Una delle merci più ricercate del momento è al centro di un enorme stravolgimento. Non sto parlando del petrolio e dello stretto di Hormuz, ma la cosa è ancora più grave: l’impatto sulle forniture e sui prezzi è molto più pesante. La produzione globale di questa merce è crollata del 40 per cento rispetto al 2025 e il suo prezzo è aumentato dell’80 per cento. Si tratta dell’umile acciuga. L’importanza di questo pesciolino per l’economia va ben al di là dei desideri dei buongustai. Le acciughe sono l’ingrediente principale della farina di pesce e, in caso di carenza, ne risentirà la produzione globale di salmoni, spigole, gamberetti, ostriche e altri prodotti ittici, con una conseguente ricaduta sui prezzi nei supermercati.

Il Perù è il leader mondiale delle acciughe. Il suo pescato annuo, dopo l’essiccamento e la macinatura, copre il 20 per cento dell’offerta mondiale di farina di pesce. Se aggiungiamo l’Ecuador e il Cile si arriva quasi un terzo. Ed è qui che sorge il problema. L’anchoveta, o Engraulis ringens, la specie sudamericana dell’acciuga, ha un ciclo vitale relativamente breve: la sua popolazione può aumentare e diminuire nettamente in base alle variabili ambientali. Quella più importante è El Niño, l’evento climatico che riscalda regolarmente le acque dell’oceano Pacifico vicine all’Equatore, riducendo la quantità di sostanze nutritive e, di conseguenza, di pesce. Il fenomeno si ripete con cicli che durano dai tre ai cinque anni e fa diminuire la produzione di farina di pesce. Il problema è che El Niño del 2026 è uno dei più forti della storia moderna, con un effetto distruttivo sulla pesca delle acciughe.

A metà maggio il Perù ha imposto un divieto di quindici giorni per la pesca di acciughe. La moratoria è stata successivamente estesa al 10 giugno. Poi è arrivato uno stop a tempo indeterminato. L’anchoveta rappresenta la specie più pescata al mondo. Il divieto ha innescato un crollo marcato nella produzione di farina di pesce, che secondo le aziende del settore si attesta tra il 30 e il 40 per cento. Dal momento che la domanda invece resta molto alta, il costo della farina all’ingrosso è quasi raddoppiato, raggiungendo i 2.990 dollari per tonnellata alla fine di giugno. Il settore dell’acquacoltura risponderà riducendo la produzione e l’anno prossimo si registrerà un aumento del costo del pesce e dei frutti di mare provenienti dall’allevamento.

Crescita dei consumi

Un tempo questo sarebbe stato un problema per i paesi ricchi, ma le cose non stanno più così. Tra il 1997 e il 1998, l’ultima volta in cui il mondo ha fatto i conti con una forte carenza di farina di pesce, il settore dell’acquacoltura costituiva meno di un quarto dell’offerta globale di pesce; oggi più della metà del pesce e dei frutti di mare consumati arriva da allevamenti che richiedono enormi quantità di farine di pesce. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), il consumo di pesce pro capite è a sua volta aumentato, raggiungendo nel 2024 i 21,3 chili all’anno rispetto ai 14,3 chili degli anni novanta.

Il problema probabilmente si aggraverà per poi migliorare: di solito El Niño raggiunge il picco verso la fine dell’anno e quindi la pesca di anchoveta e la produzione di farina di pesce sono destinate a diminuire ancora. Se l’allarme nel settore dovesse essere confermato, i prezzi del salmone arriveranno a cifre record entro il 2027. La crescita dell’acquacoltura lo ha trasformato da bene di lusso in un alimento che può essere comprato ogni giorno al supermercato, con un crollo dei prezzi dagli otto dollari al chilo all’inizio degli anni ottanta ai 2,5 dollari al chilo all’inizio degli anni duemila, il prezzo più basso di tutti i tempi. Da allora è aumentato fino a superare i dieci dollari al chilo. I dirigenti del settore non si sbilanciano sui possibili aumenti, ma sembra ragionevole un rincaro tra il 20 e il 25 per cento.

La crisi delle acciughe è una prova delle sorprendenti connessioni del mondo di oggi, dove un evento climatico in Perù fa schizzare alle stelle il prezzo del pesce in Europa. Segnala il timore che El Niño avrà sui prezzi del pesce un effetto più grave di quello della guerra in Iran. ◆ gim

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1680 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati