Se l’Italia fosse una normale democrazia non ci sarebbe bisogno di Radio Radicale. Lo ripetono da mesi i sostenitori dell’emittente. Altrimenti perché bisognerebbe trasmettere le sedute di oscure commissioni parlamentari, le registrazioni integrali dei discorsi pronunciati durante i congressi dei piccoli partiti o i più importanti processi dai vari tribunali italiani? Di sicuro non ci sarebbe bisogno di un simile sforzo di trasparenza se i principali mezzi d’informazione italiani fornissero agli elettori tutto ciò di cui hanno bisogno per votare in modo consapevole.

Gli appelli per salvare Radio Radicale dai tagli alla spesa pubblica fanno leva sul fatto che il Partito radicale e la sua emittente, schietta e libertaria, non hanno mai creduto al mito della normalità della democrazia italiana. A torto o a ragione, la piccola squadra di conduttori, che ha accumulato un archivio online di mezzo milione di registrazioni, ripete agli ascoltatori che l’informazione senza filtri è l’unica forma di resistenza pacifica allo stato di illegalità in cui si trovano gli italiani. Solo questo tipo d’informazione, dicono, è libero dalle manipolazioni politiche e dall’influenza di interessi nascosti. La battaglia per la trasparenza è l’unica speranza della democrazia.

Per quanto riguarda i principali mezzi d’informazione italiani – dalla “balcanizzata” Rai ai quotidiani, raramente indipendenti – Radio Radicale li considera semplici testi da studiare per scoprire le trame in atto nelle stanze del potere. Scriveva Leonardo Sciascia, scrittore e deputato radicale all’inizio degli anni ottanta: “I giornali mi si parano davanti come un sipario. Più esattamente come un velario, poiché qualcosa di quel che si muove dietro, degli oggetti che ci stanno, della scena che si prepara, la lasciano intravedere. Solo che ci vuole un occhio abituato, un occhio allenato”. Quando si tratta di cogliere e interpretare i segni, i conduttori di Radio Radicale sono maestri di semiotica.

Eppure è molto probabile che l’avventura della radio, dopo 44 anni, si concluderà alla fine di questo mese. L’attuale governo populista, e in particolare il Movimento 5 stelle, non ha mai nascosto il suo disprezzo per Radio Radicale e per l’orientamento politico del partito che la gestisce. Il governo ha fatto sapere che la convenzione che la radio ha con lo stato, che prevede un finanziamento in cambio della trasmissione delle sedute parlamentari, non sarà rinnovata alla sua scadenza a giugno.

Servizio pubblico

In una società in cui la principale divisione politica non è più tra sinistra e destra, ma tra garantisti e giustizialisti, i radicali e l’attuale governo sono destinati a scontrarsi. Nell’Italia di oggi il garantismo rappresenta la fiducia nello stato di diritto e nella presunzione d’innocenza, mentre il giustizialismo è un credo populista secondo cui le condanne di criminali non sono mai abbastanza e il lavoro dei magistrati è influenzato da forze politiche corrotte. Sul tema della giustizia i radicali hanno sempre mantenuto una posizione fortemente garantista, criticando quella che chiamano politicizzazione della magistratura e la lunga tradizione italiana di cattiva amministrazione della giustizia. La tesi del Partito radicale, spesso sconosciuta agli osservatori stranieri, è che la vera tragedia dell’Italia non è il numero di colpevoli in libertà, ma il numero di innocenti dietro le sbarre.

La capacità d’analisi di Bordin serviva a fare chiarezza sugli intrighi della politica

Questa interpretazione della società italiana e sempre stata un ostacolo per il successo del partito e spesso si è tradotta in una programmazione poco allettante. Lo stesso si può dire per l’impegno di Radio Radicale a trasmettere ogni discorso pronunciato ai congressi di partito, anche di forze politiche che non avevano nulla da spartire con l’orientamento laico, liberale e liberista dei radicali. Nelle ultime settimane anche i più ostinati critici della radio hanno ammesso che l’ossessivo e irremovibile impegno di Radio Radicale per la trasparenza è stato un importante servizio pubblico per l’Italia.

Quando si parla di servizio pubblico, niente illustra la missione dei radicali meglio di Radio carcere, una rubrica di Radio Radicale unica nel suo genere in Italia, che dà voce ai detenuti, i cui diritti umani sono sistematicamente violati, a causa del sovraffollamento carcerario e della mancanza di fondi per le strutture penitenziarie. Un programma che sottolinea come lo stato abbia trascurato il suo dovere di garantire condizioni di vita accettabili ai detenuti non può certo avere il sostegno di un governo eletto con la promessa di usare il pugno di ferro contro il crimine. A Radio Radicale va riconosciuto il merito di non aver mai fatto un passo indietro. Il programma è diventato un punto di riferimento per i detenuti e le loro famiglie nella loro lotta per la giustizia o, per dirla come i radicali, nella loro lotta per la legalità. Nell’ambito di questa campagna, i radicali si sono occupati dell’articolo 41 bis, una norma dell’ordinamento penitenziario sul regime carcerario duro imposto ai detenuti condannati per reati di mafia, terrorismo e altri reati gravi. Ogni organizzazione per la difesa dei diritti umani che si è occupata del 41 bis, dalla Convenzione europea per i diritti umani ad Amnesty international al Consiglio d’Europa, ha criticato duramente la norma, che supera il limite tra punizione e tortura.

Secondo Radio Radicale il trattamento disumano riservato dallo stato italiano ai detenuti e le leggi dalla dubbia costituzionalità, come quella che riguarda il 41 bis, evidenziano una profonda mancanza di rispetto dei diritti individuali, un concetto molto caro ai liberali europei. I radicali sostengono che le punizioni inflitte ai detenuti facciano parte del circolo vizioso d’illegalità che permette al crimine di prosperare.

La voce di Massimo Bordin

Nell’ultimo decennio la mia esperienza con Radio Radicale è stata legata soprattutto all’amata rubrica di Stampa e regime. Per anni, ogni mattina, il conduttore del programma, Massimo Bordin, ha condotto una rassegna della stampa italiana in cui in un’ora sottolineava i punti in comune tra i vari articoli e in cui ricordava ai lettori chi controllava i giornali in questione. Spesso gli stranieri restano a bocca aperta quando scoprono che il principale quotidiano economico del paese, il Sole 24 Ore, è di proprietà della Confindustria, i cui esponenti sono anche al centro degli articoli del giornale. Ma almeno nel caso del Sole 24 Ore il conflitto d’interessi è evidente. Lo stesso non si può dire di altre testate, dove gli interessi economici e politici restano nascosti. Stampa e regime si distingue proprio per l’analisi di queste dinamiche di potere.

Da sapere
Quarant’anni di radio

◆ Tra il 1975 e il 1976 nasce Radio Radicale. L’obiettivo è dimostrare che si può realizzare un servizio informativo d’interesse pubblico, alternativo a quello dalla Rai. La radio manda in onda integralmente e senza mediazione giornalistica i lavori parlamentari, gli eventi istituzionali, i congressi dei partiti e i processi. Per prima in Italia trasmette la rassegna stampa e il filo diretto con gli ascoltatori.

◆ Nel 1979 nasce l’archivio della radio, che contiene le registrazioni raccolte dal primo minuto di messa in onda.

◆ Nell’estate del 1986 la radio interrompe la programmazione perché i costi di gestione sono troppo alti. Vengono mandate in onda le migliaia di telefonate che arrivano ai suoi centralini, un’iniziativa che fu chiamata Radio parolaccia (replicata nel 1990 e nel 1993). Il 14 agosto il sostituto procuratore Pietro Saviotti fa sequestrare gli impianti di registrazione, ipotizzando i reati di vilipendio delle istituzioni e apologia del fascismo. Due mesi dopo il parlamento estende a Radio Radicale i finanziamenti pubblici all’editoria di partito.

◆ Nel 1994 Radio Radicale firma per la prima volta la convenzione con lo stato per la trasmissione delle sedute parlamentari.

◆ Nel 1998 nasce il sito di Radio Radicale, da dove è possibile seguire le sedute del parlamento europeo, della corte dei conti, del consiglio superiore della magistratura e di altre istituzioni. Radioradicale.it, radicali.it


La voce di Bordin non era esattamente attraente. Nonostante il suo cognome tipico dell’Italia del nordest, il conduttore parlava con un marcato accento romano, tossendo in continuazione. Si diceva che Bordin fumasse tre pacchetti di sigarette al giorno, in puro stile radicale. Sulle riunioni di partito trasmesse in streaming aleggiava immancabilmente una nuvola di fumo. Seguendo la consuetudine del giornalismo italiano di non ripetere mai lo stesso nome all’interno di una frase, Bordin si riferiva al Corriere della Sera con l’espressione “il quotidiano di via Solferino”, l’indirizzo della sede milanese del giornale. La Repubblica diventava “il giornale fondato da Eugenio Scalfari”, mentre La Stampa di Torino era “il quotidiano pubblicato da Fiat Chrysler”. In un paese in cui i personaggi pubblici e in particolare giornalisti si tengono alla larga dall’umorismo per non sembrare superficiali, Bordin era spiritoso e coinvolgente. Citava spesso la sua mancanza di titoli accademici, ma aveva una conoscenza enciclopedica della storia italiana del dopoguerra, con tutti i suoi intrighi e i compromessi politici. Quando gli intellettuali italiani usavano la loro superiorità culturale per disorientare e confondere, la conoscenza e la capacità d’analisi di Bordin servivano a fare chiarezza sugli intrighi della politica. In qualsiasi angolo del mondo mi trovassi, da Melbourne alle strade del paese d’origine di mio padre in Toscana, la voce di Bordin era sempre nelle mie cuffie e mi guidava nella foresta nera della politica italiana, tra un colpo di tosse e un borbottio.

Fino all’ultimo giorno Bordin non ha mai ceduto alla narrativa popolare secondo cui il malgoverno è insito nella società italiana o la storia del paese condanna le istituzioni a non uscire mai dallo stato di illegalità in cui operano. La posizione dei radicali, semplice al limite del semplicismo, era che c’è sempre una soluzione a portata di mano, basata sull’integrità personale, l’impegno politico e il rispetto meticoloso dello stato di diritto. Tutto il resto, per usare un termine francese tanto caro a Bordin, è solo un escamotage, uno stratagemma, un sotterfugio.

Un archivio imponente

Bordin è morto ad aprile di quest’anno, a 67 anni, e la sua morte è sembrata un punto d’arrivo. L’esperimento di Radio Radicale, nata nel 1975, è durato più di quanto chiunque si aspettasse. Ho detto addio a Bordin e anche al mio rituale quotidiano, lasciando che i podcast di Stampa e regime si accumulassero inascoltati nel mio telefono.

Da sapere
Convenzioni e contributi

◆ Nel 1994 Radio Radicale è stata la prima emittente, e finora l’unica, ad aggiudicarsi, con un bando di gara, la convenzione per la trasmissione delle sedute parlamentari. Da allora la convenzione è sempre stata rinnovata. Fino al 2018 Radio Radicale riceveva dallo stato 10 milioni di euro come corrispettivo per la convenzione con il ministero dello sviluppo economico e 4 milioni di euro come contributo per l’editoria. Radio Radicale riceve i contributi per l’editoria perché è stata riconosciuta come “impresa radiofonica privata che ha svolto attività di interesse generale” ai sensi della legge 230 del 7 agosto 1990. La legge di bilancio 2019 ha rinnovato per un solo semestre la convenzione per la trasmissione delle sedute parlamentari, che scadrà il 20 maggio 2019, stanziando solo 5 milioni di euro. In assenza di ulteriori provvedimenti, alla scadenza del semestre Radio Radicale non avrà più risorse per proseguire le sue attività. La stessa legge ha previsto anche l’eliminazione del contributo per l’editoria, a partire dal 1 gennaio 2020.

Radioradicale.it


La nemesi di Radio Radicale, il quotidiano giustizialista Il Fatto quotidiano, non ha mollato la presa nemmeno nel momento in cui l’emittente aveva perso uno dei suoi conduttori più amati. In un feroce commento intitolato “Liberisti coi soldi altrui”, il direttore del quotidiano, Marco Travaglio, ha colpito i sostenitori della radio dove fa più male. “Uffa, che barba, che noia. I radicali e i loro seguaci, anche strumentalizzando la scomparsa del nostro carissimo nemico Massimo Bordin, hanno ricominciato a piangere”, ha scritto Travaglio. “Sempre lì a lacrimare contro il ‘regime, di cui fanno parte integrante da cinquant’anni. Non chiedono mai per favore: pretendono, anzi esigono, come se tutto fosse loro dovuto, dalle amnistie alle svuota-carceri ai soldi per Radio Radicale. E, quel che è bizzarro per dei soi-disant ‘liberisti e libertari’, lo esigono dallo stato ‘illiberale e partitocratico’ contro cui si scagliano dalla notte dei tempi”.

In realtà Radio Radicale chiede da anni che il governo faccia un bando di gara per stabilire con quale radio lo stato deve stipulare la convenzione, in modo da poter concorrere in quel mercato libero in cui i radicali credono con passione. Nel corso degli anni il partito ha ripetutamente chiesto anche la privatizzazione della Rai, mastodontica emittente statale dilaniata da lotte interne. In ogni caso è sempre stato difficile presentarsi come liberisti-liberali dovendo dipendere da un contratto con lo stato per sopravvivere. La dura realtà per i liberisti italiani, incluso il Partito radicale (e le sue propaggini, tra cui il recente +Europa) è che nessuno li ama. Le loro campagne progressiste li hanno allontanati dai conservatori, il loro credo nel libero mercato e il sostegno a Israele li hanno spinti in rotta di collisione con buona parte della sinistra e il loro laicismo militante li ha portati a scontrarsi con la chiesa cattolica, un’istituzione di cui Radio Radicale si è occupata scrupolosamente e senza alcuna riverenza.

Per quanto riguarda il rapporto dei radicali con i partiti populisti, lasciando da parte il garantismo, basta la loro posizione a favore dell’Unione europea per renderli incompatibili con il nuovo governo italiano. Quando sono stati eletti al parlamento europeo i radicali sono stati gli unici deputati italiani a entrare nell’Alleanza dei liberali e dei democratici, insieme a politici di paesi con tradizioni liberali molto più radicate come i Paesi Bassi, il Belgio e gli stati baltici. In Italia, invece, i radicali non hanno alleati.

Questo isolamento, nonostante il valore democratico della campagna per la trasparenza condotta da Radio Radicale, ha sempre rappresentato un ostacolo al finanziamento pubblico dell’emittente. Di contro, qualsiasi finanziamento privato – attraverso una sponsorizzazione o la pubblicità – avrebbe accomunato Radio Radicale alle altre testate italiane, con una posizione editoriale compromessa dall’ingerenza dei finanziatori. L’unica soluzione alternativa sarebbe quella di affidarsi alle donazioni e al contributo degli ascoltatori, un po’ come fa la National Public Radio negli Stati Uniti, ma i radicali non sembrano inclini a percorrere questa strada, nonostante la loro lunga storia di attività sul campo, a partire dal referendum del 1974 sul divorzio. Per gli ascoltatori come me non c’è mai stato un modo di donare direttamente a Radio Radicale e non al Partito radicale.

Per come stanno le cose, Radio Radicale sembra ormai sul punto di scomparire, portando con sé un archivio online che racconta quarant’anni di impegno zelante per la trasparenza. Di sicuro i radicali troveranno il modo di ricompattarsi e garantire che la verità venga sempre a galla, ma lo faranno senza Massimo Bordin, la cui lotta quotidiana per intravedere cosa si nasconde dietro le quinte non dev’essere dimenticata. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1306 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati