L’attacco al cuore della prima potenza economica e militare mondiale, che entrerà negli annali della storia dell’infamia, apre la peggiore crisi che l’umanità si trova a fronteggiare dalla fine della Seconda guerra mondiale. Non solo per l’umiliazione e il dolore inflitto alle persone, ma soprattutto per le inevitabili conseguenze di un evento del genere: dalle eventuali rappresaglie militari, passando per l’acuirsi dell’attuale instabilità economica, fino all’instaurarsi di un clima permanente di ostilità nelle relazioni internazionali.

Non si hanno ancora prove che l’offensiva terroristica, di una grandezza e con caratteristiche sino a oggi sconosciute, sia imputabile solo a un ridotto gruppo di fanatici. Ma, se anche così fosse, si tratterebbe senza dubbio di terroristi addestrati, foraggiati e protetti da importanti infrastrutture. Inoltre, perché esistano piloti suicidi e folli criminali capaci di commettere un’aggressione tanto selvaggia e disumana, è necessaria la presenza di un brodo di coltura preesistente, nel quale l’odio sia l’ingrediente principale. Le immagini televisive di un manipolo di ragazzini palestinesi giubilanti per il crollo delle Torri gemelle di New York, sono la nauseabonda conseguenza di una politica basata in molte aree del pianeta sullo scontro tra i popoli e il disprezzo dei diritti umani.

Sterili passioni

L’odio – che incontra il suo terreno più fertile tra i diseredati del pianeta, coloro che non hanno niente da perdere perché hanno già perso tutto – ormai sembra travolgere ogni cosa. Ed è su questo trionfo dell’odio, annidato spesso nel fondamentalismo ideologico o religioso, che si va stabilendo scientemente, da anni, la base del cosiddetto nuovo ordine mondiale. Un ordine che minaccia di consolidare il linguaggio della violenza come l’unico possibile nelle relazioni tra gli uomini.

L’offensiva dell’11 settembre costituisce la messa in scena, nel modo più abietto e brutale, di alcune delle peggiori caratteristiche che definiscono il nuovo millennio.

Il Ventunesimo secolo, appena cominciato, apre il suo bollettino di morte sotto il segno contraddittorio di un termine tanto abusato quanto poco chiaro, quello di globalizzazione. Le sterili passioni, benintenzionate o meno, che il dibattito sulla globalizzazione ha suscitato, possono servire per porre in rilievo o attirare l’attenzione su alcuni problemi scottanti del nostro mondo.

Cieco egoismo

Ma la mancanza di un dialogo razionale tra i capi dei paesi sviluppati, e il cieco egoismo di molti di loro, non scusa l’entusiasmo gratuito di chi festeggia, maciullando il nome della giustizia, in favore di un manipolo di tiranni di paesi poveri, abili manipolatori dei sentimenti di milioni di persone abbandonate alla loro sorte.

È passato molto tempo da quando un pensatore onesto e retto come Edgar Morin ha messo il dito nella piaga segnalando che, in realtà, la globalizzazione minaccia già tutti gli abitanti del pianeta, alcuni come vittime e altri come mandanti. L’Occidente non può dunque continuare a ignorare che le enormi distanze nello sviluppo dei popoli, con i suoi secoli di sofferenza e disperazione per coloro che sopravvivono nel sottosviluppo, non sono un pretesto ma anche un motivo che facilita molto l’opera insidiosa e criminale dei propagandisti dell’odio.

Richiami alla calma

Ma ciò non significa perdere di vista il fatto che i paesi democratici, Stati Uniti in testa, nonostante tutti gli abusi e le ingiustizie che commettono, rappresentino una concezione unica e valida della convivenza, basata sulle libertà individuali e le istituzioni politiche rappresentative.

Proprio per questo è doppiamente esecrabile che i loro dirigenti si mostrino tanto incapaci di affrontare questioni come la pianificazione dei flussi migratori, la lotta contro la fame delle nazioni povere, o il disprezzo della vita e dei diritti dei loro cittadini esercitato da regimi oppressivi. I richiami alla calma che le autorità mondiali diffondono ora non serviranno a nulla se queste stesse autorità non saranno capaci di riprendere il cammino della cooperazione e della solidarietà tra i governi. Per restituire fiducia e sicurezza ai cittadini americani, e con loro a milioni di abitanti di questo mondo, non è solo necessario identificare e castigare i colpevoli.

In questo senso, nessuno può negare al governo di Washington il ricorso legittimo alla forza, e bisogna congratularsi per il tono allo stesso tempo misurato e fermo del presidente Bush nelle sue prime dichiarazioni del dopo attentato. Ma, soprattutto, bisogna recuperare i valori morali della democrazia nel trattare al livello globale i problemi del mondo, e rinunciare alla demagogia e alla diffusione dell’ignoranza.

È necessario uno sforzo coordinato e persistente dei governi, e che i cittadini dei paesi ricchi non vedano i programmi di solidarietà come una mania dei tempi, bensì come l’unico antidoto possibile contro l’odio. Perché non si debba vedere mai più nessuno, adulto o bambino che sia, festeggiare l’assassinio di un innocente. ◆ sg

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Questo articolo è uscito sul numero 403 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati