Gli storici del futuro non mancheranno sicuramente di far notare che, nel momento in cui la maggior parte dell’Europa occidentale tentava di costruire, in maniera più o meno esplicita, un’architettura federale tra gli stati, alcune regioni di questi stati, come la Catalogna, cercavano di ottenere l’indipendenza.
Eppure la secessione della regione sarebbe, dal punto di vista economico, un progetto azzardato. L’impreparazione degli attori economici, catalani e spagnoli, comporterebbe costi estremamente alti e, di conseguenza, una situazione molto probabilmente svantaggiosa per entrambe le parti. L’indipendenza inoltre potrebbe rafforzare le rivendicazioni autonomiste di altre regioni spagnole, come i Paesi Baschi.
Il rischio di un’interruzione degli scambi con la Spagna e l’Unione europea sarebbe concreto. Le “esportazioni” della Catalogna verso il resto della Spagna e dell’Unione europea rappresentano infatti circa il 45 per cento del pil catalano (mentre sono un po’ meno del 30 per cento per il resto della Spagna e meno del 20 per cento per l’Unione europea nel suo insieme). Il 70 per cento degli investimenti esteri in Catalogna proviene da paesi dell’Unione.
Come verrebbe diviso il debito pubblico spagnolo in caso di secessione? Se la Catalogna dovesse farsi carico del proprio debito (35 per cento del suo pil) e della sua quota in proporzione al peso che ha nel pil spagnolo (circa il 20 per cento del totale), il debito catalano arriverebbe al 134 per cento del suo pil.
Questa crisi dimostra l’ingenuità del progetto dell’unione monetaria
Non bisognerebbe quindi sottovalutare i rischi che corre il sistema bancario catalano, non solo a causa di un’eventuale fuga di capitali, ma anche delle considerevoli dimensioni dei bilanci bancari rispetto al pil regionale. Se le banche andassero in crisi, uno stato catalano avrebbe meno mezzi per salvare il sistema finanziario rispetto allo stato spagnolo, e ancor meno rispetto all’Unione.
Quale sarebbe la moneta del nuovo stato? È improbabile che l’Europa si mostri indulgente verso gli indipendentisti catalani, perché significherebbe aprire il vaso di Pandora di tutte le velleità secessionistiche del continente. E sappiamo quanto queste siano forti, in particolare in Italia, in Belgio e nel Regno Unito.
Nazionalismo dei ricchi
Fino a oggi l’economia e la finanza hanno punito soprattutto la Spagna per la crisi catalana, con le cattive prestazioni della borsa spagnola (Ibex) e una leggera crescita dello spread dei titoli di stato spagnoli. Ma è ragionevole pensare che, in caso di secessione, se la prenderebbero soprattutto con la Catalogna, che andrebbe incontro al trasferimento delle aziende, alla riduzione degli investimenti stranieri e alla fuga dei lavoratori qualificati.
Un’ipotesi plausibile è che la situazione finisca per deteriorarsi al punto da convincere la maggioranza dei catalani a rifiutare l’indipendenza. Com’è avvenuto in Québec negli anni novanta o in Scozia nel 2014, la pressione economica favorirebbe lo status quo, eventualmente seguito da una nuova fase di autonomia finanziaria.
◆ L’11 ottobre 2017 il governo spagnolo ha chiesto in forma ufficiale al governo catalano di chiarire entro il 16 ottobre se ha effettivamente dichiarato l’indipendenza. Il premier spagnolo Mariano Rajoy ha spiegato che si tratta del primo passo per avviare la procedura prevista dall’articolo 155 della costituzione. L’articolo, finora applicato una sola volta, permette a Madrid di assumere alcune delle competenze di una regione che viola la costituzione o agisce “contro l’interesse della Spagna”. Rajoy ha detto di essere disposto al dialogo con il governo catalano, ma “nei limiti della costituzione”.
◆Il segretario del Partito socialista (Psoe, all’opposizione) Pedro Sánchez si è detto favorevole al ricorso all’articolo 155, richiesto anche dal partito di centro Ciudadanos, e ha annunciato di aver raggiunto un accordo con Rajoy per procedere a una riforma della costituzione entro il 2018. Sánchez ha spiegato che la riforma riguarderà l’assetto delle autonomie regionali, ma ha ribadito la contrarietà del suo partito all’introduzione di una clausola che permetta di organizzare un referendum sull’indipendenza, come vorrebbe il partito di sinistra Podemos.
◆Dopo l’intervento di Rajoy il presidente catalano Carles Puigdemont ha dichiarato in un’intervista alla Cnn di essere disposto a trattare “senza precondizioni” con il governo spagnolo, proponendo che il negoziato sia affidato a un mediatore esterno.
La crisi catalana mette nuovamente in evidenza il “nazionalismo delle regioni ricche” come le Fiandre, l’Italia del nord e la Baviera. La Catalogna è effettivamente più ricca e competitiva della media spagnola. Il pil per abitante è del trenta per cento più alto di quello del resto della Spagna, il tasso di disoccupazione più basso e il livello tecnologico superiore.
Questa crisi dimostra ancora una volta l’ingenuità del progetto dell’unione monetaria, che era stato presentato dai politici come uno strumento per favorire la convergenza economica. Eppure già nel 1993 l’economista statunitense Paul Krugman aveva previsto che l’introduzione dell’euro avrebbe accentuato la tendenza di ciascuna regione a specializzarsi in funzione dei rispettivi vantaggi comparati, com’è poi avvenuto.
Nonostante decenni di redistribuzione di fondi strutturali, le disuguaglianze tra le regioni restano una delle più grandi sfide che l’unione monetaria europea deve affrontare. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1226 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati