Indossa una camicia a scacchi da boscaiolo e cammina tra i piccoli abeti di Hjelmeland, nella contea di Rogaland. Il fiordo luccica, le pecore pascolano indisturbate e i minuscoli abeti crescono impercettibilmente. Diventando grandi assorbiranno quantità sempre più grandi di anidride carbonica dall’aria.

“È la prima foresta climatica commerciale in Norvegia”, afferma Anders Kristiansen, quarant’anni, che dirige l’azienda Trefadder.

Qui prima c’erano solo arbusti e piante spontanee. Ora aziende e privati possono investire in alberelli, migliorando così la propria coscienza climatica. Kristiansen afferma che la Trefadder ha già piantato centomila abeti e trecentomila semi di betulla, ma ha ambizioni più grandi: ogni anno intende piantare più di un milione di alberi in tutta la Norvegia.

Sono già molte le aziende che per compensare le loro emissioni hanno deciso di acquistare quote di afforestazione dalla Trefadder. Un post su Facebook del 2020 mostrava Kristiansen insieme a Olaug Bollestad, l’ex ministra dell’agricoltura cristianodemocratica, che sosteneva di aver azzerato le sue emissioni nette di gas serra di un anno intero grazie alla Trefadder. È naturale che Bollestad fosse entusiasta: l’afforestazione (piantare alberi in aree dove non ce n’erano) rientrava infatti nel piano di lotta contro il cambiamento climatico del governo precedente, ma è un punto importante anche nel programma del Partito di centro, che fa parte del nuovo esecutivo.

Nell’affannosa ricerca di misure intelligenti che possano aiutare la Norvegia ad azzerare le sue emissioni nette entro il 2050, spesso si esaltano le foreste e il legname. In effetti, le foreste norvegesi sono importanti per il clima: ogni anno assorbono una quantità di anidride carbonica pari a metà di quella emessa nel paese. Ma come fare in modo che abeti, betulle e pini assorbano ancora più gas serra? Le opinioni sono divergenti. Mentre l’industria forestale, sostenuta da alcuni ricercatori e politici, vuole una silvicoltura più intensiva e l’afforestazione di nuove aree, molti biologi e climatologi sono scettici.

“Creare foreste dove prima non c’erano è un’idea pericolosa”, dice l’ecologa Hanna Lee, autrice di numerose ricerche sull’impatto delle foreste nei paesi nordici. “È pericoloso pensare di poter piantare alberi invece di ridurre le emissioni. Non ci sono argomenti scientifici validi a supporto di questa misura”.

Lee crede che piantare nuovi alberi possa effettivamente essere uno strumento efficace nella lotta contro i cambiamenti climatici, ma non nei paesi nordici. Ha recentemente partecipato a un progetto di ricerca sull’afforestazione per il Bjerknes centre for climate research ed è giunta alla conclusione che un intervento di questo tipo non è affatto una buona misura a favore del clima in Norvegia. Non ha trovato eccezioni nelle aree studiate, lungo la fascia costiera da Bodø a Bergen. “Quando racconto quello che facciamo in Norvegia, gli altri ricercatori sono increduli”.

Un’idea romantica

C’è qualcosa di romantico nel credere che piantare alberi sia il modo più semplice per risolvere la crisi climatica. A scuola, tutti abbiamo studiato la fotosintesi, il metodo geniale che la natura usa per trasformare l’anidride carbonica, la luce solare e l’acqua in ossigeno e glucosio. Tutte le piante verdi catturano anidride carbonica: assorbono dall’aria questo gas serra attraverso le foglie e lo trasformano in glucosio e altri composti di carbonio che entrano a far parte del ciclo naturale. Grandi quantità di carbonio vengono raccolte nel tronco, raggiungono le radici e passano ai funghi nel terreno. Se si piantano alberi in luoghi dove prima non c’erano, quindi, la quantità di anidride carbonica assorbita aumenta. Questa è la teoria con cui il precedente governo norvegese giustificava i finanziamenti pubblici agli interventi di afforestazione.

Per 199 corone (circa venti euro) al mese, i privati possono diventare “climaticamente neutri” comprando dalla Trefadder la cattura del carbonio. La tariffa per le aziende è di 299 corone (trenta euro) per ogni tonnellata assorbita. La Trefadder impiega parte del ricavato per piantare alberi, o “costruire foreste” come afferma Anders Kristiansen. I clienti ricevono anche un attestato che possono usare per farsi pubblicità. Kristiansen sottolinea che la sua è un’azienda indipendente e non riceve alcun sostegno pubblico. “La nostra afforestazione climatica non dev’essere confusa con la silvicoltura tradizionale”.

Se si compra oggi il sequestro di dieci tonnellate di anidride carbonica, ci vorranno ottant’anni prima che vengano davvero assorbite dagli alberi

Non si tratta dunque di piantare alberi nelle aree disboscate: le aziende del legname sono comunque obbligate a farlo. Lo scopo è individuare nuove aree in cui creare foreste. Per il momento la Trefadder ha cominciato a lavorare in una tenuta nella contea di Rogaland, nel sudovest della Norvegia, ma presto l’azienda si espanderà anche in altre zone del paese. L’agenzia norvegese per l’ambiente ha mappato quelle idonee all’afforestazione.

L’idea non è nuova. In Norvegia sono stati realizzati progetti di afforestazione su larga scala. Nel dopoguerra gli studenti della Norvegia occidentale parteciparono a una vasta campagna di messa a dimora di nuovi alberi. L’obiettivo era creare una foresta lungo tutta la costa, che avrebbe permesso l’espansione della silvicoltura, utilizzando il peccio di Sitka, una specie originaria del Nordamerica. Oggi gran parte di quella foresta è inutilizzabile per i proprietari dei terreni. In compenso, il peccio si è diffuso facilmente a scapito della maggior parte delle altre specie. Ora la motivazione è l’emergenza climatica, e al posto del peccio di Sitka ci sono abeti e pini norvegesi.

Questa volta l’afforestazione avrà più successo e aiuterà il paese a raggiungere la neutralità climatica? “Non è detto”, afferma l’ecologa Jenni Nordén. Piantare alberi in nuove aree può disturbare il naturale sequestro del carbonio, e l’effetto è stato sottovalutato. Nordén ha partecipato a tre importanti progetti finanziati dal consiglio norvegese della ricerca su questo argomento. C’è una grande differenza tra la foresta pluviale tropicale e la foresta norvegese. Nelle regioni tropicali il carbonio è in gran parte immagazzinato al di sopra del suolo, negli alberi e nel resto della vegetazione. Nelle regioni nordiche, dove la foresta cresce più lentamente, circa l’80 per cento del carbonio si trova sottoterra.

Un elemento importante è costituito dalle grandi reti di funghi che vivono in simbiosi con le radici degli alberi – le micorrize – e fissano grandi quantità di carbonio. Inoltre l’anidride carbonica non è assorbita solo dagli alberi, ma da tutte le piante verdi. Più vegetazione si lascia crescere, più carbonio viene sequestrato nel suolo attraverso i funghi e il sottobosco. Il problema è che quando si diradano le foreste, tagliando arbusti e piante, gran parte di questo carbonio può essere rilasciato all’atmosfera sotto forma di anidride carbonica.

“Esistono altre misure che possono produrre più rapidamente un effetto positivo sul clima”, afferma Nordén. Per esempio far invecchiare le foreste di più prima di abbatterle, e lasciare in piedi un maggior numero di alberi nelle aree disboscate. Ma queste proposte non sono state sostenute né dall’industria forestale né dal governo precedente.

Debito di carbonio

Il sostegno invece è andato all’afforestazione. Già nel 2012 il parlamento norvegese aveva approvato la creazione di foreste in nuove aree tra le misure per attuare l’accordo sul clima. Quando l’agenzia norvegese per l’ambiente ha proposto di piantare abeti su larga scala nella parte occidentale e settentrionale del paese, le organizzazioni ambientaliste e gli esperti di biologia hanno espresso molte critiche. Alcuni ricercatori hanno perfino lanciato una raccolta di firme, dichiarando: “Non è affatto detto che questi interventi avranno un effetto positivo sul bilancio del carbonio e sul clima. In compenso è sicuro che faranno molti danni alla biodiversità, al paesaggio, all’agricoltura locale e al turismo”.

Alcuni anni fa l’ecologa Heidi Iren Saure, una delle promotrici della campagna, ha analizzato per conto del ministero delle finanze l’effetto complessivo sul clima dell’aumento delle aree forestate in Norvegia: “È vero che si può ottenere un beneficio per il clima, ma non è una misura particolarmente efficace”.

Con la legge sul clima del 2017, la Norvegia ha fissato l’obiettivo di diventare un paese a basse emissioni entro il 2050. Ma secondo Saure a quel punto il contributo della nuova foresta sarà ancora negativo.

Hurum, Norvegia (Baac3nes, Getty Images)

“Il miglior punto di partenza per valutare l’afforestazione è piantare alberi dove prima non c’erano foreste”. Ma quando ha tentato di individuare aree di questo tipo per la sua ricerca ne ha trovate “sorprendentemente poche”. Ha trovato delle aree ricoperte da radi boschi naturali di betulle, che contengono meno carbonio rispetto a un’abetaia fitta, ma ne immagazzinano una quantità significativa nel suolo. Se gli alberi sono abbattuti e usati come legna da ardere, emetteranno anidride carbonica. Inoltre quando si distruggono le radici e altri organismi e si prepara il terreno per le nuove forestazioni si rilascia una parte del carbonio immagazzinato nel suolo. Secondo Saure il nuovo bosco di abeti impiegherà fra i 35 e i 45 anni per ripagare questo debito di carbonio.

Prodotti durevoli

Diversi imprenditori si sono messi a vendere la “neutralità climatica” proponendo d’investire nelle foreste. Il sito della GoZero, un’azienda con sede nella Norvegia orientale, afferma che è possibile diventare “climaticamente neutri”. Il capo dell’azienda, Andreas Kristensen, spiega che l’attività è ancora in fase di definizione: l’impresa non è ancora stata registrata, ma ha già lanciato un progetto pilota e sono stati piantati mille abeti in una zona a sudest di Oslo. “È molto appassionante, ma è ancora presto per entrare nel mercato”, spiega Kristensen.

A detta di Kristiansen della Trefadder, invece, la sua azienda ha più di cento clienti e prevede di fatturare tra i sei e i dieci milioni di corone nel 2021. La Trefadder si è impegnata molto per garantire la tracciabilità e la certificazione delle sue attività.

“Gli alberi non saranno abbattuti prima che abbiano assorbito la massima quantità di anidride carbonica, potete esserne certi”. Ma succederà tra molti anni? “Gli alberi assorbono sempre anidride carbonica, ma solo quando arrivano a vent’anni il processo accelera, aumentando di pari passo con il tasso di crescita delle piante”.

Kristiansen ritiene comunque che i clienti della Trefadder possano definirsi climaticamente neutri già oggi. Spiega che se si compra oggi il sequestro di dieci tonnellate di anidride carbonica, ci vorranno ottant’anni prima che siano effettivamente assorbite dagli alberi. Precisa inoltre che l’azienda non abbatte betulle per costruire nuove foreste.

“È vero che l’afforestazione tradizionale può comportare un aumento delle emissioni. Per questo procediamo senza interventi meccanici e piantiamo ‘al coperto’, cioè lasciamo in piedi gli alberi esistenti”. Dopo l’analisi del suolo, spiega Kristiansen, si selezionano le aree con la minore cattura di carbonio. “Gli alberi che piantiamo assorbiranno quindi anidride carbonica fin dal primo giorno, con un effetto netto evidente”, aggiunge.

Ma cosa succederà fra ottant’anni, quando gli alberi saranno abbattuti? Secondo le intenzioni, il legno sarà di qualità tale da non essere destinato alla produzione di carta o altri prodotti di breve durata, ma sarà trasformato in materiale da costruzione che immagazzinerà il carbonio per molti anni.

Espiare i peccati

Sebbene ritenga necessari anche altri interventi, l’ecologa Jenni Nordén crede che l’afforestazione possa funzionare, se si scelgono bene le aree: “Può essere un buon modo per contrastare i cambiamenti climatici, se praticata nelle aree con scarsi depositi di carbonio nel suolo e a bassa biodiversità”.

“È come andare in chiesa per confessare i propri peccati mentre si continua a peccare”, afferma Glen Peters, direttore della ricerca al Centre for international climate and environmental research (Cicero). “Se voli a Parigi e compri foreste per compensare le emissioni, ti sentirai meglio. Ma se tutti faranno così, probabilmente avremo bisogno di più di un pianeta. L’essenziale è ridurre le nostre emissioni”.

Kristiansen, il dirigente della Trefadder, è completamente d’accordo. Prima di tutto l’azienda aiuta i clienti ad analizzare come possono ridurre le emissioni, e solo come ultima soluzione propone l’afforestazione per compensare le emissioni difficili da eliminare, che in realtà sono ancora molte. “Se vai a Parigi in aereo l’effetto del volo dovrebbe essere compensato, almeno fino a quando non avremo voli a emissioni zero. L’alternativa è non fare nulla”.

Secondo lui non è vero che i clienti pagano per lavarsi la coscienza. Quando la Trefadder gli mostra il loro bilancio climatico, i clienti vogliono contribuire alla riduzione delle emissioni attraverso misure di efficientamento energetico, per esempio passando alle auto elettriche. “Bisogna porsi un duplice obiettivo: ridurre tutto ciò che si riesce a ridurre e compensare le emissioni residue”.

“In generale nella silvicoltura qualsiasi attività ha un orizzonte centenario”, afferma Gunnhild Søgaard, capo dipartimento presso l’istituto norvegese di ricerca sulla bioeconomia (Nibio). È una delle firmatarie del documento su cui l’agenzia norvegese per l’ambiente si è basata per raccomandare la forestazione di nuove aree come misura nella lotta contro i cambiamenti climatici. “Quando si piantano nuovi alberi ci vuole un po’ di tempo prima che comincino ad avere effetti positivi per il clima, ma il potenziale è abbastanza significativo”.

I ricercatori hanno esaminato le dimensioni delle aree in cui piantare abeti può produrre effetti sul clima. Non è poco: la superficie ammonta ad almeno 9.620 chilometri quadrati. Lo studio si basa sulla mappatura di aree in cui la vegetazione spontanea sta prendendo il sopravvento, ma le condizioni sono favorevoli per l’abete. I ricercatori hanno usato modelli per calcolare il rilascio di anidride carbonica e il successivo assorbimento e, considerando una serie di altri fattori, hanno confrontato il valore con quello che si avrebbe lasciando le aree al rimboschimento spontaneo.

Søgaard ammette che all’inizio ci saranno emissioni di anidride carbonica dal suolo. Piantare nuovi alberi comporterà emissioni di gas serra per circa 150 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente fino al 2050, pari a tutti i gas serra emessi della Norvegia in tre anni. La neutralità climatica sarà raggiunta solo nel 2065, ma in seguito l’assorbimento sarà più rapido. Nel 2100 l’afforestazione potrà ridurre le emissioni accumulate di 447 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente.

Per questo Søgaard è convinta che l’afforestazione su larga scala faccia bene al clima. Le misure devono essere considerate alla luce del fatto che l’obiettivo principale dell’accordo di Parigi, la neutralità climatica nella seconda metà del secolo, è un risultato di lungo periodo, anche se gli accordi concreti hanno orizzonti temporali più brevi.

Secondo Søgaard l’effetto dell’afforestazione potrebbe essere anche maggiore. L’istituto Nibio non ha considerato che il legname potrà sostituire i combustibili fossili e i prodotti che richiedono molte materie prime, come il cemento.

Contea di Nordland, Norvegia (Tomasz Zajda, Alamy)

Ma l’ecologa Jenni Nordén ritiene che questi benefici siano molto incerti, anche perché non sappiamo cosa ne sarà della foresta in un futuro così lontano. I cambiamenti climatici causeranno siccità più frequenti, incendi boschivi, tempeste e ondate di calore, che possono uccidere gli alberi e renderli più vulnerabili agli attacchi dei parassiti.

Verità di comodo

“Non basta piantare, dobbiamo anche abbattere”, si legge sul sito Tenk Tre, una nuova iniziativa dell’industria forestale norvegese. Il testo afferma che anche l’abbattimento degli alberi dà un contributo importante per risolvere l’emergenza climatica, perché il legname può essere usato per sostituire i prodotti attualmente ottenuti dal petrolio. L’idea è discutibile, perché il disboscamento totale rilascia molto del carbonio immagazzinato nel suolo delle foreste nordiche. Attualmente, inoltre, solo un quarto del legname norvegese è destinato a prodotti che immagazzinano carbonio a lungo termine, come i materiali da costruzione.

Già molto prima che comparissero aziende come la Trefadder, l’industria forestale cercava di usare il clima come argomento per investire in una silvicoltura più intensiva. “La silvicoltura mira a produrre legname nel modo più redditizio possibile, ma è conveniente poterla infiocchettare come una misura a favore del clima”, afferma Ketil Skogen, sociologo dell’istituto per la ricerca naturale norvegese (Nina). Secondo lui l’industria forestale si serve di alcuni studi in cui la semina, la gestione e l’abbattimento sono definiti positivi per il clima. Sono gli stessi su cui si fonda la politica forestale norvegese. “Ad avere la precedenza sono sempre i risultati delle ricerche che raccomandano la maggior produzione possibile di legname. È raro che misure non redditizie ricevano molto sostegno politico, specialmente dal governo. Stiamo assistendo a una lotta di potere sulla comprensione della realtà, e la scienza è diventata parte di questa lotta. Sono il denaro e il potere, non la qualità della scienza, ad aver deciso la verità prevalente sulle foreste e sul clima in Norvegia”.

In quanto coordinatore del progetto di ricerca Ecoreal, Skogen studia le “verità” sulle foreste e sul clima. Il progetto non è ancora concluso, ma secondo lui è evidente che alcune tesi su foreste e clima hanno conquistato i favori dell’opinione pubblica norvegese. Non hanno più bisogno di essere motivate, sebbene ci siano altre descrizioni della realtà che trovano più conferme nella scienza e in diversi ambiti professionali. “Che l’afforestazione faccia bene al clima è una di quelle verità, anche se non credo che molti ricercatori forestali la sottoscrivano al 100 per cento”.

La luce conta

Un trattore borbotta, le zanzare ronzano. La foresta climatica di Hjelmeland è situata in una posizione splendida, con vista su fiordo, montagne e greggi di pecore. Ma l’ecologa Nordén ritiene che i progetti di forestazione del governo e della Trefadder possano essere dannosi per la diversità delle specie, perché cancellano gli spazi non boscosi e piantano l’abete in aree in cui non è una specie locale.

“Gli habitat aperti ospitano piante e altri organismi che richiedono luce, come insetti e funghi specializzati”. Molte di queste specie sono vulnerabili o minacciate di estinzione. “Piantare abeti in habitat aperti o nelle foreste di latifoglie provoca grandi cambiamenti e un impoverimento della biodiversità”, sostiene l’ecologa.

Anders Kristiansen assicura che la Trefadder effettua mappature approfondite in modo da evitare le aree naturali inserite nella lista rossa o altre in cui la forestazione può avere effetti negativi: “Cerchiamo di trovare le aree che presentano meno problemi”.

Cosa succede alla biodiversità nelle aree in cui lo stato promuove l’afforestazione? L’agenzia norvegese per l’ambiente ha avviato un progetto pilota nel 2015, piantando un gran numero di abeti in nuove aree. Uno dei criteri prevedeva l’esclusione di quelle rilevanti per la biodiversità. I risultati hanno evidenziato che rispettare questo criterio si è dimostrato “impegnativo”. Si è scoperto che erano state forestate aree che ospitano specie in via di estinzione, perché non erano rientrate nella mappatura.

Gli studi del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) sono molto citati per sostenere la forestazione di nuove aree, per buone ragioni: nel rapporto speciale del gruppo sugli ecosistemi terrestri, pubblicato nel 2019, l’afforestazione è descritta come il modo più semplice per ottenere le cosiddette emissioni negative, ovvero estrarre anidride carbonica dall’atmosfera, e probabilmente indispensabile per evitare che la temperatura media globale aumenti di più di due gradi rispetto all’era preindustriale.

In un nuovo rapporto pubblicato nel 2021, invece, il gruppo si è mostrato più scettico. Questa volta, l’Ipcc ha collaborato con il gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sulla biodiversità. I cinquanta esperti mondiali coinvolti sostengono che le emergenze climatica e ambientale devono essere considerate insieme, e avvertono che la forestazione di nuove aree può minacciare la biodiversità e, nel peggiore dei casi, indebolire la capacità naturale di immagazzinare carbonio.

Foreste su misura

A Hjelmeland, Kristiansen si è inavvertitamente seduto su un orbettino, nella betulleta infestata di simulidi. La natura può riservare sorprese, ma Kristiansen pensa di avere la scienza dalla sua parte: “Alla Trefadder vogliamo risolvere l’emergenza climatica senza aggravare quella ambientale”.

Oltre alle foreste climatiche, l’azienda crea anche delle “foreste ecologiche” che non saranno mai abbattute, ma lasciate al loro corso naturale. Inoltre non pianta solo abeti, ma anche betulle, pini, querce e molte altre specie di alberi.

“Ad alcuni l’abete piace, ma tutti adorano la quercia”, dice Kristiansen, aggiungendo che è possibile “progettare” per il cliente qualsiasi tipo di foresta. La Trefadder lancerà presto una nuova soluzione: pagherà i proprietari di foreste affinché le lascino crescere più a lungo, come chiedono gli ecologisti. Il business principale resta tuttavia legato alla forestazione delle zone costiere: “Un albero non fa molta differenza, ma diecimila sì. Insieme saremo in grado di creare un movimento che abbia effetti concreti”.

La ricercatrice Hanna Lee però è convinta che a volte è meglio non fare niente. “Le foreste lasciate ricrescere spontaneamente non costano niente e immagazzinano anch’esse il carbonio”. Perché spendere soldi per piantare alberi, quando l’effetto è così incerto e forse dannoso? In una sintesi della sua ricerca si legge: “I risultati mostrano che possiamo semplicemente rilassarci e guardare crescere le foreste”.◆lv

Questo articolo è uscito sul numero 1440 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati