Il 27 febbraio la redazione dei Cahiers du cinéma si è dimessa in blocco. Dopo aver chiuso il numero di aprile, diciotto giornalisti lasceranno il mensile francese per protestare contro la vendita dell’autorevole testata su cui hanno scritto Éric Rohmer, Jean-Luc Godard e François Truffaut. All’inizio di febbraio la proprietà dei Cahiers è stata rilevata da un gruppo di venti investitori tra cui alcuni produttori cinematografici, come Christophe Barral e Pascal Caucheteux, e degli imprenditori come Xavier Niel e Alain Weill, amministratore delegato di Altice France, gruppo proprietario del quotidiano Libération. Il direttore dimissionario della rivista Stéphane Delorme spiega il gesto della redazione.

“È una questione di principio. Tra i nuovi azionisti otto sono produttori cinematografici. Per noi è stata oltrepassata una linea rossa: non è possibile che dei produttori siano proprietari di una rivista di critica cinematografica. In futuro i nostri articoli sarebbero stati accusati di non essere imparziali, di essere dei regolamenti di conti. Ci ha sorpreso che all’annuncio della vendita non ci sia stata nessuna reazione. Una mancanza di solidarietà che ci ha sbigottito. Oggi ci sono delle reazioni perché andiamo via, perché facciamo un gesto forte. E adesso riceviamo messaggi di solidarietà e richieste di interviste”.

Avete avuto delle esitazioni?

Abbiamo valutato la possibilità di resistere dall’interno. Molti di noi lavorano insieme da undici anni. Ne abbiamo parlato, ma ci saremmo presto ritrovati sotto assedio e avremmo potuto resistere solo qualche mese. Primo o poi avrebbero trovato il modo di cambiare il direttore, ci sono molti modi per farlo. E poi rimanere ai Cahiers avrebbe significato accettare la transizione verso un nuovo modello. È per questo che abbiamo preferito andare via rapidamente.

Aprile 1951 (Samuel Aranda, Afp/Getty)

Imprenditoria e indipendenza

Il fatto che ci siano degli imprenditori tra i nuovi proprietari ha avuto un ruolo nella vostra decisione?

Sì. Questo gruppo di proprietari con interessi così diversi ci fa riflettere. Per esempio: che ci fa nel gruppo l’imprenditore Frédéric Jousset, uno degli organizzatori del progetto Pass culture di Emmanuel Macron per facilitare l’accesso dei giovani alle attività culturali? Ho scritto un editoriale molto duro su questo progetto. E perché tra di loro ci sono Xavier Niel o Alain Weill? Industriali onnipresenti sui mezzi d’informazione, che comprano giornali e tv. Anche i Cahiers, che sono un’impresa con sette dipendenti, non sono stati risparmiati da questo fenomeno di concentrazione. Con le nostre dimissioni vogliamo anche affermare la nostra opposizione a questo fenomeno. Si può comprare un marchio, ma non si può comprare la redazione, la materia viva della rivista. Il marchio Cahiers du cinéma fa sognare. Nel suo nome c’è qualcosa che evoca grandezza. Ma è un investimento rischioso. I Cahiers hanno una storia di testi critici, polemici, che gli hanno fatto guadagnare dei nemici. Difendiamo un cinema aperto, esigente, coraggioso. E questo può non piacere a tutti. È un periodo di crisi del cinema d’autore francese, che riscuote meno successo che in passato. Di fronte a questa situazione alcuni dicono che i Cahiers dovrebbero aiutare, accompagnare questo cinema d’autore. Ma noi non siamo i “Cahiers del cinema francese”, guardiamo quello che succede nel mondo. E poi il nostro compito non è essere una vetrina. Siamo una redazione che afferma un punto di vista indipendente.

E la situazione finanziaria dei Cahiers?

Aprile 1951 (Samuel Aranda, Afp/Getty)

Siamo stati molto danneggiati dalla scomparsa dei libri, che l’ex proprietario Richard Schlagman ha deciso di non produrre più. Storicamente l’azienda si era sempre basata su due elementi, la rivista e i libri. E poi subiamo il difficile contesto generale del settore giornalistico. Ma nonostante tutto abbiamo resistito. Abbiamo appena ricevuto gli ultimi dati: nel 2019 le vendite in edicola sono aumentate del 4 per cento. Non mi piace molto che si dica che la situazione è cattiva. È vero, il numero di abbonati è un po’ sceso, ma negli ultimi anni non abbiamo fatto nessuna campagna pubblicitaria, non c’è stato alcuno sviluppo. E i Cahiers ne avrebbero un grande bisogno. Guardi il nostro sito internet. Siamo stati completamente abbandonati. Ma le perdite finanziarie non sono enormi (la società ha perso 150mila euro nel 2018 con un fatturato di 1,3 milioni di euro) e i nuovi acquirenti hanno grandi mezzi finanziari.

Avete incontrato i nuovi acquirenti?

Giugno 1953 (Arch​ivio GBB/Contrasto)

Ne abbiamo visti due: il nuovo amministratore della società Eric Lenoir e Grégoire Chertok, che lavora per la banca d’investimento Rotschild. Con noi sono stati chiari e ci hanno garantito l’indipendenza, ma due giorni dopo abbiamo letto sui giornali che volevano spostare l’asse della rivista sul cinema francese e che avevano un “progetto”. Da allora non li abbiamo più visti. Non gli interessiamo e non nascondono la volontà di voler mettere insieme un’altra squadra. Non c’è niente di strano. Quando la proprietà di un giornale passa di mano spesso il direttore cambia.

Assenza critica

L’arrivo annunciato di Julie Lethiphu, direttrice generale della Società dei registi cinematografici (Srf), come direttrice dei Cahiers è un problema?

Non l’abbiamo incontrata, ma il fatto che venga dalla Srf è di per sé un problema. La Srf è una società influente, soprattutto in questo momento. Da diversi anni la sua direttrice generale ha stretti rapporti con i registi francesi. Ha una rete di contatti e questo pone una questione d’indipendenza, solleva dei dubbi legittimi.

Marzo 2020 (Cahiers du Cinema)

Pagate le conseguenze di una linea editoriale troppo a sinistra, che spesso si esprimeva nei vostri editoriali?

Sì, le mie prese di posizione sui gilet gialli e la risonanza che hanno avuto a molti non sono piaciute. Ho avuto delle reazioni negative da parte di lettori, ex collaboratori dei Cahiers, registi. Alcuni sostenitori del cinema puro non si sono riconosciuti in questa linea e non sono certo scontenti che io me ne vada. Nel mondo del cinema la coscienza politica è molto scarsa.

La critica ha ancora futuro?

Il nostro gesto serve anche per difendere una certa idea della critica. Senza quell’idea tutto diventa cibo precotto e il nostro compito non è quello di fare il cameriere. Penso che la gente voglia poter leggere delle recensioni strutturate da parte di critici che scrivono liberamente su delle testate attendibili. E quando si scrive sui Cahiers du cinéma bisogna pensare di scrivere su una testata importante. Le opere sono considerate in una prospettiva storica, non ci limitiamo a proporre l’attualità dei film, non facciamo promozione. Abbiamo tutti bisogno di dialogare, magari anche in modo immaginario, con dei critici. Credo che ci sarà sempre un posto per la critica e noi continueremo, nel cinema o altrove. Anche se ci sono meno spazi, bisogna occuparli. L’assenza di critica mette in pericolo l’arte che si critica. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1350 di Internazionale, a pagina 74. Compra questo numero | Abbonati