Le notizie, le dichiarazioni politiche e le proteste che si sono susseguite dopo la decisione del presidente Donald Trump di spostare l’ambasciata statunitense a Gerusalemme suonano un po’ fuori luogo. Come abitante di Gerusalemme non provo la genuina collera che di solito si prova di fronte a tutto questo.
In vista dell’annuncio di Trump, i mezzi d’informazione hanno profetizzato disordini, sangue, una nuova instabilità regionale e perfino una guerra. I leader politici di tutto il mondo hanno espresso lo stesso sentimento e si sono opposti alla decisione di Trump, avvertendo che “avrebbe gettato la regione in una nuova crisi senza fine”. L’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), seguita da molte fazioni palestinesi, ha annunciato alcune “giornate della collera”.
A noi che viviamo a Gerusalemme questa rabbia è sembrata creata artificialmente dall’alto. Tutti prevedono che la situazione a Gerusalemme peggiorerà. Come se fino a ieri tutto andasse bene. Mi fa pensare che siano inconsapevoli della violenta realtà che gli abitanti devono affrontare ogni giorno in una città che, da molto tempo ormai, Israele ha deciso unilateralmente di trattare come la sua capitale.
I palestinesi di Gerusalemme stanno soffocando, ed è per questo che la maggior parte di loro non condivide l’angoscia di molti osservatori esterni. Viviamo in uno stato di violenza sistematica e istituzionalizzata, in cui le nostre scuole sono prese di mira con gas lacrimogeni, i bambini arrestati, le case demolite, i quartieri trascurati, la cultura soppressa e i “permessi di residenza” confiscati in qualsiasi momento dalle autorità d’occupazione israeliane.
Nel luglio del 2017, quando le autorità israeliane hanno cercato d’imporre delle umilianti misure di sicurezza all’ingresso della moschea Al Aqsa, i palestinesi si sono uniti per manifestare, organizzandosi dal basso. La forza di queste proteste veniva dalle comunità, che rifiutavano di farsi strumentalizzare dalle autorità politiche o religiose.
Leader nel panico
Oggi invece al cuore di questa rabbia alimentata artificialmente c’è un’Anp nel panico, che vede il suo fragile potere sgretolarsi. Con il suo annuncio Trump sta mostrando il “processo di pace” per quel che è: una farsa.
Nella storia moderna della Palestina nessuna leadership è stata più disposta a fare compromessi pur di ottenere una qualche forma di stato indipendente di quella guidata da Abu Mazen. Nonostante la mancanza di collaborazione, l’ostinazione e la continua violazione del diritto internazionale da parte del governo israeliano, il mito del “processo di pace” è sopravvissuto, proprio grazie ai dirigenti palestinesi.
Quando il processo di pace fallirà, l’Anp perderà la sua ragione di esistere, creando il panico e svelando la natura artificiale dell’attuale ondata di “collera”. Noi palestinesi abbiamo scommesso su un solo cavallo, gli Stati Uniti, nonostante tutti i segni che ci spingevano a non farlo. È stata una scommessa miope della leadership politica, e sta andando in fumo con l’amministrazione Trump.
Donald Trump è un uomo instabile e non è all’altezza di guidare un processo così importante. Lo dimostrano le strette relazioni tra Trump e il suo sostenitore miliardario Sheldon Adelson, e l’avvicinamento tra Jared Kushner e il donatore del Partito democratico Haim Saban, che condividono una visione simile nei confronti d’Israele. Durante una visita a Betlemme a maggio, Trump avrebbe gridato ad Abu Mazen: “Mi hai ingannato a Washington! Mi avevi detto che eri impegnato per la pace, ma gli israeliani mi hanno mostrato il tuo ruolo nell’incitamento all’odio [verso Israele]”. Così i palestinesi hanno capito quanto Trump possa essere manipolato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Alternative problematiche
Durante le proteste di luglio ho visto persone di ogni tipo – musulmani praticanti, non praticanti e cristiani – manifestare attivamente e spontaneamente contro la chiusura della moschea Al Aqsa. C’era uno straordinario sentimento di unità tra gli abitanti di Gerusalemme, e la rabbia suonava reale, onesta e piena di vita. Oggi fatico a vedere lo stesso spirito nelle strade. Gli affrettati inviti dei leader palestinesi alla collera, alle proteste e all’intifada non convincono. Molti ci vedono un tentativo per coprire i fallimenti dell’Anp, allungarne la vita e creare una qualche forma di legittimità che ne giustifichi la sopravvivenza.
Se ancora si volesse una soluzione a due stati in Palestina, un fermo e globale riconoscimento di uno stato palestinese entro i confini del 1967 e con Gerusalemme Est come capitale potrebbe essere l’ancora di salvezza per l’Anp. Se questo non succederà, le altre due opzioni sarebbero entrambe problematiche.
Una sarebbe accettare lo status quo, con i palestinesi che continuerebbero a soffocare, a soffrire e a morire senza speranza di cambiamenti significativi. L’altra sarebbe che l’Anp si dichiari superata e inappropriata, lasciando agli occupanti israeliani tutta la responsabilità nei confronti della popolazione palestinese, in conformità con il diritto internazionale.
Stiamo cavalcando questa “ondata di collera” come se fossimo ciechi, cercando una qualsiasi luce che rischiari questa oscura traversata. Per troppo tempo ci siamo aggrappati anche al più piccolo appiglio, abbiamo guardato solo gli aspetti positivi e abbiamo sperato. Oggi non sappiamo cosa succederà. Siamo spaventati e stiamo velocemente perdendo la speranza. ◆ ff
Jalal Abukhater è uno studente palestinese di relazioni internazionali che vive a Gerusalemme. Collabora con diversi siti, tra cui Electronic Intifada e +972 Magazine.
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Questo articolo è uscito sul numero 1235 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati