Per quasi quattro anni Steve, uno sviluppatore di software, ha dato tutto se stesso al lavoro: passava il tempo libero ad affinare le sue competenze e riteneva di essere uno dei dipendenti più efficienti della sede di Google di New York, negli Stati Uniti, un pilastro dell’azienda. È per questo che, a metà gennaio, quando ha visto quella notifica comparirgli sullo schermo, ha pensato a un errore. L’account che usava per entrare nella rete aziendale da casa risultava bloccato. Poi, però, è andato su internet e ha letto che Google aveva licenziato dodicimila dipendenti in tutto il mondo, un fatto senza precedenti nei suoi venticinque anni di storia. “Mentre fissavo lo schermo del portatile ho realizzato di essere uno di quelli”, racconta Steve, 29 anni, che ha chiesto di non svelare il suo cognome. In sottofondo si sente la figlia di quattro mesi che piagnucola. Anche la moglie di Steve, Allie, che come lui ha 29 anni e per Google si occupava di marketing, è stata licenziata e per giunta nel bel mezzo del congedo di maternità. “Senza preavviso e senza spiegazioni”, precisa. Ora vogliono mettersi in proprio aprendo un’azienda per creare animazioni video.

Dall’oggi al domani Steve e Allie hanno perso una serie di cose che negli Stati Uniti non sono affatto scontate: un lavoro ben pagato, l’assicurazione sanitaria e il diritto a otto mesi di congedo parentale retribuito, oltre alla certezza di far parte di un’azienda in cui le cose potevano solo migliorare.

Licenziamenti nel settore tecnologico statunitense (fonte: the wall street journal)

Ma i tempi sono cambiati e non solo per Google. Nelle ultime settimane decine di aziende tecnologiche hanno licenziato migliaia di persone. Ha cominciato la casa madre di Facebook, la Meta, che a novembre ha mandato via undicimila dipendenti. Poi a gennaio Amazon ha tagliato diciottomila posti di lavoro. Poi si sono aggiunti Spotify, la Salesforce, Twitter e la Microsoft, che hanno cacciato altre migliaia di lavoratori. “I software stanno divorando il mondo”. All’inizio del 2023 la leggendaria frase di Marc Andreessen secondo cui il digitale avrebbe schiacciato tutto il resto sembra ormai superata.

Che succede? All’improvviso le star della Silicon valley – quelle aziende che non sbagliavano mai un colpo e che per anni hanno fatto profitti enormi battendo tutti i record in borsa – sembrano aver perso il tocco magico. Come mai? E perché stanno usando metodi che si addicono all’economia tradizionale, non certo ad aziende che si sono sempre vantate di essere migliori e più creative?

Dopo l’annuncio dei licenziamenti, Google ha pubblicato un post sul blog ufficiale dell’azienda in cui l’amministratore delegato Sundar Pichai parla della necessità di “rivedere la base dei costi”. Qualche giorno prima, Andy Jassy, l’amministratore delegato di Amazon, in una sua dichiarazione aveva usato una formula molto simile. Ormai gli amministratori delegati delle aziende tecnologiche parlano la lingua di Wall street. Qualche anno fa le cose non stavano ancora così. Quando Google è approdato in borsa, nel 2004, il suo motto era don’ t be evil, non essere cattivo. Il motore di ricerca riusciva a ignorare le leggi di Wall street, investiva miliardi in progetti sperimentali e per anni non ha pagato dividendi agli azionisti. Mark Zuckerberg, il fondatore della Meta, ha mantenuto il controllo dell’azienda anche dopo la quotazione in borsa, attribuendo diritti speciali di voto alle azioni in suo possesso.

Gli investitori hanno accettato tutto questo anche perché, nel corso degli anni, le quotazioni hanno continuato a crescere in modo esponenziale. Ma ora le grandi aziende tecnologiche, a lungo considerate immuni da attacchi ostili, sono entrate nel mirino di investitori cosiddetti attivisti, che si battevano per influenzarne la gestione e aumentarne la redditività. A Wall street li paragonano agli squali richiamati dall’odore del sangue. Alla fine di gennaio è entrato nel capitale dell’azienda di software Salesforce il fondo d’investimento Elliott, probabilmente l’investitore attivista più famigerato al mondo. In passato aveva preso di mira la tedesca ThyssenKrupp. Su Google, invece, ha fatto pressione il gestore di fondi speculativi Christopher Hohn. In una lettera a Pichai, il manager ha scritto che l’azienda aveva troppi dipendenti, e che tra l’altro erano pagati troppo: lo stipendio medio è di trecentomila dollari all’anno. Due mesi dopo Pichai ha ceduto.

