni roboanti tipo Independence Day. Nulla avrebbe potuto prepararci a tanto.
Come una tragedia greca
Da sempre, si sa, ciò che più ci spaventa è ciò che non vediamo. Noi abbiamo visto i grattacieli esplodere, l’aereo inclinato, l’impatto spaventoso, i cumuli di polvere che inghiottono le strade. Ma siamo rimasti soli a immaginare il terrore umano all’interno dell’aereo, lungo i corridoi e negli ascensori degli edifici colpiti, o giù nelle strade, mentre le torri crollavano sui soccorritori e sulla folla del mattino. Le urla, l’eroismo e il ragionevole panico, il frugare nella semioscurità alla ricerca di un cellulare: quel che ci ha fatto inorridire è stato il fatto di trovarci a distanza di sicurezza da tutto. Niente sangue, niente urla. Nelle loro tragedie, gli antichi greci tenevano saggiamente lontani dal palcoscenico, fuori scena, i momenti peggiori: di qui la parola “osceno”. Questa è stata un’oscenità. Assistevamo alla morte su una scala incredibile, ma non abbiamo visto nessuno morire. L’incubo era in questo abisso di immaginazione. L’orrore era nella distanza.
Solo la televisione poteva portare tutto ciò nelle nostre case. A casa mia di solito resta nel suo angolo senza spettatori. Invece ecco mio figlio e me intenti a saltare avidamente, orribilmente da un canale all’altro, fra Cnn, Cbc e Bbc24. Appena un esperto veniva invitato a pronunciarsi sugli aspetti politici o simbolici, cambiavamo canale. Volevamo soltanto sapere che cosa stava succedendo. In uno stato di nauseato stupore, volevamo soltanto notizie, nuovi sviluppi, non opinioni né analisi né nobili sentimenti: non ancora. Dovevamo sapere: erano stati due aerei o tre a schiantarsi contro le torri gemelle? La Casa Bianca era sotto attacco? Dentro di me, un drogato della notizia dava ordini alle telecamere: fate il giro di quella torre; scendete in strada; portatemi sul tetto. Mai quelle parole che lampeggiavano su tutti i canali – Breaking News, “ultimissime” – avevano significato tanto. E tante cose, tante persone stavano crollando. In quell’orgia di continui aggiornamenti c’era appena tempo per riflettere sull’imminente disperazione di tutti coloro che stavano per ricevere la notizia della perdita di una persona cara, un genitore o un figlio. Non c’era tempo per contemplare la crudeltà dei cuori umani che avevano potuto scatenare quell’inferno. Stavano forse guardando la tv insieme a noi, avidi quanto noi di sapere il peggio? Il pensiero mi ha coperto di vergogna.
Dopo un po’ i programmi hanno cominciato a stabilizzarsi. All’inizio, comprensibilmente, avevano brancolato mentre le loro linee soffocavano per l’ingorgo di notizie. Sulle prime gli anchormen sembravano non credere agli avvenimenti che loro stessi presentavano. Adesso le cose cominciavano ad andare più lisce: il professionismo prendeva il sopravvento sui sentimenti. Si trattava di una sorta di accettazione? O un tentativo di fuga? Decine di emittenti collegate hanno cominciato a trasmettere notizie. E io cominciavo a provare nausea per quell’abbuffata e orrore di me stesso per averne provato il desiderio. Adesso era un castigo stare a guardare e veder ripetere, da angolazioni sempre diverse, le riprese delle torri che implodevano, 102 piani che si accartocciavano sulle loro stesse macerie. O assistere alla deflagrazione all’uscita d’emergenza della seconda torre. O vedere due donne accucciarsi terrorizzate dietro un’auto.
Martedì pomeriggio, per un tempo incalcolabile, simile a un sogno, è sembrato che fosse scoppiata una guerra totale e che l’impero più potente della Terra fosse andato a pezzi. Quel senso di negazione che accompagna ogni catastrofe ci rodeva incessantemente: no, non sta succedendo davvero; adesso batto le palpebre e smette. Come milioni, forse miliardi di persone in tutto il mondo, sapevamo di stare vivendo un momento che non avremmo mai potuto dimenticare. Sapevamo anche – pur essendo troppo presto per chiederci come o perché – che il mondo non sarebbe mai più stato lo stesso. Sapevamo solo che sarebbe stato peggiore. ◆ ma
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Questo articolo è uscito sul numero 403 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati