Alla fine degli anni novanta insegnavo all’università di Haifa. Uno dei miei corsi più seguiti si intitolava “La nakba”, ma quando la pressione da parte dell’università diventò insopportabile bisognò cambiare il nome in “Storia e storiografia del 1948”. Il compito principale degli studenti era fare una ricerca su quello che era successo nel 1948 nei luoghi dove vivevano o erano nati.

C’era uno studente straordinario, più grande di me, che viveva in un kibbutz, indossava pantaloncini corti anche nei giorni più freddi dell’anno e aveva grandi baffi alla Stalin. Si mise al lavoro con entusiasmo e scoprì che il kibbutz Magal, in cui viveva, era stato fondato sulle rovine del villaggio di Zeita. Ingenuamente tentò d’invitare i sopravvissuti della nakba del 1948 al kibbutz per parlare con i coloni che si erano impossessati del loro villaggio, ma fu deriso e criticato dagli altri abitanti del kibbutz.

Gli abitanti di Tantura costretti a lasciare il villaggio nel maggio 1948 (Meitar Collection/Pritzker Family National Photography Collection/National Library of Israel/per gentile concessione di Reel Peak Films)

Lo studente, Teddy Katz, voleva continuare a fare ricerca sul 1948 per la tesi conclusiva di un master e io gli suggerii di scrivere una piccola storia dei villaggi che subirono la nakba (il termine con cui si indica la cacciata dei palestinesi dalle terre occupate da Israele nel 1948). Ne scelse cinque a sud di Haifa, sulla costa mediterranea. Rifiutai di fargli da relatore perché ero già ai ferri corti con l’università su come insegnare e fare ricerca sulla storia della Palestina, perciò lui scelse due professori in linea con il pensiero dominante. La tesi ottenne un voto straordinariamente alto. Il quarto capitolo rivelava, attraverso documenti e interviste a soldati e palestinesi, che nel maggio 1948 l’esercito israeliano aveva compiuto un massacro nel villaggio di Tantura, un crimine di guerra che fino ad allora era sfuggito alla maggior parte delle storie conosciute della nakba.

C’erano sessanta ore di interviste e documenti su Tantura, che dimostravano l’uccisione di circa duecento abitanti commessa da soldati inferociti, entrati nel villaggio in seguito alla morte di otto dei loro compagni d’armi. Le esecuzioni erano descritte in modo esplicito da testimoni ebrei e palestinesi, ed erano citate nei documenti, che descrivevano anche le fosse comuni scavate nei pressi di un cimitero in cui oggi c’è il parcheggio del kibbutz nato sulle rovine di Tantura.

Sotto pressione

Katz non era obbligato a registrare le interviste, ma le condivise con chiunque volesse ascoltarle, me compreso. Gli stessi soldati che avevano confessato di aver commesso il massacro furono sconvolti quando seppero che un giornalista aveva pubblicato le scoperte di Katz sul quotidiano Maariv. Sotto la pressione di altri veterani e con l’aiuto di un avvocato legato all’università fecero causa e smentirono le prove che avevano fornito, querelando Katz per diffamazione. Le autorità universitarie chiesero a Katz di consegnare i suoi nastri e lui commise il primo errore, perché non era obbligato a farlo. Sulla base delle registrazioni e di alcune discrepanze insignificanti tra le interviste e la loro trascrizione nella tesi (sei casi su centinaia di citazioni), i veterani andarono in tribunale e l’università si rifiutò di difendere l’eccellente tesi di Katz.

Katz non era obbligato a registrare le interviste, ma le condivise con chiunque volesse ascoltarle, me compreso

Incalzato dalla sua famiglia, e dopo la straziante esperienza del primo giorno di processo, Katz fu convinto a scrivere una finta confessione in stile staliniano in cui ammetteva di aver deliberatamente inventato la verità su Tantura. Se ne pentì qualche ora dopo, ma era troppo tardi, e il resto fu inevitabile.

Il tribunale lo obbligò a pagare le spese processuali e il kibbutz lo emarginò. L’università pretese una nuova tesi, che lui scrisse aggiungendo prove ancora più solide sul massacro, e pur essendo promosso ricevette un voto più basso. La sua tesi fu rimossa dalla biblioteca. Non sorprende che con tutto quello stress Katz abbia avuto due ictus, e che oggi quella persona un tempo energica sia in sedia a rotelle. Tutto questo succedeva all’inizio degli anni duemila, mentre io facevo il possibile per spingere la mia università a cambiare atteggiamento, un impegno che alla fine mi è costato il posto di lavoro, anche se ero un docente di ruolo. Pubblicai un articolo in ebraico affermando che nel villaggio c’era stato un massacro, ma nessuno osò portarmi in tribunale.

All’epoca alcuni mezzi d’informazione israeliani ridicolizzarono me e Katz, altri ci chiamarono traditori. La campagna di delegittimazione del mio lavoro da parte di importanti storici israeliani continua ancora. Agli studenti è sconsigliato usare i miei libri, che quasi non si trovano nelle biblioteche, e di tanto in tanto compaiono sui giornali locali recensioni critiche, ma all’estero non è così.

La cosa importante

Oggi il regista Alon Schwarz ha finalmente raggiunto i protagonisti ebrei di quella tragedia. Alcuni hanno ammesso davanti alle telecamere che Katz disse la verità e registrò fedelmente la loro versione degli avvenimenti del 1948. Con l’aiuto di una tecnologia all’avanguardia Schwarz è riuscito a individuare le fosse comuni e ha spinto la giudice del primo processo ad ammettere di non aver mai ascoltato le registrazioni. Dopo averne ascoltata una, nel film riconosce che la sentenza avrebbe potuto essere molto diversa.

In ogni caso, non dovremmo dimenticare la cosa importante. Il massacro fu parte di un più vasto crimine contro l’umanità compiuto da Israele nel 1948, ancora in atto e ampiamente negato. I film o le tesi realizzate da israeliani onesti non sono abbastanza per rimediare a questo crimine.

L’unica conclusione giusta per fermarlo è decolonizzare tutta la Palestina storica e garantire il diritto al ritorno dei profughi palestinesi. In una Palestina libera e democratica un monumento commemorativo a Tantura potrebbe essere un richiamo significativo al passato. Ma quando questo compare solo sulle pagine di giornali sionisti progressisti come Haaretz, aggiunge il danno alla beffa, senza offrire una riparazione concreta ai mali del passato. ◆fdl

Ilan Pappé è uno storico e accademico israeliano. Ha insegnato storia e relazioni internazionali all’università di Haifa, in Israele, e dal 2007 insegna a Exeter, nel Regno Unito.

Questo articolo è uscito sul numero 1449 di Internazionale, a pagina 55. Compra questo numero | Abbonati