Tra le cause di questa situazione c’è anche il comportamento delle banche centrali

La vita online

Per capire come sia stato possibile arrivare a questo punto bisogna fare un passo indietro. Tre anni fa, nel marzo 2020, il covid-19 si è diffuso in tutto il mondo e la vita di miliardi di persone si è trasferita online, a tutto vantaggio delle aziende tecnologiche. Le vendite online di Amazon sono esplose e lo stesso è successo con le entrate pubblicitarie di Google e della Meta, visto che ovunque negozi e ristoranti si erano messi a comprare spazi pubblicitari per sopravvivere al lockdown. Per due anni il fatturato di queste aziende è cresciuto rapidamente e, in parallelo, ci sono state assunzioni di massa: dall’aprile 2020 al settembre 2022 il numero dei dipendenti di Google è cresciuto di 64mila unità, mentre Amazon nello stesso periodo ha quasi raddoppiato il numero dei dipendenti, arrivando a 1,5 milioni.

Durante la pandemia il club dei colossi tecnologici statunitensi, un tempo relativamente piccolo, è cresciuto esponenzialmente, finché l’aumento dei costi per la forza lavoro non ha superato quello del fatturato e dei profitti. E poi in borsa le cose hanno cominciato ad andare male: nell’ultimo anno le azioni di Google, Amazon, Meta, Microsoft e Apple hanno perso più di tremila miliardi di euro in totale. Pichai nel suo post ha spiegato che in una “realtà economica diversa” erano stati assunti molti dipendenti in più e ha promesso, restando sul vago, che avrebbe rimodulato le “priorità”.

E allora risulta ancora più sorprendente il fatto che dietro ai licenziamenti non sembra esserci alcuna strategia: Google ha mandato via dipendenti del settore delle finanze, delle risorse umane e del marketing, ma anche molti programmatori. Sono stati cacciati lavoratori di lunga data e nuovi assunti. L’unica cosa che hanno in comune tutte queste persone è che il licenziamento è arrivato come un fulmine a ciel sereno.

Uno sviluppatore racconta che, non molto tempo prima, aveva chiesto al suo capo se, visti i licenziamenti nelle altre aziende, doveva preoccuparsi. La risposta è stata “certo che no”: il suo era un progetto troppo importante. Eppure, solo poche settimane dopo, gli è stato comunicato che doveva andarsene, per email. Oggetto: “Comunicazione in merito al tuo rapporto di lavoro”.

“Mi identificavo moltissimo con l’azienda”, spiega lo sviluppatore, che racconta quanto fosse fiero di appartenere alla cerchia dei googler, come si definiscono i dipendenti della multinazionale, e di essere uno di quelli che ce l’avevano fatta nella Silicon valley. Ora deve accettare l’idea che, quando troverà un nuovo lavoro, lo stipendio sarà più basso: ormai ci sono troppi sviluppatori sul mercato.

Lo scoppio della bolla

Cosa vuole ottenere Google, che fa ancora profitti miliardari, licenziando migliaia di dipendenti? I profitti del terzo trimestre del 2022 ammontavano a 14 miliardi di dollari, su un fatturato di 69 miliardi. Molte aziende cifre del genere neanche se le sognano. E allora perché licenziare? A 3.500 chilometri dalla Silicon valley una donna, che forse conosce la risposta a questa domanda, parla al telefono con Die Zeit. Kim Forrest, 60 anni, ha fondato la Bokeh Capital Partners, una società di investimenti di Pittsburgh. Prima di passare alla finanza, anche lei sviluppava software. Forrest ricorda ancora molto bene i primi anni duemila, il periodo in cui lo scoppio della bolla di internet mandò in bancarotta tantissime aziende tecnologiche. Secondo lei, questa volta non andrà così male. “All’epoca molte aziende non avevano un modello efficace”. Oggi invece le cose stanno diversamente. Tuttavia, Forrest assiste clienti alle prese con una decisione difficile: comprare o vendere, restare o fuggire a gambe levate dalle azioni di Google, Meta e Amazon?

Da sapere
Tagli drastici
Licenziamenti nel settore tecnologico statunitense (fonte: the wall street journal)

Forrest non è molto ottimista. “Le persone hanno voglia di tornare al ristorante e di provarsi un paio di scarpe prima di comprarle”, dice. Più di così queste aziende non possono crescere e per gli investitori al momento sono bloccate in una sorta di terra di nessuno: hanno perso capacità di attrazione agli occhi di chi puntava su quotazioni in forte crescita, mentre chi setaccia Wall street in cerca di occasioni comprando azioni di aziende sottovalutate, non si fida più di loro, neanche quando assicurano che la smetteranno di bruciare tutti quei miliardi.

Tra le cause di questa pessima situazione c’è anche il comportamento delle banche centrali. Per anni hanno mantenuto tassi d’interesse vicini allo zero, alimentando l’euforia per i titoli tecnologici: per moltiplicare il denaro dei clienti, i fondi pensione, le fondazioni e le assicurazioni non potevano far altro che comprare azioni. Poi, all’inizio del 2022, per frenare l’inflazione le banche centrali hanno messo improvvisamente fine all’epoca dei tassi d’interesse bassi. Molte cose che avevano contribuito ad alimentare l’industria tecnologica sono diventate difficili: acquisizioni miliardarie finanziate con crediti a basso costo e la pratica commerciale di accaparrarsi il maggior numero possibile di clienti anche a costo di perdite.

Guardando ai bilanci di queste aziende, inoltre, ci si rende conto del fatto che dipendono da un numero molto ristretto di prodotti: i profitti di Google, proprio come quelli della Meta, derivano soprattutto dalle inserzioni pubblicitarie. Ma che succede se la crisi economica spinge le aziende a tagliare i fondi destinati alla pubblicità? E se i politici europei dovessero mettere in atto il loro progetto di bloccare i flussi di dati su cui si basano le campagne mirate?

Google ha tante idee nuove, ma poche sono anche redditizie. E per quanto riguarda quella che probabilmente è la più importante tecnologia del futuro, l’intelligenza artificiale, l’azienda arranca. Nell’autunno 2022 è uscito ChatGpt, un chatbot della startup OpenAi capace di rispondere a qualsiasi domanda: nonostante qualche difetto, è un perfetto motore di ricerca. C’è un unico problema: il maggior finanziatore di questa tecnologia non è Google, ma la Microsoft.

Ora il motore di ricerca californiano vorrebbe recuperare il terreno perso nel minor tempo possibile e per questo pare che siano tornati alla carica anche i fondatori, Larry Page e Sergey Brin, che si erano ritirati tre anni fa e che ora, dietro le quinte, porterebbero avanti personalmente una campagna per l’intelligenza artificiale. Forse perché non danno abbastanza credito a Pichai, un manager efficiente più che visionario.

Per Pichai, stretto com’è tra interessi diversi, è una situazione difficile. Da un lato dovrebbe rischiare, cioè investire nell’intelligenza artificiale anche se i profitti non si vedranno prima di qualche anno. Dall’altro, però, c’è Wall street, che preme per i tagli. Christopher Hohn, per esempio, vorrebbe convincerlo a licenziare altre 25mila persone.

Il problema è che l’umore è a terra. Da quando c’è stata l’ondata di licenziamenti, diverse migliaia di dipendenti ed ex dipendenti di Google si ritrovano sulla piattaforma di messaggistica Discord per sfogare rabbia e delusione. “Ho perso ogni motivazione”, scrive uno di quelli rimasti. “Io non riesco a combinare niente, fisso lo schermo e basta”, dice un altro. Il 2 febbraio, davanti alla sede newyorchese di Google, hanno organizzato una manifestazione: “Googler contro l’avidità”. ◆ sk

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Questo articolo è uscito sul numero 1500 di Internazionale, a pagina 68. Compra questo numero | Abbonati