Sabbia fine, laguna blu turchese, palme e bungalow. Dor beach è simile a decine di località balneari lungo la costa israeliana. Se non fosse per un dettaglio: il lido, una trentina di chilometri a sud di Haifa, sorge sulle rovine di Tantura, un villaggio cancellato dalle mappe quasi 74 anni fa.

Sotto il parcheggio di uno dei litorali più popolari in Israele sono ammassati i cadaveri di centinaia di palestinesi uccisi durante la guerra del 1948-1949 tra i gruppi paramilitari ebraici e i contingenti arabi. Anche se i fatti sono già stati accertati da alcuni storici, ora sono accessibili al grande pubblico grazie alle rivelazioni di un nuovo documentario, proiettato in anteprima a gennaio al Sundance film festival, negli Stati Uniti.

Teddy Katz in una scena del documentario Tantura di Alon Schwarz (Yonathan Weitzman, per gentile concessione di Reel Peak Films)

Tantura, del regista Alon Schwarz, ricostruisce una memoria molto delicata, tornando ai giorni decisivi che segnarono la sorte degli abitanti del borgo mediterraneo. Nella primavera del 1948, subito dopo la dichiarazione d’indipendenza del nuovo stato israeliano, i soldati della brigata Alexandroni conquistarono quello che all’epoca era solo un modesto villaggio di pescatori palestinesi. Ma al posto delle immagini diffuse dalla propaganda ufficiale, il documentario mostra la parte più oscura dell’epopea sionista. Dopo aver separato donne e bambini, i soldati uccisero i prigionieri e saccheggiarono le case, lasciandosi alle spalle molti cadaveri, che qualche giorno dopo furono seppelliti in una fossa comune.

Mentre sul posto è stato eretto un monumento per rendere omaggio ai soldati ebrei caduti al fronte, quello che è successo davvero a Tantura è sprofondato nell’oblio per decenni. “Non l’ho detto a nessuno, neppure a mia moglie. Cos’avrei dovuto dirle, che sono un assassino?”, confessa un vecchio soldato della brigata.

Senza dubbi

Il documentario si basa sulle testimonianze inedite di combattenti, alcuni dei quali hanno più di novant’anni, che hanno deciso di rompere il silenzio. Attraverso le confessioni di Yitzaak, Yaakov, Haim e degli altri a poco a poco è ricostruito il quadro degli eventi del maggio 1948. Molti affermano di non ricordare. Alcuni negano l’esistenza di un vero e proprio “massacro”. Ma la maggior parte di loro riferisce fatti che, messi insieme, coincidono. Questa “verità inequivocabile”, come la chiama il quotidiano israeliano Haaretz, certifica l’uccisione di massa di prigionieri palestinesi, disarmati, quando i combattimenti erano finiti.

Le cifre non sono chiare. Si va da alcune decine fino a diverse centinaia di vittime. “Duecentosettanta o duecentottanta corpi”, ricorda Motel Sokoler, che all’epoca coordinò le operazioni di sepoltura. In seguito alcuni combattenti hanno fatto carriera, come un ufficiale che uccise “un arabo dopo l’altro” e che poi è diventato “un pezzo grosso al ministero della difesa”. L’episodio è descritto come “selvaggio” o “disumano”. “Certo che li abbiamo uccisi”, ammette uno. Mentre un altro si chiede: “Com’è possibile restare normali dopo tutto questo?”.

Anche se l’uscita del documentario ha sollevato polemiche, non è la prima volta che Israele trema al ricordo di Tantura. Nel 1998 Teddy Katz, uno studente dell’università di Haifa che all’epoca aveva cinquant’anni, scatenò l’ira dei militari pubblicando a conclusione di un master, sotto la supervisione dello storico israeliano Ilan Pappé, una tesi in cui denunciava il massacro. La tesi, che contiene molte fonti riprese nel documentario, fu approvata dall’università. Ma quando se ne cominciò a parlare, in seguito alla pubblicazione di un articolo sul giornale israeliano Maariv nel gennaio 2000, le cose cambiarono.

Il villaggio di Tantura a metà degli anni trenta del novecento (per gentile concessione di Reel Peak Films)

Un’associazione di ex combattenti intentò una causa per diffamazione e una nuova commissione universitaria squalificò la tesi. Messo sotto pressione, Teddy Katz firmò una lettera di scuse che screditò il suo stesso testo e accelerò il processo. Il “caso Tantura” spinse Ilan Pappé a lasciare l’università di Haifa nel 2007 e a proseguire la carriera accademica nel Regno Unito.

Piccoli passi

Quando lo scandalo si esaurì, solo il dibattito tra storici specializzati proseguì all’interno di cerchie ristrette. Alcuni, come per esempio Yoav Gelber, riconoscono che ci sono stati dei morti, ma negano il massacro. Altri, come Benny Morris, capofila dei nuovi storici (un movimento israeliano degli anni ottanta che ha messo in discussione la versione ufficiale dei fatti del 1948-1949), ritengono che la “pulizia forzata” del villaggio sia innegabile. Pur restando prudente sull’esistenza di “prove inconfutabili di un massacro su vasta scala”, in un’intervista del 2009 ad Haaretz lo storico ha dichiarato che a Tantura sono stati documentati dei “crimini di guerra” e “uno o due casi di stupro”.

Oggi le rivelazioni del documentario di Alon Schwarz offrono un riconoscimento pubblico senza precedenti a chi da decenni denuncia i fatti. La stampa israeliana ha dedicato spazio alla storia. Haaretz ha parlato della “fine del silenzio”. “All’epoca il giornale aveva ridicolizzato le mie ricerche, dipingendomi nel migliore dei casi come poco serio, nel peggiore come uno squilibrato”, ha ricordato Ilan Pappé sul suo profilo Facebook.

Non è la prima volta che dei documentari tentano di affrontare la questione della nakba (la catastrofe palestinese), né che ex soldati parlano davanti alle telecamere per condividere i loro ricordi dei combattimenti.

Alcuni passi avanti (molto) timidi si registrano anche nel campo dell’istruzione, come per esempio la pubblicazione nel settembre 2021 di un manuale scolastico che per la prima volta nella storia d’Israele fa riferimento a una responsabilità del paese nell’esodo delle popolazioni arabe. Alcune cose stanno cambiando, ma solo marginalmente e in via eccezionale. Per il resto degli israeliani, cioè per la maggioranza delle persone, quello che è successo nel 1948 semplicemente non esiste. “Nel dibattito pubblico non ce n’è traccia”, si rammarica alla fine del documentario Avner Giladi, professore dell’università di Haifa. ◆ fdl

Questo articolo è uscito sul numero 1449 di Internazionale, a pagina 55. Compra questo numero | Abbonati