Niente aeroporti né code al Brennero o altrove, poca spesa e massima flessibilità. Girare l’Italia in treno sembra un’ottima idea: con l’offerta “Italia in tour” si viaggia senza prenotazione su tutti i regionali, tre giorni a 35 euro o cinque a 59. Chi – come me e tanti altri tedeschi – è vittima dei disservizi della Deutsche Bahn, da tempo ama e invidia i Frecciarossa di Trenitalia. E allora perché non provare anche i treni locali? Se si dimostrassero altrettanto comodi e puntuali, viaggiare con lentezza si rivelerebbe un’esperienza ancora più interessante.

Potrei scegliere di girare la Toscana, per esempio, oppure partire da Napoli e arrivare in Calabria, tappa dopo tappa. Invece decido di strafare: voglio percorrere l’intero Stivale da nord a sud. L’unico problema è che in Italia prima ci devo arrivare. E non basta raggiungere la frontiera: bisogna andare oltre Bolzano, perché i treni in arrivo o in partenza dalla provincia autonoma dell’Alto Adige non partecipano all’offerta. Lo stesso vale per le Cinque Terre e qualche altra località. Insomma, al momento dell’acquisto bisogna leggere anche le clausole scritte in piccolo.

La mia avventura prende il via sull’Euro­city Monaco-Verona. Dopo aver passato il Brennero, il treno arriva a destinazione alle 12.59. È qui che si comincia! L’Italia è piena di città meravigliose: devo lasciarmi guidare dall’ispirazione del momento o decidere in anticipo mete e tappe intermedie? Scelgo la seconda opzione: percorrerò la costa adriatica in tutta la sua lunghezza e la sera del quinto giorno mi gusterò un aperitivo in riva al mare di Otranto. A quel punto saprò se è davvero il caso di raccomandare “Italia in tour”.

Sempre in orario

È venerdì e a Verona splende il sole. Oggi devo arrivare solo fino a Padova. C’è un treno ogni ora e sono appena 58 minuti di viaggio, per cui ho tutto il tempo di perdermi per le strade della città. Mi dirigo verso il centro e mi fermo per un panino con radicchio, gorgonzola e cipolle caramellate. Qualche metro più avanti mi aspetta il mio primo gelato e poi, rinfrancata e rinfrescata, passeggio per piazza delle Erbe, ammiro la casa di Giulietta e arrivo fino all’Adige. Splendido.

Ma è tutto qui? Davanti all’Arena, il famosissimo anfiteatro romano, su alcuni manifesti si legge: “The most Italian place on Earth”. Non te la prendere, cara Verona, ma questo è tutto da vedere…

Dati i piedi doloranti, la poltroncina blu in finta pelle del regionale veloce sembra un miraggio. L’ultima fermata è Venezia Santa Lucia. Penso che non sarebbe male rimanere seduta fino a fine corsa e poi godermi una bella cena sul Canal Grande. Ma no: ho deciso di dedicare il mio viaggio a località meno conosciute e spesso ignorate dai turisti. Quindi resisto alla tentazione e scendo a Padova. Ne vale decisamente la pena. Un tempo tra le maggiori città italiane, oggi, grazie agli affreschi di Giotto e al giardino botanico, Padova è nel patrimonio mondiale Unesco. Sull’ampia piazza delle Erbe la gente del posto dà il benvenuto al weekend. Seduta in mezzo a loro, penso alla marea umana che affolla la “Bella Venezia”e sento che è stata la scelta giusta.

Prima di partire avevo fatto un rapido sondaggio tra alcuni amici tedeschi e italiani. Risultato unanime: “‘Italia in tour’? Ma dai, non ne sapevo niente”. In realtà l’offerta esiste da qualche anno, ma a quanto pare la conoscono in pochi. “E tu ci vai fino in Puglia? In bocca al lupo! Poi ci racconterai”.

A Verona mi ero sentita subito leggera, anche perché avevo lasciato i bagagli alla stazione. Invece a Ferrara, che raggiungo puntuale di sabato mattina dopo un breve viaggio, non c’è modo di farlo. Prendete nota: le città piccole sono meno affollate ma anche meno attrezzate. Dopo l’iniziale disappunto mi tocca incamminarmi verso il centro trascinandomi dietro il trolley. Ma chiedo subito in giro e scopro che per pochi euro posso lasciarlo in un albergo.

D’altra parte sarebbe stato un peccato rinunciare a Ferrara, con le sue facciate rinascimentali, le sue stradine color ocra e l’imponente Castello estense.

Dopo un giro di alcune ore, proseguo in direzione del mare. Sento annunciare il primissimo ritardo (sei minuti!) e per la prima volta mi chiedono il biglietto: il controllore scansiona il qr-code e fa un cenno di assenso. Il viaggio in treno, come al solito, è una piacevole pausa: riposo i piedi e mi documento sulla prossima tappa.

All’altezza di Cervia cominciano a esagerare con l’aria condizionata, cosa che succederà spesso. Mi raccomando quindi: estate o inverno, portatevi un golfino o una maglia. Intanto guardo scorrere i pini nella luce della sera e sento crescere l’emozione: sto per arrivare al mare.

La mia prima tappa sull’Adriatico è Cesenatico, una località balneare con ville antiche, palazzi moderni e tanta confusione. Sole, relax e nient’altro. Il Porto canale, con le sue case color pastello e le barche in affitto, è fiancheggiato da chioschi aperti fino a tardi, perfetti per assaggiare le specialità locali, come le piadine, e fare un po’ di struscio prima di andare a dormire.

Con quel poco di autocontrollo che mi resta, riesco a non comprare orecchini, foulard, cristalli, oli d’oliva e articoli di pelletteria varia in vendita sul lungomare, e mi ritrovo immersa nella colonna sonora che arriva dalla festa in piazza: Highway to hell. “Speriamo proprio di no!”, è il mio ultimo pensiero della giornata.

Alle otto del mattino di domenica dalla finestra aperta della camera d’albergo mi arrivano dalla spiaggia i primi annunci dell’animatore, mentre dalle casse rimbomba di nuovo Highway to hell. Dev’essere una coincidenza, ne sono certa. Oggi voglio godermi il mare e poi proseguire senza altre tappe intermedie, perché ho ancora tanta strada davanti. Per consolarmi, però, decido di fare un giro sulla ruota panoramica di Cesenatico. Poi mi sdraio in spiaggia per un paio d’ore. E lì assisto a una scena piuttosto bizzarra: decine di persone agguerritissime scandagliano la sabbia con i metal detector, alla ricerca di tesori nascosti. Evidentemente da queste parti passare la bella stagione dando la caccia agli oggetti di valore smarriti da qualche bagnante è un’idea gettonatissima.

Ha funzionato! Questo viaggio mi sarà d’ispirazione per quelli futuri

Arrivo in stazione all’ora di pranzo, completamente rilassata, con addosso l’odore della crema solare e la sabbia tra le dita dei piedi. Mi piazzo all’ombra ad aspettare il treno che da Cesenatico andrà a Rimini per poi dirigersi a sud seguendo la costa. Anche stavolta mi aggiudico un posto vicino al finestrino. Mi prendo un piccolo spavento quando all’improvviso il treno si ferma in mezzo al nulla, ma subito arriva un annuncio rassicurante: siamo in attesa del via libera per proseguire perché siamo addirittura in anticipo!

A questo punto devo spendere due parole anche sull’impeccabile pulizia dei vagoni. Mi è perfino capitato di vedere un addetto, armato di paletta e scopettino, inginocchiarsi nel corridoio centrale per togliere qualche briciola. Cose da pazzi.

Con i suoi villini e i suoi palazzi liberty Cesenatico, oltre all’allegro viavai dei bagnanti, offre anche un’atmosfera d’epoca. Ma molte delle località balneari che s’incontrano proseguendo verso sud risalgono al dopoguerra, come testimoniano i palazzi finto-veneziani, i campeggi e le file di bungalow tra i binari e il mare. Le cittadine storiche dell’entroterra, invece, si intravedono appena. Riesco a scorgere Loreto, che torreggia suggestiva su una collina. Poi il treno passa accanto a un vivaio pieno di minuscole palme.

Passerò la notte a Giulianova, in Abruzzo, più o meno all’altezza di Roma. Il lungomare è tirato a lucido e sembra prolungarsi all’infinito. Dalla spiaggia si vede il massiccio del Gran Sasso.

La serata non offre nulla di straordinario, a parte la bellissima luce del tramonto e le olive fritte all’ascolana.

La filosofia di oggi è la stessa di ieri: niente stress. Ma fuori stagione, cioè in un qualsiasi periodo che non sia compreso tra metà giugno e settembre, in posti come Giulianova l’atmosfera è piuttosto malinconica: le spiagge vuote incidono sull’umore e alla fine andarmene non mi pesa affatto. La costa che scorre davanti al finestrino del treno tutt’a un tratto cambia aspetto: arrivano spiagge strette e selvagge, costeggiate da magnifici pini.

Missione compiuta

All’ora di pranzo scendo a Termoli, in Molise, una tappa scelta un po’ per caso e un po’ per necessità, visto che è qui che si cambia treno. Dopo Ferrara ho scoperto che esistono delle app per trovare i depositi bagagli, spesso allestiti in piccoli negozi. Ma in realtà basta chiedere: in stazione mi indicano il bar davanti alle poste e cinque minuti dopo lascio la valigia alla signora al bancone.

Per esplorare il centro, il castello, il belvedere, le strade vuote e la bella spiaggia cittadina non mi ci vuole molto. L’impressione è che qui i turisti n0n siano comunissimi. E va più che bene così. 

Lasciata Termoli, dal finestrino guardo scorrere campi, boschi e pale eoliche. Sull’app di Trenitalia – molto pratica e disponibile anche in tedesco – la puntualità è data talmente per scontata che il tragitto e i cambi sono calcolati quasi al minuto. Ma adesso lo schermo segna nove minuti di ritardo. Evidentemente è un’allucinazione: il problema in realtà non esiste e il treno entra nella stazione di Foggia con due minuti d’anticipo. Poco dopo sono a bordo del regionale per Bari. Prossima tappa: Trani.

Questa città è la mia prima vera scoperta: facciate con balconi riccamente decorati, stradine pittoresche, il bianco abbagliante della Puglia e il tramonto che fa brillare la baia del porto come un vetro turchese che si fa via via più scuro. Anche quando diventa buio le viuzze eleganti mantengono un’atmosfera piacevole.

Sarebbe bello poter rimanere, ma entro oggi voglio raggiungere il tacco dello Stivale. Dopo aver fatto colazione, il tempo mi basta appena per una passeggiata al porto. Passo per la meravigliosa cattedrale romanica e per l’ombreggiata villa comunale, dove regna un silenzio assoluto interrotto solo dal cinguettio degli uccellini.

Poi me ne torno in stazione. E mi siedo sui soliti sedili di un regionale silenzioso: fuori solo campi e uliveti e qualche trullo. Per l’ora di pranzo siamo di nuovo nel regno del turismo. Monopoli è una cittadina allegra e piena di gente, si sente parlare inglese e francese, in sottofondo la musica lounge che arriva dalle terrazze dei bar.

Infine, l’ultima tappa. I campi dietro ai binari sono invasi da papaveri ed enormi fichi d’india.

Sarà l’effetto ipnotico dei martelli pneumatici al lavoro, ma al momento di cambiare treno alla stazione di Lecce (che presto sarà totalmente rinnovata) mi distraggo e al controllo successivo emerge il vero difetto dell’app di Trenitalia: le tratte servite da altri gestori, non comprese nella promozione, non sono facilmente individuabili. Per la prima volta il mio qr-code risulta non valido. “Va bene, non si preoccupi, torno tra un po’ con il biglietto giusto”, mi dice il controllore, che poi però non si fa più vedere. Quindi scendo senza aver pagato il biglietto né la multa. Alla stazione di Maglie mi procuro il biglietto giusto per proseguire, al costo di 1,80 euro. I chilometri finali li percorro a bordo di un pullman sostitutivo. E anche questo è puntualissimo, ovviamente.

A Otranto mi basta una breve discesa verso il centro: al tramonto sono seduta in un bar del porto con il mio Negroni, proprio come avevo progettato.

È davvero la ciliegina sulla torta. Dicono che nelle giornate terse, al di là delle distese di sabbia bianca e di acqua turchese, si riesca a scorgere la costa dell’Albania.

Con il castello aragonese, i locali panoramici e le boutique, Otranto è un piccolo universo luminoso e monocromatico: qui perfino le farfalle sono in bianco e nero, così come gli abiti eleganti della gente del posto.

Dalle città d’arte color ruggine del Veneto e dell’Emilia-Romagna, passando per le località balneari color pastello dell’Adriatico centrale, fino all’abbagliante bianco della Puglia, tutto in cinque giorni, senza mai dover correre per prendere una coincidenza, senza mai sbagliare treno né rimanere bloccata in stazione. Ha funzionato! Mi sono divertita moltissimo. Questo viaggio mi sarà sicuramente d’ispirazione per quelli futuri. ◆ sk

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Questo articolo è uscito sul numero 1679 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati