Il 7 settembre i taliban hanno annunciato un governo ad interim che rafforza molte figure provenienti dal regime degli anni novanta, un passo importante verso la restaurazione dell’emirato islamico dell’Afghanistan.
Dopo aver assicurato per settimane che il movimento avrebbe proposto un governo più moderato e inclusivo, i vertici dei taliban hanno nominato persone che avevano ricoperto incarichi simili diversi decenni fa, un segnale che lo zoccolo duro conservatore e teocratico del gruppo non è cambiato. Sono tutti uomini, molti dei quali compaiono nelle liste di terroristi stilate dagli Stati Uniti e dalle Nazioni Unite.
“Garantisco ai nostri concittadini che questi funzionari s’impegneranno a fondo per applicare le norme islamiche e la sharia”, ha dichiarato il leader supremo del gruppo, il mullah Sheikh Haibatullah Akhundzada, in un comunicato diffuso nel corso di una conferenza stampa a Kabul. “L’emirato islamico ha bisogno del sostegno costante del suo popolo per ricostruire tutti insieme il paese ridotto in macerie”. I taliban hanno spiegato che arriveranno altre nomine, allungando ulteriormente un processo cominciato a metà agosto, quando il gruppo ha preso il controllo del paese.
La nomina più importante è quella del mullah Muhammad Hassan, primo ministro ad interim e dunque capo del governo. Hassan è un oltranzista che negli ultimi anni ha ricoperto un ruolo simile nel consiglio dei capi dei taliban ed era stato vice primo ministro nel loro primo governo. Alcuni analisti ipotizzavano che l’incarico sarebbe stato assegnato al mullah Abdul Ghani Baradar, che aveva condotto i negoziati con gli Stati Uniti a Doha, in Qatar. Baradar è stato invece nominato vice primo ministro insieme a Mawlawi Abdul Salam Hanafi, importante esponente uzbeco della squadra dei negoziatori.
L’Afghanistan deve affrontare anche una crisi umanitaria sempre più grave
I più alti incarichi nell’ambito della sicurezza sono però andati a delle personalità relativamente nuove, appartenenti a una generazione più giovane di leader, entrambe nel ruolo di potenti vice militari del mullah Sheikh Haibatullah. Sirajuddin Haqqani, 48 anni, nominato ministro dell’interno, è il responsabile della campagna di attentati con cui il movimento ha terrorizzato per anni la capitale Kabul. Il nuovo incarico gli conferirà un’ampia autorità nell’ordine pubblico e nell’applicazione della legge. Mullah Mawlawi Muhammad Yaqoub, nominato ministro della difesa, è il figlio maggiore del fondatore del movimento dei taliban, il mullah Muhammad Omar, dovrebbe avere circa trent’anni.
Gran parte del governo faceva parte dell’ufficio politico dei taliban a Doha, in Qatar. Per esempio, Amir Khan Muttaqi, ministro degli esteri, il suo vice Sher Abbas Stanikzai e quattro dei “cinque di Guantanamo”, prigionieri per tredici anni nel campo di detenzione statunitense a Cuba e rilasciati nel 2014 in cambio della liberazione di un soldato statunitense catturato dai taliban.
Per governare i taliban dovranno assicurarsi gli aiuti degli Stati Uniti e di altri paesi, per ora congelati. Inoltre ci sono le sanzioni statunitensi contro alcuni ministri, tra cui Sirajuddin Haqqani e lo zio Khalil Haqqani, a capo del dicastero per i profughi e i rimpatri, entrambi leader dell’omonima rete terroristica. Altrettanto determinante sarà la posizione dei governi stranieri, degli enti finanziari e delle organizzazioni umanitarie, in attesa di capire quale sarà il destino dell’opposizione e se i taliban rispetteranno i diritti delle donne e delle minoranze.
Proteste e resistenza
Poche ore prima dell’annuncio del nuovo governo, per le strade di Kabul miliziani armati reprimevano con la violenza, per la seconda volta in meno di una settimana, una manifestazione pacifica. Mentre la folla di manifestanti cresceva, con centinaia di donne a cui si sono uniti altrettanti uomini, i taliban hanno cominciato a picchiare i contestatori con i calci dei fucili e bastoni. La folla si è dispersa dopo che gli uomini armati hanno cominciato a sparare in aria. Rezai, che ha 26 anni ed è stata una delle organizzatrici della protesta, ha raccontato che questa era stata pianificata in coordinamento con altre persone per promuovere una resistenza nazionale ai taliban. “Abbiamo invitato le persone a usare i social network”, dice. “E c’erano più partecipanti del previsto. Ci aspettiamo altri incontri stasera perché la gente non vuole terrore e distruzione”. Il 7 settembre sfilavano portando uno striscione con un’unica parola: libertà.
Decine di donne hanno manifestato l’8 settembre a Kabul e nella provincia nordorientale del Badakshan contro il nuovo governo, formato da soli uomini. Alcune manifestanti sono state picchiate insieme a cinque giornalisti del sito d’informazione Etillatroz che stavano seguendo l’evento. Secondo i taliban il corteo non era autorizzato. Poche ore dopo il governo ha vietato ogni protesta nel paese. Quanto all’annuncio del nuovo esecutivo, scrive la Bbc, l’Unione europea ha dichiarato che i taliban non hanno mantenuto la promessa di un governo inclusivo e rappresentativo; gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per la presenza nel governo provvisorio di figure legate agli attacchi contro le forze americane. La Cina, invece, ha accolto positivamente la fine di “tre settimane di anarchia”, e ha promesso 31 milioni di dollari di aiuti immediati. Il 6 settembre i taliban hanno dichiarato sconfitta la resistenza guidata da Ahmad Massoud, che ha chiesto alla comunità internazionale di non riconoscere il governo ad interim, definendolo “illegale”. Obaidullah Baheer, che insegna giustizia di transizione all’American university di Kabul, commenta su Al Jazeera che “escludendo dall’esecutivo le donne, le minoranze etniche come gli hazara e l’opposizione, i taliban dimostrano di non comprendere la complessità del governare e di essere indifferenti al rischio di non riuscire a ottenere una legittimazione internazionale”. ◆
Le proteste si svolgono mentre i taliban rafforzano il controllo militare anche sul resto del paese. Il 6 settembre hanno annunciato la conquista della capitale della provincia del Panjshir, dove un migliaio di uomini armati guidati da Ahmad Massoud opponeva l’ultima resistenza al nuovo regime. L’Afghanistan deve affrontare anche una crisi umanitaria sempre più grave. Servizi di base come l’elettricità sono a rischio e mancano generi alimentari e denaro in contanti.
Migliaia di afgani cercano disperatamente di lasciare il paese, mentre gli Stati Uniti stanno ancora facendo evacuare decine di loro cittadini. Nel corso di una conferenza stampa tenuta il 7 settembre a Doha, il segretario di stato americano Antony Blinken ha dichiarato che i funzionari statunitensi stanno “lavorando giorno e notte” per garantire che i voli charter con a bordo i cittadini americani lascino l’Afghanistan in sicurezza.
Secondo un esperto occidentale di diplomazia che ha chiesto di restare anonimo, il fatto che i taliban ci abbiano messo più di tre settimane per annunciare un governo di transizione, nonostante il grandissimo bisogno di far ripartire l’economia, può indicare che “non erano davvero pronti e non avevano un piano”. Tra i ministri nominati emerge la scarsa presenza di uomini non pashtun, nonostante la diversità etnica del paese e le promesse dei taliban di voler formare un governo inclusivo. Il portavoce dei taliban Zabihullah Mujahid, nominato viceministro per l’informazione e la cultura, ha sottolineato la natura transitoria dell’esecutivo: “Questo è un governo provvisorio, nominato per gestire la fase attuale. Stiamo gettando le basi per costruire il governo e lo stato. In poco tempo crescerà il ruolo della partecipazione popolare e delle shura”. Presto, inoltre, ci sarà un raduno nazionale di studiosi e anziani per confermare il mullah Sheikh Haibatullah nel ruolo di leader supremo dell’Afghanistan. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1426 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati