Siamo nell’Italia del 1863, appena unita. Ma il sud sta vivendo una lacerazione profonda. La transizione tra i Borboni e i Savoia è violenta, senza sfumature, senza scampo. E in questa carne viva e incandescente troviamo una ragazza, Battaglia, e i suoi amici. Sono giovani, pieni di idee, forza e voglia di superare i confini. Sono ragazzi, ma la gente, le autorità già li chiamano briganti, gettando le loro vite ai margini. E loro rispondono cercando di mimetizzarsi in un mondo dominato da una nobiltà decadente. Vogliono sopravvivere alle angherie e al mondo. Il romanzo brilla per una scrittura scintillante e misurata. L’autrice, forte di una solida formazione nella storia del teatro, dimostra di saper maneggiare il linguaggio con una precisione scenica rara: ogni parola è pesata, ogni dialogo vibra di tensione e i colpi di scena si susseguono con un ritmo che non lascia respiro. L’intuizione più felice del libro è l’uso dell’adolescenza come lente d’ingrandimento. Attraverso gli occhi di questi ragazzi la grande storia perde la sua freddezza accademica e diventa esperienza sensoriale: il freddo dei boschi, l’amore che sboccia tra i sentieri, il peso di una libertà che si paga con la solitudine. Tra echi di magie antiche e misteri popolari, Rospi non è solo un’avventura, ma un racconto di formazione che illumina.
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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati