Come possono testimoniare miliardi di persone, per gli umani partorire è difficile. I neonati hanno una testa estremamente grande rispetto alle dimensioni del corpo, eppure devono passare attraverso un bacino molto stretto. Le appendici rischiano d’incastrarsi, le ossa di fratturarsi. Nei casi peggiori, le conseguenze possono essere letali per la madre e per i nascituri. Fino a poco tempo fa molti ricercatori credevano che la nostra specie fosse l’unica a sopportare un simile sacrificio: gli altri primati, supponevano, non dovevano accettare lo stesso compromesso tra supercervello e posizione eretta, per cui davano alla luce con relativa facilità. Ma nuove evidenze cominciano a mettere in discussione l’idea che il parto umano sia l’unico a essere così pericoloso.
Un articolo pubblicato su Nature Ecology & Evolution contiene uno degli argomenti più convincenti contro quell’ipotesi, dimostrando come anche altri primati debbano far passare i piccoli attraverso uno spazio assai ristretto, con tassi di mortalità neonatale che possono superare il 34 per cento. Gli umani si sono messi da tempo su un piedistallo evolutivo: “Pensiamo sempre di essere speciali”, mi ha detto Nicole Webb, biologa dell’evoluzione dell’istituto di ricerca e museo di storia naturale Senckenberg, in Germania, che non ha partecipato allo studio. Ma più gli scienziati osservano il regno animale, più la realtà biologica delle altre specie ribalta questa convinzione.
L’ipotesi che il parto umano sia eccezionalmente arduo si può far risalire a uno scienziato di nome Adolph Schultz. La sua ricerca è stata rivoluzionaria: Schultz fu infatti il primo, quasi un secolo fa, a raccogliere le prove delle dimensioni del bacino di varie specie di primati per dimostrare con quanta facilità ci passassero i piccoli. Il suo approccio, però, aveva anche grossi limiti, mi ha detto Nicole Torres-Tamayo, antropologa dell’istituto catalano di paleontologia Miquel Crusafont, in Spagna, che ha partecipato al nuovo studio. Schultz si sbagliava sul posizionamento della testa del feto di diversi primati nel canale del parto. Aveva anche ipotizzato erroneamente che il tipo di misurazioni di quello umano effettuate dagli scienziati fossero le più significative anche per le altre specie.
Di norma la sezione più limitata del canale del parto umano è quella fra il tratto superiore del sacro e il tratto anteriore del bacino. Negli altri primati, invece, il canale si restringe più in basso. Questi errori indussero Schultz a sopravvalutare lo spazio che avevano gli altri primati per guidare i piccoli attraverso il canale del parto.
Stratagemmi anatomici
Così alcuni anni fa Torres-Tamayo e i colleghi hanno deciso di ripetere le misurazioni con un approccio più aperto. Dopo aver esaminato più di venti specie di primati hanno scoperto che la nostra specie non è affatto l’unica a dover espellere i figli attraverso un bacino poco adatto. Secondo la loro ricerca non siamo neppure i più svantaggiati tra i primati. La testa dei bambini è grande quasi quanto il bacino della madre, che è decisamente stretto, perfino più di quello delle grandi scimmie, ma altri primati, tra cui il tamarino e il galagone, danno alla luce piccoli con una testa che è quasi il doppio di quello che il bacino materno sembra poter consentire.
Anche il saimiri – una minuscola specie arboricola – deve affrontare lo stesso problema di proporzioni. Pur essendo uno dei primati più piccoli al mondo può partorire figli che pesano fino al 15 per cento del peso della madre (come se una donna sui settanta chili avesse un bambino di dieci, un’impresa che difficilmente può finire bene). Alcuni dati indicano che, almeno in cattività, oltre un terzo delle scimmie scoiattolo può morire alla nascita, mi ha detto Lia Betti, antropologa dello University college London che ha partecipato allo studio. Su sette parti osservati durante una ricerca degli anni novanta due piccoli rimasero incastrati, e morirono entrambi.
Eppure gli umani, i saimiri e tutti gli altri primati esistenti sono riusciti a farcela, in gran parte grazie all’evoluzione di stratagemmi anatomici. Molti primati, per esempio, escono dal canale del parto non con la sommità della testa in avanti, come noi, ma di faccia, una posizione che sembra facilitare il transito. I saimiri riescono a partorire anche grazie allo slogamento completo delle ossa del bacino, ed è stato osservato che i loro piccoli sono in grado di tirarsi fuori da soli dal canale del parto una volta che le loro spalle sono uscite.
Queste soluzioni non sono disponibili agli umani. La postura eretta e la collocazione della colonna vertebrale rendono assai rischioso – e scomodo – partorire i figli di faccia. La posizione più facile per l’uscita di un bambino è a testa in giù con la faccia rivolta verso la spina dorsale della madre e il mento schiacciato contro il torace. E un bacino forte e solido è considerato cruciale per sostenere il peso del corpo quando camminiamo, escludendo che quelle ossa possano restare mobili, mi ha spiegato Betti.
Questi confronti, però, rivelano ben poco ai ricercatori. Ogni specie ha un’anatomia, una fisiologia e una storia evolutiva talmente uniche che nessuna misurazione può cogliere appieno la complessità del parto. Anna Warrener, antropologa dell’università del Colorado a Denver che non ha partecipato allo studio, ha osservato che l’eventualità che il nascituro resti incastrato non è tra le complicazioni più gravi del parto umano: le cose diventano pericolose soprattutto quando la madre comincia a sanguinare in modo incontrollabile o contrae un’infezione. Per moltissimi animali probabilmente il parto è rischioso in modi che ancora non comprendiamo.
In ultima analisi, quello che distingue maggiormente gli umani potrebbe essere la nostra capacità di affrontare il parto in modi creativi. Monitoriamo attentamente le gravidanze e ci aiutiamo a vicenda; possiamo intervenire per contenere le emorragie e le infezioni ed estraiamo i neonati mediante intervento chirurgico. Molti esperti mettono in guardia dai pericoli di un’eccessiva medicalizzazione del parto; al tempo stesso, però, il supporto medico, se opportunamente usato, salva moltissime vite. E perfino al di fuori di questo supporto, “in termini evolutivi la nostra specie ha fatto un buon lavoro”, ha detto Warrener. I parti difficili non necessariamente finiscono male, e di certo “se non avessimo trovato una soluzione al mondo non ci sarebbero otto miliardi di persone”. ◆ sdf
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1673 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati