In un festival cominciato all’insegna delle polemiche sul MeToo francese – alimentate non solo dalla presenza di Johnny Depp nel film d’apertura Jeanne du Barry, di Maïwenn – e con il più alto numero di autrici in concorso da sempre, ben sette film su ventuno sono diretti da donne, ha vinto una regista.

Justine Triet si è aggiudicata la Palma d’oro per Anatomia di una caduta, un titolo che ricorda un altro grande dramma giudiziario, cioè Anatomia di un omicidio di Otto Preminger. Ma stavolta sul banco degli imputati c’è una donna.

Mi è venuto in mente un altro film, Leone d’argento alla Mostra del cinema di Venezia nel 2022, cioè Saint Omer di Alice Diop. In entrambi ci sono donne sotto processo. Nel caso di Saint Omer è una studente accusata di infanticidio e chiaramente colpevole. Nell’opera di Triet è la scrittrice Sandra, accusata di aver ucciso il marito e forse innocente. In tutti e due i casi la nostra brama di conoscere il colpevole si affievolisce perché puntano il dito contro un intero sistema e c’insegnano che forse ci sono altre domande più importanti da porsi.

Maestri bianchi

Un’altra grande presenza femminile a Cannes è stata l’attrice tedesca Sandra Hüller. È lei la Sandra di Anatomia di una caduta: sospettata perché donna di successo, bisessuale e scontrosa, che si rifiuta ostinatamente di recitare il ruolo della vittima. Gelida, tesa ma fragile, è anche la moglie del comandante del campo di concentramento di Auschwitz nel film The zone of interest, di Jonathan Glazer, un’operazione rigorosa e pietrificante, giocata tutta sulla trasmissione dell’orrore attraverso la sua rimozione. Questo film era il mio favorito per la vittoria della Palma d’oro, invece si è portato a casa il gran premio della giuria.

Ken Loach, 86 anni. Marco Bellocchio, 83. Wim Wenders, 77. Nanni Moretti, 69. Aki Kaurismäki, 66. Nuri Bilge Ceylan, 64. In confronto a loro, Wes Anderson (“solo” 54 anni, ma molto molto bianco) sembra un ragazzino. È ovvio che il concorso di un festival come Cannes esiste per celebrare le icone. Ma dovrebbe anche rispondere alla domanda: “Dove sono le nuove leve? Come sarà il cinema del futuro?”. Quest’anno le risposte sono arrivate soprattutto da altre sezioni. Dal concorso alternativo Un certain regard, vinto da Molly Manning Walker, regista britannica di 29 anni, con la sua opera prima How to have sex. E dalla storica vetrina off della Quinzaine, dove un altro esordio, Inside the yellow cocoon shell del vietnamita Thiên An Pham, 33 anni, è stato giudicato “una rivelazione” da molti critici, vincendo la Camera d’or, premio assegnato alla migliore opera prima di tutte le sezioni del festival. Non ho visto nessuno dei due, ma ho apprezzato molto invece un’altra opera prima, Les meutes (I cani da caccia) del regista franco-marocchino Kamal Lazraq, un “veterano”, a 39 anni compiuti. Vincitore del premio della giuria della sezione Un certain regard, è un noir marocchino che cammina sul filo del rasoio fra realtà e incubo, ambientato ai margini di una Casablanca logora e squallida.

Fallen leaves (Sputnik)

Volendo segnalare solo un titolo tra quelli dei vecchi maestri, scelgo Fallen leaves di Kaurismäki. Piccolo ma perfetto, è una storia d’amore sospesa tra commedia e malinconia, che coinvolge due persone solitarie e non più giovani. Forse l’opera più delicata di sempre del finlandese. Che dire invece di The old oak di Ken Loach, forse l’ultimo film del vecchio compagno britannico? (Il precedente Sorry we missed you era annunciato come canto del cigno, c’è sempre speranza). Fiaba impegnata sull’importanza della solidarietà tra oppressi (locali e migranti), in una zona depressa del nord del Regno Unito. Essendo un cinico mi è parso fin troppo didattico. Ma tutti gli ultimi film di Loach sono dei riti collettivi che richiedono un atto di fede. Mi auguro che molti lo compiano perché il messaggio è comunque importante.

Per il critico-allibratore britannico Neil Young (omonimo del musicista), alla vigilia della cerimonia di premiazione La chimera di Alice Rohrwacher era il favorito alla vittoria, con una quotazione di 4 a 1, davanti a The zone of interest (9 a 2). Anche Rapito di Marco Bellocchio, sulla vicenda di Edgardo Mortara, bambino ebreo tolto alla famiglia dal Vaticano nel 1858, era uno dei (perdonate il gioco di parole) papabili per la vittoria della Palma d’oro. Tra l’altro, questi due film sono stati gli unici ai quali Peter Bradshaw del Guardian, il decano dei critici britannici, ha assegnato il massimo dei voti nella Jury grid, la classifica pubblicata ogni giorno durante il festival da Screen International, che riassume i pareri di dodici critici internazionali.

Invece nella serata di chiusura sono usciti a mani vuote tutti gli italiani, compreso Il sol dell’avvenire di Nanni Moretti, arrivato ultimo nella Jury grid insieme a Black flies di Jean-Stéphane Sauvaire. Unica consolazione: il premio collaterale assegnato a La chimera dall’associazione degli esercenti francesi dei cinema d’essai. Troppo poco.

Musica fuori campo

Non mi ricordo un Cannes così ricco di musica presa in prestito. Si va dalle canzoni di Battiato, Tenco, De André, Noemi e altri per Il sol dell’avvenire a Patti Smith, The Animals, Lou Reed, Nina Simone per Perfect days di Wim Wenders, storia di un addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo, così fuori dal tempo che ascolta solo le audiocassette. Anche il film di Wes Anderson, Asteroid city, è tutto una play­list di brani vintage degli anni cinquanta. Stupendo, poi, l’uso della musica discordante dei Sonic Youth e di Kim Gordon nel provocatorio L’été dernier di Catherine Breillat, che parla di un rapporto passionale tra una donna in carriera e il figlio di diciassette anni di suo marito.

In May december di Todd Haynes succede poi una cosa abbastanza rara, cioè il riutilizzo di un tema composto per un altro film, Messaggero d’amore di Joseph Losey. Azzeccato non solo perché la musica di Michel Legrand si sente sempre volentieri, ma anche per il gioco di rimandi sugli amori proibiti che instaura tra questi due film.

Però il premio per l’uso più geniale di un brano che entra anche nella trama del film va a una cover citata addirittura in tribunale da accusa e difesa in Anatomia di una caduta. Si tratta di una versione strumentale della canzone P.I.M.P. del rapper 50 Cent che sentiremo continuamente nel corso del film.

Il fatto che le parole misogine del brano originale siano state rimosse in questa versione solare registrata da una band tedesca di ispirazione caraibica, il Bacao Rhythm & Steel Band, non è casuale in un film in cui pregiudizi e stereotipi sono taciuti ma impliciti. ◆

Lee Marshall è critico cinematografico della rivista britannica Screen International.

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Questo articolo è uscito sul numero 1514 di Internazionale, a pagina 83. Compra questo numero | Abbonati