Nei quotidiani italiani c’è un genere che negli ultimi anni ha avuto un grande successo, il “giornalismo di retroscena”, il cui obiettivo è raccontare le trattative in corso come se ci si trovasse al centro del potere. Per farlo tutti i mezzi sono buoni. Le citazioni anonime sono la norma, e se non si conosce con esattezza lo svolgimento dei fatti, nulla vieta di ricorrere alla fantasia. Basta un titolo intrigante e il gioco è fatto. I retroscena non seguono le regole delle scuole di giornalismo, a volte sembrano più vicini al romanzo che all’analisi politica. Ma i loro migliori autori danno l’impressione di conoscere nei dettagli le trattative più segrete, e anche se le congetture si rivelassero sbagliate, la lettura non è mai noiosa.

Questo genere discutibile di giornalismo politico ha avuto il suo culmine durante il primo governo Conte (2018-2019), un’alleanza tra il Movimento 5 stelle e la Lega, caratterizzato dall’inesperienza e da una comunicazione frenetica. I due vicepresidenti del consiglio intervenivano più volte al giorno sui social network con dichiarazioni ufficiali e non. Anche i loro consiglieri non erano da meno. La comunicazione del presidente del consiglio era gestita in modo inimitabile da Rocco Casalino, ex protagonista di un reality show.

Appena due anni dopo la fine di questa esperienza atipica, il cambiamento è radicale. Il governo Draghi si caratterizza per una comunicazione precisa e sintetica. Nell’organizzazione creata dall’ex presidente della Banca centrale europea, i capi dei partiti sono tenuti a distanza dal centro del potere e ogni dichiarazione è attentamente studiata. Perciò chi fa più dichiarazioni non ufficiali è anche chi ha meno informazioni dirette.

Un’altra dimensione

A un certo punto sembrava che l’età dell’oro dei retroscena fosse finita. Le discussioni dietro le quinte continuavano, ma parevano diventate inaccessibili. Tuttavia l’elezione del presidente della repubblica offre nuovi spunti agli appassionati del genere. Il mandato del presidente Sergio Mattarella termina a febbraio del 2022. I componenti delle due camere, insieme ai 58 rappresentanti delle regioni (1.009 grandi elettori ed elettrici in totale) dovranno scegliere un successore. Nei primi tre turni serve la maggioranza dei due terzi, a partire dal quarto turno basta la maggioranza assoluta.

Il presidente della repubblica italiana, il cui mandato dura sette anni, vive nello splendore del palazzo del Quirinale, antica dimora di papi e di re d’Italia. In teoria le sue prerogative sono soprattutto simboliche e protocollari. Ma appena c’è una crisi di governo – e l’Italia non è avara di questo genere di crisi – l’inquilino del colle diventa il protagonista della partita. È lui a dettare il ritmo degli eventi, calmando le acque quando si tratta di individuare una maggioranza, come nella primavera del 2018, o accelerando i tempi, come a febbraio di quest’anno quando si è trattato di nominare Mario Draghi presidente del consiglio. “In passato sono state fatte scelte bizzarre per la presidenza del consiglio, ma mai per il Quirinale. Qui si entra in un’altra dimensione, che richiede personalità di grande statura morale, anche se non sono necessariamente conosciute dal grande pubblico”, spiega un ex senatore di sinistra che ha partecipato all’elezione di Sergio Mattarella nel 2015.

Candidato ideale

Una volta noti questi dati iniziali tutti i giochi sono aperti e le strategie di partito sono solo uno dei tanti parametri su cui basare la scelta. In Italia l’elezione del presidente della repubblica è molto simile ai conclavi per eleggere il papa, con la differenza che nel primo caso le indiscrezioni non sono vietate e che nulla impedisce al presidente uscente di ricandidarsi. L’attuale presidente Sergio Mattarella, 80 anni, ha già detto in varie occasioni di voler assaporare le semplici gioie della pensione. Ma né la sua età né i suoi desideri sono sufficienti a eliminare possibili sorprese: il suo predecessore Giorgio Napolitano non aveva forse accettato nel 2013 un secondo mandato quando ne aveva quasi 88? È vero che aveva precisato di non voler arrivare fino alla fine del settennato e che si è dimesso non appena possibile, nel 2015. Ma il precedente esiste e molti politici stanno cercando di convincere Mattarella a continuare per qualche mese, il tempo che il candidato ideale sia libero.

Il candidato in questione (almeno per molti) è l’attuale presidente del consiglio Mario Draghi, che sarebbe stato il grandissimo favorito per prendere il posto di Mattarella se una crisi parlamentare provocata a gennaio da Matteo Renzi non l’avesse portato a guidare il governo.

Politica
Il grande incastro

“I prossimi tre mesi saranno dedicati al rito politico che più appassiona l’Italia, la madre di tutte le battaglie istituzionali: trovare il successore di Sergio Mattarella, 80 anni, alla guida della presidenza della repubblica”, scrive Daniel Verdú su El País, raccontando come viene eletto l’inquilino del Quirinale.

Il mandato di Mattarella scadrà a febbraio del 2022. “L’incastro è complicato”, prosegue il giornalista, “i nomi vanno da Mario Draghi a Silvio Berlusconi, che già sogna di chiudere la sua carriera alla guida dello stato”. Verdú spiega che la persona che sarà eletta determinerà la linea politica dei prossimi sette anni e anche il termine di questa legislatura, soprattutto se sarà Draghi.

Di solito l’elezione non si conclude entro i primi tre scrutini, quando serve la maggioranza dei due terzi dei grandi elettori per diventare presidente. Stefano Ceccanti, costituzionalista e deputato del Partito democratico, interpellato dal País, spiega: “Questa volta è diverso. Di solito c’era una maggioranza che poteva scegliere da sola. Ma ora, con una maggioranza così eterogenea, servirebbe subito un accordo, per evitare problemi all’esecutivo”.

In caso contrario i partiti non essenziali nelle votazioni successive, dove basta la maggioranza assoluta, potrebbero decidere di vendicarsi ritirando i propri ministri e facendo cadere il governo. “Ecco perché sarebbe importante”, prosegue, “un accordo nei primi tre scrutini”.

“Quasi tutti convengono sul fatto che Draghi è il nome di maggior peso e prestigio per il Quirinale”, scrive El País, “ma molti parlamentari sono preoccupati perché temono che la sua elezione li costringa a elezioni anticipate e a perdere il seggio. ‘Nessuno lo dirà chiaramente. Ma questa variabile pesa enormemente nella decisione’, afferma un deputato del Movimento 5 stelle”. ◆


Il problema è che questa situazione rappresenta per Draghi un ostacolo più che un vantaggio, anche se l’ex presidente della Banca centrale europea svolge il suo compito con innegabile efficienza (e gode di una solida fiducia da parte dell’opinione pubblica). I suoi sostenitori vorrebbero vederlo al governo fino alle prossime elezioni legislative, che dovrebbero svolgersi all’inizio del 2023, per fare in modo che Roma usi nel modo migliore i più di 200 miliardi di euro destinati all’Italia dal Recovery fund europeo, un fondo stanziato per ammortizzare gli effetti della pandemia di covid-19.

Ma se Draghi rinuncerà a presentarsi come candidato al Quirinale e se Mattarella non cederà alle affettuose pressioni di chi gli chiede di rimanere qualche mese in più, la competizione sarà molto aperta. Per ora si svolge soprattutto dietro le quinte. La destra afferma, con un’unità di facciata, che sosterrà la candidatura di Silvio Berlusconi, 85 anni, poco presente sulla scena pubblica dall’autunno del 2020. Questa scelta sembra fatta soprattutto per occupare la scena politica. “I due principali leader della destra sovranista, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, gli fanno credere che la sua elezione sia possibile, e Berlusconi è abbastanza sensibile alle lusinghe per crederci”, osserva tra il divertito e l’incredulo un responsabile del Partito democratico.

Altri nomi come quello della ministra della giustizia ed ex presidente della corte costituzionale Marta Cartabia o dell’attuale commissario europeo Paolo Gentiloni, presidente del consiglio dal 2016 al 2018, ritornano con insistenza nelle varie discussioni dietro le quinte. Ma per chi cerca veramente di candidarsi i proclami pubblici non sono utili e chi segue da tempo le vicende intorno al Quirinale ama ripetere un’espressione molto nota ai vaticanisti: “Chi entra papa in conclave ne esce cardinale”. ◆ adr

Questo articolo è uscito sul numero 1435 di Internazionale, a pagina 41. Compra questo numero | Abbonati