A Jack Ma, il fondatore del colosso cinese del commercio online Alibaba, piace sognare in grande. Quando nel 2004 la sua azienda preparava il lancio di Alipay – all’epoca un goffo sistema di pagamenti online – disse ai colleghi che “un giorno sarebbe potuta diventare la più grande banca della Cina”. All’inizio di novembre quel sogno stava per diventare realtà. Poi però Pechino ha sospeso all’ultimo momento la quotazione in borsa della Ant, un’azienda finanziaria che si è sviluppata intorno ad Alipay. Gli investitori avevano attribuito alla Ant un valore di almeno 316 miliardi di dollari, nettamente superiore a quello delle maggiori banche cinesi.
La sospensione di un collocamento in borsa che avrebbe fruttato 37 miliardi di dollari – il più grande della storia – appare come un autogol per la Cina. Il debutto della Ant a Hong Kong e Shanghai doveva essere il coronamento di un campione nazionale della tecnologia finanziaria e avrebbe dimostrato che la Cina non ha più bisogno dei mercati statunitensi per finanziare le sue aziende globali. L’operazione avrebbe avuto anche un risvolto geopolitico, rafforzando l’immagine della Cina come superpotenza tecnologica che strappa l’iniziativa agli Stati Uniti. Il 2 novembre, però, Ma e alcuni alti dirigenti sono stati convocati dalla banca centrale cinese e da altre tre autorità di controllo per una lavata di testa. Secondo gli esperti, Pechino ha fatto naufragare il collocamento in borsa soprattutto sulla base di considerazioni di potere. Jack Ma sarà anche uno dei cinesi più ricchi, hanno spiegato, ma le pungenti critiche rivolte a ottobre al governo in un discorso pubblico sono state ritenute inaccettabili. “Il partito comunista sta reagendo. Non permette agli imprenditori di uscire dal seminato”, afferma Duncan Clark, esperto del settore internet cinese. Le accuse rivolte a Ma e il contesto in cui sono state formulate dicono molto della natura di un regime sempre più autoritario e della sua determinazione a sostenere il sistema finanziario di fronte alla crescente rivalità con gli Stati Uniti. In un discorso tenuto il 24 ottobre Ma ha accusato le grandi banche cinesi, la maggior parte delle quali è pubblica, di avere una “mentalità da banco dei pegni” che richiede garanzie e assicurazioni per fare credito. Ha affermato che la seconda economia mondiale ha bisogno di aziende nuove e coraggiose che possano fare credito a chi è a corto di garanzie, aggiungendo che le aziende innovative spesso sono snobbate dai gruppi finanziari cinesi. In quel momento pochi avevano capito che Ma era in trattative con le autorità sulle regole con cui Pechino intendeva imbrigliare il settore della tecnofinanza in piena esplosione, suggeriscono diverse persone bene informate dei fatti.
La logica del governo è se non ti capisco e non ti controllo, non ti permetto di crescere
Un punto controverso riguarda la quantità di capitale che le aziende della tecnofinanza devono iscrivere a bilancio come garanzia dei prestiti che concedono. Secondo Oliver Rui, docente alla China Europe international business school, prima alla Ant sarebbe bastato un capitale di tre miliardi di yuan (circa 450 milioni di dollari) per concedere prestiti pari a 300 miliardi di yuan. In base alle nuove regole, invece, le aziende come la Ant dovranno finanziare direttamente almeno il 30 per cento dei prestiti, non più il 2 per cento. “Per la Ant questo significa che deve trovare più o meno altri 20 miliardi di dollari in riserve di capitale per sostenere il suo attuale portafoglio di prestiti”, spiega un finanziere cinese che ha chiesto di restare anonimo. “Se pensiamo che il collocamento di parte del capitale sociale avrebbe permesso di raccogliere circa 37 miliardi di dollari, si capisce che i soldi in ballo sono davvero tanti. Non c’è da stupirsi che Ma fosse così agitato”.
La questione è cruciale per la sostenibilità della Ant, un’azienda che ha sconvolto un sistema finanziario dominato dalle banche di stato. La Ant è nata come azienda specializzata nei pagamenti, ma negli ultimi anni ha esteso la sua attività a molti altri segmenti redditizi del settore finanziario, in passato dominati da banche pubbliche come la Icbc e la China Construction Bank. La maggior parte delle sue entrate arriva dal credito: ha concesso 1.800 miliardi di yuan (272 miliardi di dollari) in piccoli prestiti a 500 milioni di clienti. La Ant offre a chiunque abbia un cellulare un modo facile per pagare e investire i risparmi senza rivolgersi a una banca tradizionale. Domina il settore dei pagamenti via cellulare in Cina grazie ad Alipay, che ogni mese connette più di 700 milioni di utenti con più di 80 milioni di commercianti. Nell’ultimo anno ha gestito pagamenti per 17mila miliardi di dollari, circa 24 volte il volume registrato da PayPal.
Tuttavia la questione delle regole non basta da sola a spiegare la sospensione del collocamento in borsa. In casi normali, affermano i banchieri cinesi, le autorità si sarebbero consultate con le principali aziende del settore e, una volta raggiunto un consenso, avrebbero annunciato le nuove regole. In questo modo si sarebbero ridotte al minimo le ripercussioni sui mercati. L’intervento di Ma ha cambiato tutto. “Il suo discorso suggerisce una sfida aperta alle autorità di controllo, una cosa assolutamente inaccettabile”, afferma un dirigente di un’importante banca pubblica cinese. “Questo ha spinto le autorità ad annunciare subito le nuove regole. La logica di Pechino è ‘se non ti capisco e non ti controllo, non ti permetto di crescere’”. Secondo Chen Zhiwu, professore di finanza all’università di Hong Kong, “le autorità di controllo avevano approvato il collocamento prima del discorso di Jack Ma. La necessità di mettere ordine nella tecnofinanza non era una questione prioritaria per le autorità. Dopo quel discorso, però, tutto è cambiato. L’agenzia di stampa Xinhua ha attaccato apertamente l’imprenditore”.
Le autorità di vigilanza hanno espresso preoccupazioni anche per il controllo che la Ant esercita sui dati dei clienti. Guo Wuping, alto funzionario della commissione sulle banche e le assicurazioni della Cina, ha dichiarato che “le aziende di tecnologia finanziaria abusano della loro posizione dominante”, sottolineando che dovrebbero usare i dati a vantaggio delle persone, non per fare solo i loro interessi.
Il 4 novembre la linea ufficiale cinese era che la sospensione del collocamento era stata una misura necessaria. Wan Wenbin, portavoce del ministro degli esteri cinese, ha detto che bisognava “garantire la stabilità dei mercati azionari e proteggere gli interessi degli investitori”. Ma cosa succederà ora? Diversi esperti ritengono improbabile che il collocamento sarà annullato, tenuto conto del valore dell’operazione e delle aspettative che ha generato. Lo scenario più plausibile è che Ma e gli altri dirigenti della Ant saranno rimessi in riga e obbligati a fare dichiarazioni pubbliche di pentimento. In ogni caso potrebbero volerci mesi prima che la Ant si adegui alle nuove regole. Quando lo avrà fatto, trovando i soldi per rafforzare il suo capitale, i margini di profitto potrebbero essersi ridotti, e a quel punto la sua valutazione in borsa sarebbe molto diversa. Secondo Brock Silvers, del fondo d’investimenti Kaiyuan Capital, “è comunque improbabile che le prospettive dell’azienda vengano danneggiate in modo significativo”.
Basso profilo
Il caso della Ant è una lezione per chi vuole investire in Cina e in generale per chi cerca di capire la natura mutevole della superpotenza asiatica. “In questo momento se un uomo d’affari fa soldi, abbassa la testa e cerca di non attirare l’attenzione, va tutto bene”, spiega Chen Zhiwu. “Jack Ma ha alzato un po’ troppo la testa e ne ha subìto le conseguenze”.
Quest’interpretazione dà l’idea dell’aria che si respira oggi in Cina. Xi si è impegnato sempre di più a rafforzare il potere del Partito comunista, spesso a scapito del settore privato. A novembre Pechino ha lanciato un appello per rendere le aziende di stato “più forti, migliori e più grandi”. Inoltre le autorità hanno raccomandato una migliore educazione ideologica per chi lavora nel privato, più impegno a rafforzare il partito nelle aziende private e una maggiore partecipazione dei privati alle strategie nazionali. “Il messaggio è chiaro”, dicono Anna Holzmann e Caroline Meinhardt, analiste del centro studi Merics. “Nella Cina di Xi il partito ha la precedenza su tutto”.
Si preannuncia uno scontro culturale che non promette niente di buono per imprenditori come Jack Ma o aziende come la Ant, che scuotono l’ordine economico. “Questo collocamento era pieno di messaggi simbolici”, sostiene Jeffrey Towson, professore della Peking university Guanghua school of management. “Doveva essere il debutto in borsa più ricco del mondo. L’azienda sarebbe stata quotata solo in Cina, era molto innovativa e senza paragoni in occidente. Eppure è stata fermata a pochi giorni dal suo lancio”. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1384 di Internazionale, a pagina 114. Compra questo numero | Abbonati