I vertici dell’indipendentismo lo hanno fatto di nuovo. Ogni volta che si trovano in difficoltà ricorrono all’astuzia. Stavolta l’hanno fatto con una serie di frasi contorte in un discorso concepito per accontentare molti ma che non è piaciuto quasi a nessuno.
Carles Puigdemont non ha detto solennemente “proclamo l’indipendenza” come si aspettavano le migliaia di sostenitori riuniti davanti al parlamento e decine di giornalisti venuti da tutto il mondo. Il presidente ha dichiarato che prendeva atto del risultato del referendum e dunque del “mandato per fare in modo che la Catalogna diventi uno stato indipendente”. Ma quando? Non c’è una scadenza. Dipende da un dialogo sui “risultati” del referendum, un dialogo che non si aprirà mai e Puigdemont lo sa benissimo, perché è impossibile avviare un negoziato su queste premesse.
Hanno vinto i sostenitori della dichiarazione unilaterale d’indipendenza. Anche se timida e differita, la dichiarazione è comunque sufficiente perché il governo spagnolo non possa restare con le mani in mano. Non è stata votata, non sarà pubblicata nella gazzetta ufficiale catalana e non ha provocato i festeggiamenti che ci si poteva attendere da un popolo che aspetta questo momento da tempo. Ma può ugualmente comportare l’attivazione dell’articolo 155 della costituzione spagnola, che permette al governo centrale di assumere le competenze delle regioni.
Cosa è stato esattamente il discorso di Puigdemont? Una dichiarazione d’indipendenza? Una dichiarazione d’intenti per il futuro? Un esercizio retorico? Una sfida allo stato? Una provocazione nei confronti del premier spagnolo Mariano Rajoy? Una marcia indietro? Uno stratagemma per prendere tempo? Probabilmente un po’ di tutto. Sarà una dichiarazione d’indipendenza se provocherà la reazione del governo centrale. È una dichiarazione d’intenti perché annuncia l’intenzione di continuare sulla stessa strada. È un esercizio retorico perché nessuno ha capito cosa ha dichiarato precisamente il presidente. È una provocazione perché Rajoy non può incassarla senza reagire. È una marcia indietro perché la sua applicazione non è immediata. Soprattutto, è l’ennesima strategia per prolungare l’interminabile processo di secessione.
Vicini alla rottura
Dopo giorni di pressioni su Puigdemont, in un senso e nell’altro, non ci si poteva aspettare nulla di coerente. A un certo punto sembrava che si andasse verso l’indipendenza sospesa, poi è circolata una versione smorzata con un appello al dialogo, e poco prima dell’intervento è tornato il primo testo, ritoccato al rialzo.
Tutte queste manovre sono state necessarie per evitare che Rajoy attivasse la sospensione dell’autonomia e allo stesso tempo per soddisfare le varie forze indipendentiste e fare in modo che la Cup non ritirasse il suo sostegno al governo di Puigdemont. È una capriola impossibile da eseguire senza rompere qualcosa.
La sessione si è conclusa con la firma di una dichiarazione che sostiene la “costruzione della repubblica catalana” da parte di tutti i deputati indipendentisti. Un gesto preteso dalla Cup, a cui il discorso di Puigdemont è sembrato insufficiente. Il testo non ha alcuna validità giuridica, ma tenta di conservare l’unità dell’indipendentismo, che negli ultimi giorni è andata vicino al collasso e alle elezioni anticipate.
Puigdemont ha scritto il suo personale capitolo nella storia, ma il paradosso è che la sua dichiarazione d’indipendenza, che ha attirato l’attenzione di tutta la comunità internazionale, sarà tale solo se Rajoy la considererà proclamata e agirà di conseguenza. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1226 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati