Un’auto scura si ferma vicino a un ristorante di pesce nel quartiere di Monteverde, a Roma. Scendono due poliziotti in borghese, seguiti da Sigfrido Ranucci. Ranucci, uno dei giornalisti d’inchiesta italiani più noti e conduttore televisivo, indossa i suoi iconici jeans con camicia bianca. Nel 2005 ha realizzato un’inchiesta di rilievo internazionale dimostrando che un anno prima a Falluja, in Iraq, l’esercito statunitense aveva usato il fosforo bianco contro la popolazione civile. In Italia indaga da anni su imprenditori, politici e mafiosi. Sono tutti nemici potenti, ragion per cui Ranucci, come altri 27 giornalisti italiani, ha la scorta della polizia. In Italia sono 250 i giornalisti che ricevono forme di protezione più leggere, per esempio una pattuglia davanti casa.
La necessità di queste misure è diventata evidente lo scorso ottobre, quando una bomba è esplosa davanti a casa di Ranucci a Pomezia, a sud di Roma. La sua auto è stata distrutta e quella della figlia, parcheggiata di fianco, è da rottamare. “Certo, si sa che questo mestiere comporta dei rischi”, dice il giornalista tra una forchettata e l’altra di pasta alle vongole. “Ma hanno rischiato di colpire anche mia figlia”. Ogni tanto dal marciapiede un agente getta uno sguardo verso il tavolo. Gli autori materiali dell’attentato – forse appartenenti all’ambiente del crimine organizzato – non sono ancora stati trovati.
I mezzi d’informazione italiani non navigano in buone acque. Nell’indice della libertà di stampa nel mondo, stilato da Reporter senza frontiere, l’Italia è al 49° posto, una posizione che è peggiorata negli ultimi anni e che è decisamente bassa per un paese dell’Europa occidentale. Le minacce per i giornalisti non sono solo quelle mafiose, l’Italia è anche lo stato europeo dove ricevono più querele per diffamazione, che aggiungono pressione dal punto di vista economico per spingerli a tacere. All’inizio del 2025, inoltre, è emerso che due giornalisti del sito Fanpage erano stati intercettati con un software di spionaggio, prodotto da un’azienda israeliana che vende i suoi servizi solo alle autorità governative. “Il governo, che io non accuso di nulla senza prove, parla di questo caso di spionaggio con toni evasivi e stringati”, dice il direttore del sito Francesco Cancellato, anche lui intercettato.
Il governo di destra guidato da Giorgia Meloni fa sentire la sua influenza anche sulla Rai, denunciano i giornalisti. E l’ultimo grande quotidiano progressista in Italia, la Repubblica, è stato venduto a un gruppo conservatore greco.
Da Berlusconi ad Angelucci
Ranucci “colleziona” le denunce: “In trent’anni di carriera ne ho ricevute 240, ma la mia fedina penale è ancora pulita”. Secondo Case, un’ong impegnata contro le azioni legali intimidatorie in Europa, l’Italia è in testa alla lista europea per numero di cause per diffamazione e calunnia, le cosiddette cause strategiche contro la partecipazione pubblica (Strategic litigation against public participation, Slapp). Queste azioni legali sono spesso condotte da aziende o personaggi potenti contro giornalisti e attivisti. In Italia nel 2025 ne sono state intentate 57, a volte con richieste di risarcimento esorbitanti.
“Le Slapp servono a zittire i giornalisti, e ne fanno uso anche alcuni componenti di questo governo, che mostrano grande insofferenza per il giornalismo d’inchiesta”, dice Vittorio Di Trapani, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana. Per proteggere giornaliste, giornalisti e attivisti da denunce infondate, nel 2024 l’Unione europea ha approvato la direttiva contro le Slapp. Chi è bersaglio di un’azione legale di questo tipo può, tra le altre cose, chiedere al tribunale di respingere in fase iniziale una denuncia manifestamente infondata.
Gli stati dell’Unione devono recepire la direttiva entro maggio di quest’anno. L’Italia ha cominciato a farlo solo due mesi prima della scadenza, spiega Di Trapani, e applica la direttiva esclusivamente a casi con implicazioni transfrontaliere, cioè alle querele sporte da cittadini di altri paesi europei. “Perciò non intacca il 90 per cento delle querele infondate, che sono presentate da cittadini italiani”. In quei casi i giornalisti restano senza protezione.
In Italia la diffamazione è un reato punibile con il carcere, ma nella pratica cause di questo genere contro i giornalisti si chiudono al massimo con un risarcimento. Così, nell’ottobre 2023, lo scrittore Roberto Saviano è stato condannato dal tribunale a pagare una multa di mille euro (poi sospesa) dopo una querela presentata dalla presidente del consiglio Meloni. Nel 2020, quando lei era all’opposizione, partecipando a un programma tv lo scrittore l’aveva definita “bastarda” per via delle sue posizioni sul tema dell’immigrazione. In Italia i giornalisti freelance sono più vulnerabili a queste richieste di risarcimento rispetto ai colleghi assunti da giornali o tv. “Se sei pagato una miseria per un articolo, devi scriverne tanti ogni mese. E così finisce che per precauzione alcuni giornalisti decidono di non occuparsi di alcuni temi particolarmente complessi e delicati, ”, dice Di Trapani.
Di solito, quando arrivano al governo, i politici ritirano le denunce per diffamazione contro i giornalisti, spiega Roberta Carlini, ricercatrice del centro per il pluralismo e la libertà di stampa dello European university institute. La descrive come “una regola non scritta, un modo per entrambi di ricominciare da zero”. Solo che “per il governo Meloni non è questa la prassi, salvo rare eccezioni”, precisa Carlini.
Ranucci, per esempio, è stato querelato dal presidente del senato Ignazio La Russa, di Fratelli d’Italia, e dai suoi figli, nonché dal ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, dalla moglie e dalla sorella di quest’ultima. “La Rai è divisa: una parte dell’azienda mi sostiene, un’altra mi tollera o è indifferente”, spiega Ranucci. “Per me la cosa più grave è che se realizzo un servizio su La Russa, la Rai – per la quale lavoro da decenni – lo invita il giorno dopo e gli permette di definirmi un calunniatore seriale, anche se non sono mai stato condannato, e senza darmi la possibilità di replicare subito”.
L’informazione italiana è da anni oggetto di attenzione in Europa, afferma Carlini: “Le prime preoccupazioni risalgono al 1994, quando l’imprenditore Silvio Berlusconi diventò presidente del consiglio”. Berlusconi era allora il proprietario della holding Fininvest, che comprendeva il più grande network televisivo privato italiano. Una volta eletto, Berlusconi influenzò anche la Rai, senza remore. In un’occasione esercitò una pressione tale da spingere l’emittente pubblica a licenziare due giornalisti famosi e un autore satirico. Continua Carlini: “In seguito sono state approvate numerose norme europee per impedire una pressione politica così enorme sui mezzi d’informazione”.
L’impero editoriale di Berlusconi è rimasto in gran parte intatto anche dopo la sua morte nel 2023, proprio come l’influenza dei suoi figli su Forza Italia, uno dei partiti della coalizione di governo. Inoltre in Italia tuttora esistono una serie di piccoli Berlusconi. Il più famoso è Antonio Angelucci, 81 anni, proprietario dei giornali di destra il Tempo, il Giornale e Libero, che difendono ogni giorno il governo Meloni, e parlamentare della Lega.
Anche al livello locale i mezzi d’informazione sono alle prese con conflitti d’interesse, dice Carlini: “Molti quotidiani regionali in difficoltà economiche sono stati comprati da imprenditori invischiati nella politica locale”. Nel 2024 Angelucci voleva comprare l’Agi, la seconda agenzia di stampa italiana. Dopo le proteste della redazione, la vendita è saltata. I giornalisti hanno espresso il timore di un ulteriore impoverimento del settore dell’informazione, una paura condivisa anche nella redazione della Repubblica. Con 1,3 milioni di lettori è il principale quotidiano progressista del paese, racconta la giornalista Alessandra Ziniti, che fa parte del comitato di redazione.
La Repubblica e la Stampa appartenevano al gruppo editoriale Gedi, della holding della famiglia Agnelli-Elkann, che possiede anche la Ferrari e la Juventus. “Di recente John Elkann ha detto che la Ferrari e la Juventus non sono in vendita, ma nei confronti dei quotidiani non ha mostrato lo stesso legame”, dice Ziniti. Il 23 marzo il gruppo Gedi è stato venduto al gruppo editoriale Antenna, della famiglia greca Kyriakou, che terrà la Repubblica, alcune radio e riviste, mentre la Stampa passerà al gruppo editoriale italiano Sae. I 315 giornalisti e 50 collaboratori di Repubblica hanno vissuto mesi d’incertezza e non sanno ancora se il nuovo editore manterrà tutti i posti di lavoro e se rispetterà la linea progressista del giornale.
L’armatore greco e gigante dell’editoria Thodoris Kyriakou è noto per le sue posizioni conservatrici, per i suoi affari con l’Arabia Saudita e il Qatar, e i buoni rapporti con il presidente statunitense Donald Trump. Nei mezzi d’informazione greci e italiani è chiamato “il Berlusconi dei Balcani”.
La stretta sulla Rai
Da parte sua il governo Meloni si limita a controllare che la vendita di Gedi non causi la perdita di troppi posti di lavoro, ma le sue preoccupazioni finiscono qui. Il governo sembra più interessato a ciò che succede in Rai, perché è soprattutto la tv a influenzare l’opinione pubblica. “Gli italiani guardano molta tv e leggono molti meno libri e giornali rispetto ai francesi e ai tedeschi”, dice Roberta Carlini.
Negli ultimi anni la stretta politica sulla Rai è aumentata. L’amministratore delegato dell’azienda, Giampaolo Rossi, proviene dallo stesso movimento giovanile neofascista di Meloni e detta le linee guida dei canali, selezionando i direttori dei telegiornali. Secondo Fratelli d’Italia l’obiettivo è rompere quella che chiamano “egemonia culturale della sinistra”. L’estrema destra ci prova mettendo collaboratori fidati nei posti strategici, come al teatro la Fenice e alla Biennale d’arte di Venezia.
Dopo l’insediamento del governo Meloni, dalla Rai sono scomparsi tre volti considerati vicini al centrosinistra. Fabio Fazio e la comica Luciana Littizzetto hanno lasciato l’azienda perché il loro contratto non è stato rinnovato, mentre Serena Bortone è stata trasferita in radio dopo aver deciso di leggere in tv un testo censurato dello scrittore Antonio Scurati. In quel monologo, Scurati invitava chi era al governo a fare i conti con l’eredità del fascismo. L’intervento di Scurati era stato cancellato all’ultimo momento.
A gennaio si è visto ancora una volta che il passato fascista non è un argomento facile da affrontare con questo governo. In occasione delle commemorazioni dell’Olocausto, la Rai ha trasmesso una miniserie sui rastrellamenti nel ghetto di Roma. Tuttavia le puntate si sono focalizzate solo sui nazisti tedeschi, mentre il ruolo dei fascisti italiani è rimasto quasi del tutto assente. Eppure furono loro, nel 1943, che aiutarono i nazisti a catturare più di mille ebrei romani e a deportarli ad Auschwitz. Lo sceneggiatore ha dichiarato ai giornali di non aver voluto fare “un processo storico”, ma che la sua intenzione era di “andare a cercare l’emozione dei fatti”.
Anche Cancellato, direttore di Fanpage, ha potuto constatare quanto sia delicato il tema del fascismo. Nel 2024, con un servizio sotto copertura, il sito ha portato alla luce espressioni fasciste, naziste e antisemite all’interno di Gioventù nazionale, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia. Da allora, dice Cancellato, “non riusciamo a chiudere una causa che ne comincia un’altra”, e Fanpage è costantemente preso di mira dai mezzi d’informazione di destra e da campagne diffamatorie sui social media.
Il momento più inquietante è stato nel 2025, con la scoperta che i telefoni di Cancellato e del suo collega Ciro Pellegrino erano stati hackerati dal software di spionaggio israeliano. La Paragon, l’azienda che lo produce, aveva dei contratti con il governo italiano. Continua a non essere chiaro chi abbia ordinato l’intrusione informatica. In seguito, tuttavia, il comitato parlamentare per la sicurezza (Copasir) ha fatto sapere che quello stesso software era stato usato – legalmente – per intercettare due attivisti per i diritti delle persone migranti.
Cancellato aspetta delle risposte: “In una democrazia è inaccettabile che lo spionaggio militare sia usato contro i giornalisti”. Secondo Cancellato, da quando Meloni è al potere in Italia si ha la sensazione di essere decisamente meno liberi: “L’ecosistema dei mezzi d’informazione va sempre più verso il modello ungherese”. Pur ridimensionando questa affermazione, Carlini conferma la tendenza: per quanto riguarda la libertà di stampa, l’Italia è “chiaramente più vicina all’Europa centrale che alle vecchie democrazie dell’Europa occidentale”. ◆ oa
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Questo articolo è uscito sul numero 1659 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati